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La pietra dello scandalo fra Turchia e Stati Uniti per quanto riguarda la guerra in Siria è sempre stata il supporto del Pentagono alle milizie curde delle Unità di protezione popolare (note con l’acronimo di Ypg, dal curdo Yekîneyên Parastina Gel). Il rifornimento di armi e il sostegno politico delle forze del Kurdistan siriano da parte dell’Occidente hanno fatto sì che nel tempo il governo di Ankara scivolasse verso l’alleanza orientale di Russia e Iran, non tanto per interessi strategici legati alla permanenza di Assad – che anzi Erdogan ha cercato di rovesciare attraverso il sostentamento ai ribelli – quanto proprio per evitare i curdi siriani si rafforzassero e formassero un’asse con quelli turchi, vera spina nel fianco della complessa struttura politica turca. È da questa fondamentale divergenza di vedute che si può comprendere il motivo per cui Erdogan sia passato dal sostenere i ribelli islamisti ad abbandonarli a se stessi per piegare le roccaforti curde tra Turchia, Siria e Iraq. Il suo problema erano e rimangono le milizie popolari, anche a costo di modificare radicalmente i suoi piani per l’espansione della propria influenza in Siria.

L’incontro dci Sochi fra Putin, Rohani ed Erdogan ha mostrato al mondo questa nuova alleanza fra Russia, Iran e Turchia sul fronte siriano. Un’asse che era già stata evidente durante la guerra ma soprattutto con gli accordi di Astana e che adesso è stato formalizzato nel documento firmato nella località sul Mar Nero dai tre leader e che questi ultimi vorrebbero rendere addirittura ufficiale depositandolo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma questa alleanza, prima ancora che una vera e propria convergenza d’interessi geopolitici, rappresenta semmai una vittoria dell’astuzia politica dei leader più che di una visione strategica a lungo termine. Quantomeno da parte di Erdogan, che sa benissimo di aver cambiato casacca durante il conflitto e che si comporta come una mina vagante all’interno del Medio Oriente. La Turchia sta giocando un ruolo molto difficile, oscillando pericolosamente fra Mosca e Washington e tentando una strategia neo-ottomana. Il tutto rimanendo ancorata alla Nato, di cui è formalmente membro e che non sembra, in grado di abbandonare. I rapporti fra Ankara e l’Occidente restano difficili, ma nessuna delle parti può, in questo momento storico, decidere di troncare la relazione. E a confermare questo rapporto di “amore-odio” è la telefonata tra Erdogan e Trump avvenuta subito dopo il vertice di Sochi.

A darne notizia è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, il quale ha annunciato una notizia che potrebbe cambiare di nuovo la posizione turca nella questione siriana: gli Usa non sosterranno più le milizie curde dell’Ypg. “Il presidente americano ha parlato chiaramente – ha dichiarato Cavusoglu – e ha dato istruzioni affinché non siano più consegnate armi a Ypg. Ha detto che era giusto che questo ‘nonsense’ giungesse a termine”. La telefonata è stata confermata anche dal presidente americano via Twitter che ha definito il dialogo tra i due come “portatore di pace”. La rassicurazione americana sulla questione curda è fondamentale. E il fatto che arrivi a pochi giorni dal prossimo incontro di Ginevra per i colloqui di pace sulla Siria aumenta la portata del messaggio. Le milizie del Rojava sono state uno dei capisaldi dell’offensiva occidentale in Siria contro lo Stato islamico e per contenere l’avanzata dell’esercito siriano e continuano ad essere uno dei pilastri della politica americana in Medio Oriente, soprattutto con le ultime evoluzioni politiche in Siria, Iraq e Turchia. Gli Stati Uniti e le potenze europee hanno sempre considerato i curdi dell’Ypg come uno strumento della lotta al terrorismo, trasformandoli in “boots on the ground” surrogati degli eserciti occidentali. L’abbandono del sostegno militare a queste milizie è un messaggio che va interpretato. Non significa abbandonare al loro destino i curdi, ma significa che gli Usa sono pronti a rimodulare la loro politica mediorientale. Innanzitutto significa che vogliono ristabilire rapporti positivi con la Turchia dopo gli ultimi episodi che hanno minato la fiducia reciproca, a partire dal golpe della rete gulenista e la guerra dei visti. In secondo luogo, questa decisione significa che il Pentagono non ha più necessità di armare ulteriormente i curdi ma che potrebbe scegliere di rimanere nella regione a scopo cautelativo. Terzo problema, il futuro di Raqqa, per ora nelle mani delle Syrian Democratic Forces, in buona parte curde, e sostenute dagli Usa. La popolazione di Raqqa non è a maggioranza curda e questo, come spiegato al Corriere della Sera da Eugenio Dacrema, potrebbe essere un problema rilevante visto che le milizie curde si ritroveranno senza supporto americano e isolate. La fine del supporto americano potrebbe essere il preludio alla consegna di Raqqa al governo di Damasco.

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