È guerra aperta fra Donald Trump e il Congresso degli Stati Uniti d’America. Le sanzioni contro la Russia e la conseguente crisi diplomatica senza precedenti fra Mosca e Washington hanno avuto un primo effetto nel portare alla luce tutte le frizioni fra il cosiddetto deep State americano e la nuova amministrazione Trump, il quale voleva essere un presidente di rottura rispetto ai canoni politici della classe dirigente americana, ma che si trova legato alle scelte di un Congresso contrario al nuovo corso. Il messaggio è arrivato forte e chiaro tramite un tweet del Presidente degli Stati Uniti che, tramite il proprio profilo, ha scritto: “Il nostro rapporto con la Russia è a un livello basso e pericoloso. Potete ringraziare il Congresso, le stesse persone che non possono nemmeno darci delle cure”. È un attacco durissimo che mostra, forse per la prima volta in maniera così netta, la frattura che corre fra i due poteri degli Stati Uniti, il Congresso e la Presidenza, e che rappresenta un “j’accuse” notevole di Trump nei confronti anche dei suoi stessi deputati repubblicani, colpevoli di aver remato da sempre contro la nuova amministrazione.

Le sanzioni alla Russia sono state votate all’unanimità da parte del Congresso, insieme con quelle contro l’Iran e la Corea del Nord. Un disegno di legge particolarmente vincolante per il Presidente, dal momento che impedisce a quest’ultimo di rimuovere qualsiasi sanzione, dovendo perciò ripassare per l’organo legislativo federale. Una scelta che non è stata apprezzata dalla Casa Bianca, che ha da sempre voluto impostare una politica con la Russia meno incline allo scontro, proprio per evitare gli errori della coppia Obama-Clinton, e che ha costretto The Donald a giustificare le proprie scelte evitando di passare come presidente prigioniero del proprio stesso Parlamento. Ma l’immagine che è stata consegnata al mondo, adesso, con il suo tweet, è cristallina: a Washington lo scontro istituzionale ha ormai raggiunto e superato ogni livello di guardia. Non c’è unità d’intenti tra le istituzioni, e il Presidente ha un’idea di politica estera e interna totalmente contraria a quella voluta dai poteri che controllano il Congresso.

Se con l’Obamacare si aveva avuto il primo segnale di un’assenza di controllo della presidenza, quantomeno sul proprio partito all’interno dell’organo legislativo, adesso, con la sanzioni alla Russia, tutto assume un connotato diverso. Il deep-State, lo Stato profondo, è stato scaricato da The Donald e il Congresso ha definitivamente deciso di colpire Trump proprio sulle questioni a lui più care in campagna elettorale: la ridefinizione dei rapporti con Mosca su base di reciprocità e l’eliminazione dell’Obamacare. In entrambi i casi, l’asse tra democratici e repubblicani, personificata nella frangia più forte dei neo-con, ha raggiunto lo scopo di abbattere la forza del presidente e dimostrare che esiste uno Stato profondo all’interno degli USA che controlla il Paese a prescindere dalle volontà del Presidente. Ed è un potere che può tranquillamente dettare la linea politica degli Stati Uniti mettendo in ginocchio il potere di un Presidente eletto democraticamente.

Uno scontro così evidente rischia di trascinare il sistema politico e istituzionale degli Stati Uniti in un vortice molto rischioso, sia in politica interna che nei rapporti con l’estero. E i rapporti con l’estero sono essenziali quanto ciò che concerne la politica interna, dato che Washington possiede ancora un ruolo e un’immagine di superpotenza. Da un punto di vista interno, si acuisce l’immagine di un Presidente che è stato eletto per essere un leader forte e carismatico, e che si ritrova sostanzialmente privato del potere decisionale. Un’immagine che comporterà anche il rischio di un forte aumento della diffidenza degli elettori di Trump, rappresentanti dell’America profonda, con la politica del Congresso, rappresentata dallo Stato profondo. E questo iato fra i due mondi crea una faglia nella legittimazione democratica del potere che rischia di minare fortemente il rapporto di fiducia nelle istituzioni democratiche federali. Dal punto di vista esterno, è chiaro che gli Stati Uniti, con questa spaccatura gravissima fra potere legislativo e Presidente, consegnano l’immagine di una potenza debole, divisa al suo interno e il cui interlocutore principale, cioè il Presidente, è emarginato rispetto all’establishment economico, militare e politico. E questo chiaramente incide sulla capacità di azione di Washington e di affidabilità delle relazioni con gli altri Stati. L’esempio russo è emblematico: da una parte c’è un Trump che stringe la mano a Putin e dall’altra un Congresso che sanziona la Federazione Russa. Sarà tutto effettivamente così chiaro? Trump è veramente prigioniero dei neo-con, oppure ha voluto scaricare sul Congresso le responsabilità di sanzioni che lui stessi ha firmato? Per ora, non è dato saperlo. Ma questo tweet da Presidente catturato dall’establishment peserà come un macigno sul futuro delle relazioni diplomatiche dell’amministrazione di The Donald.