Prima la cronaca. Oggi Donald Trump ha presentato la strada che intende percorrere sul nucleare iraniano. Contrariamente a quanto avrebbero voluto i “falchi” della Casa Bianca, il presidente americano ha detto che, per il momento, gli Stati Uniti non si ritireranno dall’accordo e ha chiesto al Congresso e agli alleati di negoziarne uno nuovo. Altrimenti, ha fatto sapere il tycoon, “cancellerò quello attuale”. Trump ha così presentato la nuova strategia americana affinchè Teheran “non ottenga mai, sottolineo mai, le armi nucleari”. Ora la palla passa al Congresso, che dovrà decidere, entro 60 giorni, se reintrodurre le misure punitive e adottare ulteriori sanzioni.
Trump ha usato parole molto dure, è vero. Ma, per ora, non ha cancellato l’accordo sul nucleare iraniano. Come mai? Dal 2001, i “falchi” presenti a Washington spingono per una guerra al regime degli ayatollah. Teheran, per usare un’espressione cara all’ex presidente americano George W. Bush, fa infatti parte dell’asse del male (assieme ad Iraq e Corea del Nord) che minaccerebbe gli Stati Uniti.
Il presidente americano ha accusato l’Iran di essere “sotto il controllo di un regime fanatico che prese il potere nel 1979 e obbligò il popolo a sottomettersi, un regime radicale ha distrutto la ricchezza di quella nazione e portato il caos in tutto il mondo”. Per questo, l’accordo sul nucleare “è una delle cose peggiori che gli Usa abbiano mai firmato”. Quell’accordo, ha sottolineato, “avrebbe dovuto contribuire alla pace regionale, ma il regime iraniano continua a sponsorizzare il terrorismo in Medio oriente e in tutto il mondo”. Il riferimento al terrorismo riguarda le milizie sciite legate a Teheran, in particolare gli Hezbollah libanesi che rappresentano una spina nel fianco per Israele. Ed è stato proprio il ministro per l’intelligence israeliana Israel Katz (seguito a stretto giro da Benjamin Netanyahu e dall’Arabia Saudita) a commentare per primo il discorso di Trump, definendo “molto significativo” l’intervento del presidente americano e ipotizzando nuove guerre. Non a caso, il Jerusalem Post, qualche giorno fa, pubblicava un editoriale intitolato “Perché Israele ha bisogno di preparare l’America per il prossimo conflitto in Siria“. Un conflitto che, come abbiamo scritto in questi giorni, riguarda più gli ayatollah che Bashar Al Assad.”
“Una decisione preoccupante”
Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha bollato il discorso di Trump come “estremamente preoccupante” e ha detto che, oggi, il compito principale della Russia è quello di impedire il collasso dell’accordo con Teheran. Una posizione sposata anche dal capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, la quale ha affermato che l’accordo “rappresenta un pilastro chiave dell’architettura internazionale della non proliferazione. Non è un accordo bilaterale, non appartiene a nessun singolo Paese e non spetta a un singolo Paese porvi termine – ha proseguito – È un accordo solido che fornisce garanzie e un forte meccanismo di controllo che il programma nucleare iraniano è e resterà esclusivamente riservato a scopi civili”. Inoltre, ha sottolineato lady Pesc, “l’agenzia internazionale dell’energia atomica ha verificato otto volte che l’Iran sta attuando tutti i suoi impegni, seguendo un rigido sistema di monitoraggio. Non ci sono state violazione di nessuno degli impegni dell’accordo”.
In un comunicato congiunto, i governi di Gran Bretagna, Francia e Germania (che assieme a Usa, Russia e Cina hanno firmato l’accordo sul programma nucleare iraniano del 14 luglio 2015), hanno ribadito che anche dopo la “denuncia” dell’intesa di Trump, loro rimarranno ancorati all’intesa.
“Un discorso grave”
Hassan Rohani, presidente della Repubblica islamica iraniana, ha parlato di un “discorso grave”. . “L’accordo – ha affermato Rohani – è stato ratificato dal Consiglio di sicurezza dell’ Onu: come è possibile che un presidente decertifichi unilateralmente questo accordo? Non è un accordo bilaterale con l’Iran. Trump non può fare quello che vuole”.
E ora?
Ed è a questo punto che bisogna riflettere su chi è realmente Trump. Il presidente americano, prima di arrivare alla Casa Bianca, era un imprenditore. E lo è ancora, per forza di cose. Ha la forma mentis e, soprattutto, lo spirito del negoziatore, che sa che un accordo deve essere win-win. Se vinco io, vinci pure tu. Ma per raggiungere un nuovo accordo, Trump ha bisogno di alzare il tiro.
Uno dei presidenti americani che ha attaccato maggiormente l’Unione Sovietica è stato Ronald Reagan. La definì “impero del male” e i rapporti tra i due Paesi arrivarono ai minimi storici. Tuttavia si continuò a negoziare e il mondo tirò un sospiro di sollievo. Lo stesso potrebbe accadere con Trump. Che ora si trova davanti a due possibilità: rinegoziare il trattato o fare la guerra. Ma, è noto, il presidente americano conosce bene la lezione di Reagan.