Al di là degli esiti militari, che al momento in cui scriviamo sono ancora tutti da valutare, la raffica di missili che Teheran ha lanciato quasi in ogni direzione (risparmiato solo l’Oman, mediatore degli ultimi e inutili negoziati con gli Stati Uniti) dimostra soprattutto una cosa: il completo isolamento politico dell’Iran rispetto alla regione di appartenenza, il Medio Oriente. E a questo risultato hanno contributo, potremmo dire in pari misura, sia le manovre degli Stati Uniti e di Israele sia la cecità politica degli ayatollah.
Riassumere gli ultimi cinquant’anni della politica mediorientale richiederebbe un’enciclopedia. Per un articolo basterà forse ricordare che nel 1979, quando la rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini si afferma in Iran, la regione veniva da un trentennio di alleanza di fatto tra l’Israele laico e gli altrettanto (o quasi) laici regimi dello shah Reza Pahlevi in Iran e dei militari (colpo di Stato nel 1980, dopo i governi di Bulent Ecevit e Suleiman Demirel) in Turchia. È la sintonia quasi automatica tra i popoli non arabi immersi nella regione araba per eccellenza.
A Khomeini, però, non interessa sfruttare una situazione che, dopo tutto, potrebbe tornare utile anche al “suo” Iran, che non è più laico ma, con il suo rappresentare il 10% degli sciiti in una regione in cui il 90% della popolazione è sunnita, fa pur sempre eccezione rispetto al contesto. Il programma della rivoluzione è presto esposto: morte al Grande Satana (gli Usa) e al piccolo Satana (Israele). E le conseguenze si vedono: l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran (dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981), la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Usa e gli otto anni (1980-1988) della guerra con l’Iraq, frutto di reciproche ambizioni territoriali ma sicuramente fomentata dagli Usa, che avevano ripreso con Saddam Hussein le relazioni diplomatiche interrotte nel 1967 in seguito alla Guerra dei Sei Giorni con Israele. Israele prende nota e comincia la marcia di avvicinamento al mondo arabo sunnita (trattato di pace con l’Egitto nel 1979, con la Giordania nel 1994) che culmina, negli scorsi anni, con gli Accordi di Abramo.
Khomeini muore a guerra con l’Iraq da poco conclusa (1989) e il suo successore, l’ayatollah Ali Khamenei, ha il curriculum perfetto per proseguire sulla stessa strada: già consigliere di Khomeini, tra i fondatori del Partito della Rivoluzione islamica, capo dei Guardiani della Rivoluzione, guida delle preghiere del venerdì, presidente della Repubblica. Insomma, quasi più khomeinista di Khomeini. Ed è proprio lì, nella fase di avvicendamento tra i due ayatollah, che matura l’ambizione dell’Iran a farsi potenza ben oltre i propri confini. I punti di appoggio sono la Siria degli Assad, il Libano dove cresce Hezbollah (1982 e 1983 sono gli anni degli attentati a Tiro e a Beirut, con centinaia di morti) che si avvale del sostegno e dell’addestramento del Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica, e infine Hamas in Palestina: movimento che nasce ufficialmente nel 1987 ma è preceduto da un notevole fermento filo-khomeinista nelle frange più islamiste della resistenza palestinese. È il progetto della Mezzaluna sciita, che troverà una parvenza di realizzazione quando gli americani di George Bush e i britannici di Tony Blair, abbattendo Saddam, consegneranno l’Iraq all’influenza di Teheran.
La Russia per interessa, la Cina per il petrolio
Un progetto che aveva la caratteristica fondamentale di tutte le strategie perdenti: scontentava troppi, procurava troppi nemici. Alla fin fine, simpatetica con gli ayatollah c’era solo la Russia, svelta nel salvare Bashar al-Assad. Ma per interesse, come per interesse ora è pronta a riallacciare le relazioni con l’ex nemico Al-jolani/Al-Sharaa. La Cina è lontana, interessata alle forniture di petrolio iraniano che restano importanti per Pechino ma sempre meno indispensabili, visti gli esiti della politica green applicata oltre-Muraglia.
Ma per il resto… Come poteva la crescita dell’influenza persiana e sciita in Medio Oriente essere accettata dalla grande maggioranza araba e sunnita? E Israele? E gli Usa, sempre attenti a ciò che avviene nella regione più ricca e instabile del globo? E la lunga diffidenza della Turchia di Erdogan? E poi gli interessi concreti, le rivalità commerciali nel settore energetico che la comune appartenenza all’Opec (l’Iran è uno dei Paesi fondatori) non basta a conciliare?
Il resto è cronaca, dall’attacco di Hamas che, il 7 ottobre del 2023, offre a Israele e Stati Uniti la ragione perfetta per attaccare i proxy dell’Iran fino agli attacchi di ieri e alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei, con Israele pronto a mettere un altro mattone all’espansione imperialista che sta realizzando anche nella Striscia, in Cisgiordania, in Libano e in Siria, e gli Usa che fanno un altro passo verso il controllo globale delle risorse energetiche.
Ovviamente è tragicamente ridicolo che Benjamin Netanyahu ora dica, come tanti altri personaggi della stessa risma prima di lui, che questa “è la guerra per mettere fine a tutte le guerre”. Ed è ovvio che il Medio Oriente, per non parlare dell’Iran, non uscirà più stabile e pacificato da questo ennesimo spargimento di sangue. Lo sappiamo tutti e meglio di noi lo sanno Netanyahu e Donald Trump. Questo non toglie, però, che la strada imboccata dagli ayatollah fosse solitaria e pericolosa. E infatti da soli oggi si ritrovano nel momento del massimo pericolo.
