Tripoli è una città messa a ferro e fuoco: la situazione, come raccontano alcuni inviati del quotidiano Al Wasat, sarebbe anche peggiore rispetto a quella del 2011, quando la capitale libica è stata interessata dagli scontri per la deposizione di Gheddafi. Oramai gli scontri proseguono da una settimana. Se fino a sabato si è parlato di trenta vittime adesso le ultime indiscrezioni parlerebbero addirittura di duecento vittime. Il quadro appare comunque abbastanza chiaro, almeno per quanto concerne la situazione sul campo: i miliziani della cosiddetta Settima Brigata vogliono spodestare il governo di Al Serraj ed avanzano da sud a dalla zona dell’aeroporto. Di contro, le milizie fedeli all’esecutivo voluto dall’Onu provano a bloccare la settima brigata, ma lo stesso Al Serraj è stato costretto a chiedere aiuto alle milizie di Misurata.

Chi sono i miliziani della Settima Brigata

Se si mettono a confronto due foto dei rispettivi gruppi che si stanno contendendo il controllo della capitale libica, alcuni particolari drizzerebbero subito all’occhio. Da un lato infatti spunterebbe un gruppo di miliziani armati fino ai denti, ma vestiti con abiti civili e magliette delle squadre di calcio europee. Dall’altro invece, si vederebbe un gruppo di persone in uniforme e divisa schierato con i mitra in mano. Nel primo caso ad essere immortalati sono i miliziani del gruppo dei “Rivoluzionari di Tripoli“, nel secondo invece gli uomini della settima brigata. I primi provano a difendere Al Sarraj, i secondi, come detto, sono i protagonisti principali degli scontri che stanno infiammando la capitale libica. 

La settima brigata viene chiamata dai libici anche “milizia Al Kani”, dal nome del suo comandante Abdel Rahim Al-Kani. Essi rappresentano il principale gruppo che controlla la cittadina di Tarhouna, 50 chilometri a sud di Tripoli. Le tribù di questa località hanno sempre avuto un peso specifico importante, anche a livello politico, nell’area della capitale. La settima brigata nasce a sostegno del governo di Al Sarraj e fa capo proprio al consiglio presidenziale transitorio. Al suo fianco vi è invece la ventiduesima brigata, al cui interno ci sono diversi combattenti di Tarhouna, e che fa capo invece al ministero della difesa. Entrambe le brigate dalla scorsa settimana muovono verso il centro di Tripoli: se all’inizio tutto è sembrato avere la medesima dinamica degli scontri che abitualmente accadono nella capitale libica, ben presto invece la situazione ha iniziato ad essere molto più grave.

Abdel Rahim Al Kani sui social proprio domenica sera ha annunciato di essere pronto a dare l’ultima spallata alle milizie filo Al Serraj presenti a Tripoli. Come dichiarato dallo stesso comandante della settima brigata, l’obiettivo non è spodestare Al Serraj ma liberare Tripoli dalle milizie che attualmente lo sostengono. Secondo la sua ricostruzione, tali fazioni sarebbero responsabili della corruzione, ruberebbero i fondi pubblici arrivati dai proventi del petrolio o dagli esborsi che l’Unione Europea concede per la stabilizzazione del paese. Come si legge su AgenziaNova, Al Kani ha accusato i cosiddetti Rivoluzionari di Tripoli di tenere in ostaggio la capitale con minacce e ritorsioni, ostacolando il ritorno alla normalità della capitale e dell’intero paese. Intanto in città si continua a combattere e la settima brigata avrebbe già il controllo di fuoco dell’aeroporto e della strada verso il centro. 

Al Sarraj costretto a chiedere aiuto a Misurata

A difesa del governo sostenuto dall’Onu, ma che ha tra i principali sponsor Stati Uniti ed Italia, vi sono come detto diverse milizie da sempre vicine ad Al Serraj. Esse sono le stesse contro cui la settima brigata ha avviato le operazioni di guerriglia che oramai hanno lasciato sul campo centinaia di vittime. Ma il governo di Al Serraj ha ben compreso che da sole essere non bastano più. Oltre ai rivoluzionari di Tripoli, guidate da Haytham al Tarjuri, vi sono anche le milizie al Wasi, guidate da Mustafa Qadur, e dai miliziani del gruppo Ghanduia, fazione guidata da Abdel Ghani al Kakli. Durante i giorni di battaglia, queste forze si sono spesso dimostrate scarsamente equipaggiate nonché poco addestrate e sono subito andate in crisi ai primi assalti della settima brigata. 

Per questo motivo il premier Al Serraj è stato costretto domenica sera a richiamare a Tripoli le milizie di Misurata. Si tratta, all’interno delle forze che sostengono il governo voluto dall’Onu, del gruppo più importante e più organizzato. Esso è lo stesso che ha contribuito a far cadere Sirte nel 2011 e ad uccidere Gheddafi, la sua importanza a livello militare lo si vede anche dal fatto che uno dei capi delle milizie di Misurata attualmente è ministro della difesa. Dunque, la chiamata a Tripoli dei miliziani di questa città libica potrebbe apparire forse come l’ultima carta giocata da Al Serraj per difendere il proprio governo. Ma anche da questo punto di vista non mancano episodi misteriosi e che gettano ulteriore inquietudine sulla vicenda. L’uomo inviato da Al Serraj a Misurata infatti, il generale Mohammed Al-Haddad, sarebbe sparito. La sua auto è stata ritrovata vuota e senza nessuno all’interno nella periferia della città: di lui e della scorta nessuna traccia. 

Sta crescendo di ora in ora anche la preoccupazione per un possibile bagno di sangue: si tratterebbe di una guerra civile interna alla Tripolitania, tra due gruppi ben armati ed equipaggiati. La popolazione civile, chiusa in una città resa isolata dai combattimenti, inizia realmente a temere per la propria incolumità. 

I sospetti su Haftar

Ma come mai lo scontro tra settima brigata e le altre fazioni tripoline si è acuito proprio in questi giorni? Se da un lato Al Kani parla di lotta per Tripoli e per eliminare le fazioni accusate di corruzione, dall’altro però la tempistica dell’intervento non può che generare sospetti. E molti di questi sospetti sono destinati a cadere sulla Cirenaica e, in particolare, sul generale Haftar. Quest’ultimo ha assunto da anni il controllo di gran parte della Cirenaica, al suo fianco ha un vero e proprio esercito e non sono mai state un mistero le sue ambizioni di controllo dell’intera Libia. Secondo molti, dietro l’improvvisa avanzata della tribù di Tarhouna (a cui appartiene un quarto della popolazione tripolina), vi sarebbe proprio lo zampino di Haftar

Il numero uno della Cirenaica e braccio armato del governo di Tobruck, rivale di Al Serraj, da mesi sarebbe molto vicino ai comandanti della settima brigata. Ma non solo: come si legge su La Stampa, Haftar punterebbe a stringere alleanze con le tribù di Tarhouna e dei Warfalla, le più numerose della Tripolitania. Una parziale conferma della mano di Haftar sugli scontri di questi giorni, arriverebbe da un episodio accaduto proprio a Tarhouna nello scorso mese di giugno. Le forze di sicurezza fedeli ad Al Serraj in quella occasione hanno arrestato, come si apprende su LibyaObserver, una cellula di spie al servizio di Haftar e del governo egiziano. Forse un’anticipazione di quello che poi sarebbe accaduto a settembre.

La nostra ambasciata parzialmente evacuata

Domenica pomeriggio si sono susseguite voci circa le sorti della nostra rappresentanza diplomatica a Tripoli. Dopo che venerdì un razzo ha colpito un albergo vicino l’ambasciata italiana, si è parlato insistentemente di un’evacuazione del personale ed una chiusura dell’edificio. Circostanza poi smentita, ma con l’emergere di nuovi scontri nella giornata di domenica la situazione è apparsa ancora più complicata. Intorno alle 16 di giorno 2 settembre, gran parte del personale dell’ambasciata italiana è stato evacuato per ragioni di sicurezza. A difesa dell’edificio sono rimasti alcuni uomini della sicurezza: l’ambasciata resta aperta, ma per il personale al momento è quasi impossibile lavorare.