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L’Italia ha tre problemi con il nodo immigrazione. Tre problemi che possono tramutarsi in veri e propri ricatti con cui bisogna fare i conti, riuscendo a trovare una strategia che sia con essi compatibile e che li eviti il più possibile.

In questi giorni, quanto avvenuto a Ceuta ha creato non pochi timori all’Europa. La Spagna e l’Ue hanno reagito con durezza di fronte alla decisione del Marocco di scatenare l’arrivo dei migranti come forma di ritorsione per quanto fatto da Madrid con il leader del Polisario. Ma quello che è accaduto al confine dell’enclave spagnola in terra africana è solo un campanello d’allarme di quello che può accadere nel Mediterraneo centrale in caso di apertura delle frontiere da parte della Tunisia o della Libia. Ed è anche per questo che il governo italiano ha provato ad attivarsi con l’invio di Luciana Lamorgese a Tunisi e con le richieste di sostegno da parte dell’Europa.

La Tunisia alla prova della verità

Una duplice mossa che però svela già due problemi. Il primo, quello che riguarda proprio la Tunisia. Ieri la commissario europea agli Affari interni aveva già messo le mani avanti affermando che avrebbe firmato un accordo con Tunisi entro la fine dell’anno. I tempi chiaramente non sono veloci, ma questo implica che per l’estate il problema potrebbe presentarsi sulle coste italiane in modo dirompente. Il patto sarebbe quello solito: soldi, investimenti e accordi economici con l’Ue in cambio della “gestione” dei flussi migratori sul territorio nordafricano.

Una scelta molto simile a quanto fatto col Marocco e per certi versi assimilabile a quanto negoziato con la Turchia. Ma con il rischio, non così remoto, che la Tunisia si trasformi nel contraente forte di questo scambio, avendo in mano una leva contrattuale enorme nei confronti proprio dell’Italia. Da parte forte a parte debole il passo sarebbe dunque estremamente breve e la prova è arrivata dal fatto che gli accordi con Tunisi più volte si sono dimostrati difficili da rispettare anche in virtù di rallentamenti politici interni. Tutto dipenderebbe dalla buona fede del contraente nordafricano, convinto dalla nostra diplomazia.

L’Europa ci aiuterà?

Il secondo problema riguarda invece la richiesta di aiuto all’Europa. È chiaro che l’Italia da sola non possa permettersi di gestire il carico di flussi che arrivano del Nord Africa, in particolare nel momento in cui uno dei punti di partenza delle rotte marittime, cioè la Libia, è di fatto un non-Stato diviso in almeno tre grandi aree e senza un’autorità riconosciuta. Ma con la Tunisia il discorso è diverso, perché per esempio Spagna e Marocco l’accordo l’hanno trovato in via autonoma, passando per le vie eminentemente bilaterali.

L’Ue può essere un supporto diplomatico ed economico notevole, ma è altrettanto evidente che, come osservato in questi anni, è difficile credere Bruxelles e gli altri membri dell’Ue si muovano in coordinamento con Roma e soprattutto in via del tutto gratuita. Ottenere qualcosa sul fronte migratorio rischia inevitabilmente di far rimanere vincolata l’Italia ad accordi anche sul lato europeo. Tanto più se già sulla redistribuzione dei migranti sono arrivi parecchi “niet”, non solo dai “cattivi” di Visegrad, ma anche, in modo meno esplicito, da Francia e Germania, entrambe prese da prossime e fondamentali elezioni in cui i rispettivi leader tutto vogliono meno che rischiare una rivolta da destra per l’arrivo di nuovi immigrati.

Il problema morale

L’Italia dunque rischia di rimanere sola in qualsiasi caso o sottoposta a un doppio vincolo, o ricatto: quello degli accordi con altri Stati esterni all’Ue e quello dei membri europei più recalcitranti, che magari vorranno ottenere altre garanzie su ulteriori fronti. Una miscela potenzialmente esplosiva in cui si aggiunge anche un terzo problema: l’inevitabilità dei salvataggi italiani in mare. Paragonare il caso del Marocco a quello della Tunisia rischia infatti di costruire una narrazione in cui l’Italia possa avere gli stessi diritti e le stesse capacità spagnole ma senza volere utilizzarle. La differenza geografica però è fondamentale. Vero che i metodi di Madrid sono stati spesso duri e molto meno attenzionati dai media come quelli utilizzati dall’Italia, ma non va dimenticato il dato che Ceuta e Melilla possiedono confini terrestri, muri e un accordo con il Paese di frontiera.

Ben diverso il caso italiano, dove in mare è impossibile respingere barche più o meno alla deriva o, come dimostrato dai recenti casi di cronaca, anche le navi delle Ong. Una volta in acque internazionali o nelle SAR italiane, le regole delle varie missioni o le semplici leggi internazionali e del mare impongono il salvataggio e il cosiddetto primo porto sicuro. In molti casi l’Italia anche perché nessun altro interviene. Con queste premesse, è chiaro che esiste anche un ricatto di “immagine”: un conto è arrestare una persona che scavalca illegalmente un muro con un accordo internazionale, altro è trattare continuamente sul salvataggio in mare di barconi. Un ricatto morale che minaccia ancora di più le azioni italiane senza un chiaro accordo di riferimento.