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Il trionfo alle elezioni europee di Nigel Farage in Gran Bretagna conferma la voglia di Brexit che aleggia nel regno. Dopo le dimissioni della premier Theresa May e la lunga fase di stallo sofferta a Westminster, i voti degli inglesi si sono riversati nel Brexit Party creato dell’euroscettico Farage – già fondatore di Ukip – che ottiene oltre il 31% dei voti registrando la maggioranza dei consensi nell’est e nel nord-est dell’Inghilterra. Consensi strappati anche nei centri urbani che avevano votato il “remain” nel 2016, come Cardiff e Newcastle, dove Brexit Party è segnalato al primo posto nei sondaggi. Il partito laburista e i tories affondano ai minimi storici, 14.1% e 8.7%. Così, con 29 seggi il partito di Farage è il primo gruppo del nuovo Parlamento europeo, assieme alla Cdu/Csu della Germania, secondo quanto riportato dal The Guardian. Subito dietro segue la Lega di Matteo Salvini.

L’incertezza sulla Brexit – hard o soft che dovesse essere – la lunga fase di stallo e le dimissioni della premier May hanno fatto confluire nel neonato partito euroscettico il 31% dei voti espressi dagli elettori britannici; palesando il fallimento dei conservatori del partito Tory e lasciando il secondo posto al partito Liberal-Democratico che ottiene il 18-20%  e il terzo posto ai laburisti che rasentano i minimi storici del 14.1%. Quarto partito nella nazione quelli dei Verdi all’11%, che anche nel Regno Unito, come nel resto d’Europa, ottengono un successo che va ben oltre le aspettative.

Alla ribalta dunque la volontà di onorare quella decisione espressa dal popolo britannico nel referendum sull’uscita dall’Unione Europea e le tematiche ecologiste hanno fatto breccia nell’elettorato – soprattutto tra quanti sono favorevoli all’integrazione europea e proprio per meglio difendere l’ambiente nel Regno Unito. Il risultato del voto britannico alle elezioni Europee significa che occorre ridare la parola “al popolo” sulla Brexit “o attraverso elezioni o attraverso un referendum” ha dichiarato il leader dei laburisti Jeremy Corbyn dopo la devastante sconfitta subita dal suo partito e dal partito conservatore – altro storico punto di riferimento della politica britannica ha registrato un imbarazzante 8.7%. “Con i conservatori che si stanno disintegrando e sono incapaci di governare e con un parlamento in stallo, questa questione deve tornare al popolo” ha sottolineato Corbyn riferendosi sempre a Brexit.
Il tradimento della parola data – che ha riportato gli inglesi a dover votare per delle elezioni europee nonostante la maggioranza di loro avesse proprio votato per essere fuori dall’Eu ben 3 anni fa – e il “palleggiarsi” la decisione con Bruxelles sul come abbandonare l’Unione Europea, ha portato gli elettori a riversare la loro rabbia e il loro malcontento nel partito euroscettico di Farage – che aveva già fondato lo Uk Independence Partyabbandonandolo perché ritenuto dal suo stesso fondatore ormai “troppo di destra”. Ukip, sotto la guida di Gerard Batten ha ottenuto il 3,6% come sesto partito della nazione.
“Una grande vittoria” quella ottenuta stanotte secondo le parole dello stesso Nigel Farage. Vittoria sulla quale lui stesso contava e aveva scommesso ben mille sterline – conscio che il fallimento dei tories nel portare a termine la transizione Brexit avrebbe pesato duramente in queste “sgradite” elezioni che non potevano che consacrare il suo peso politico e il suo ruolo di “kingmaker”. L’elettorato attratto da Farage va dunque considerato come una chiara riconferma della volontà popolare che aveva optato per il “leave” e che ha voluto ripetere ancora una volta la propria ferma decisione, confidando che non rimanga inascoltata. Il nuovo partito di Farage, fondato appena 6 mesi fa, non ha espresso un programma politico di lungo termine ma l’unico obiettivo di uscire dall’Europa il prima possibile “costi quel che costi”, ottenendo un sostegno trasversale, anche dove in precedenza non era stato registrato. Lo spoglio dei voti, che terminerà ufficialmente questo pomeriggio ma che sembra stabile nelle percentuali divulgate, porta dunque un segnale molto chiaro: l’isola di Albione vuole abbandonare la sovrastruttura che tiene unito il Vecchio Continente.

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