Trinidad e Tobago, le ansie della piccola Repubblica tra l’incudine Venezuela e il martello Usa

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Politica /

Trinidad e Tobago potrebbe rivelarsi un nodo strategico e cruciale nel crescente clima di tensione fra Stati Uniti e Venezuela, scatenato per ragioni che su queste colonne abbiamo già avuto modo di illustrare, e che vanno al di là dei pretesti (e della propaganda) ufficiali.

Per comprendere l’importanza di questa minuscola repubblica caraibica, che si estende per poco più di cinquemila chilometri quadrati – per intenderci si tratta di un’entità politica più piccola di quasi tutte le regioni italiane, ad eccezione solo di Valle d’Aosta (3.263 kmq) e Molise (4.438 kmq), e che conta poco più di un milione e trecentomila abitanti – basterebbe dare un’occhiata a qualunque cartina geografica.

Indipendente dal 1962, ex colonia britannica, si colloca a circa undici chilometri dalla costa venezuelana. Pur avendo mantenuto sempre una posizione di relativa neutralità, e avendo preservato collaborazioni con la ex madre patria e altre potenze occidentali, particolarmente interessate alle sue ricche risorse di petrolio e gas naturale, Port of Spain non ha mai trascurato di coltivare relazioni coi vicini, a cominciare proprio da Caracas.

La situazione del piccolo Stato, però, è in rapida evoluzione e a modificare una condizione di relativo equilibrio è arrivata nelle sue acque, a fine ottobre di quest’anno, il cacciatorpediniere lanciamissili USS Gravely.  Ufficialmente, la presenza della nave militare si inserisce nell’ambito delle esercitazioni congiunte per il contrasto al narcotraffico e la cooperazione in materia di sicurezza regionale, ma è di tutta evidenza come la prossimità geografica al Venezuela abbia sollevato più di un sospetto.

Non può essere ritenuto secondario il fatto che trattasi della stessa unità navale che aveva già operato nel Mar Rosso, partecipando a diverse missioni contro gli Houthi. Inoltre, la sua dislocazione nella regione caraibica a pochi giorni dalla partenza della portaerei USS Gerald R. Ford verso le acque dell’America Latina, ha indotto il governo Maduro a parlare di rischio di escalation, in vista della preparazione di una guerra.

Inoltre, quella dello scorso ottobre non è la prima forma di collaborazione tra Washington e Port of Spain nel settore militare: lo scorso maggio la repubblica caraibica aveva ospitato, come già in precedenza,  Tradewinds, un’esercitazione annuale patrocinata dagli Stati Uniti, incentrata sulla sicurezza marittima.

Per tali ragioni, Caracas ha annunciato il ritiro da una serie di accordi energetici con Trinidad e Tobago, dando avvio a una serie di esercitazioni militari lungo le sue coste. I sospetti del governo venezuelano si sono aggravati a seguito delle indiscrezioni, riprese da un’inchiesta pubblicata dal New York Times, stando alle quali la CIA sarebbe stata autorizzata a porre in essere una serie di operazioni clandestine per rovesciare Maduro, ammantate dall’obiettivo ufficiale della lotta contro i narcotrafficanti.

Per parte sua, il governo caraibico, guidato dalla premier Kamla Persad-Bissessar, ha difeso le operazioni ed esercitazioni in corso, denunciando il clima di crescente violenza nell’area dovuto al traffico di droga; il Caricom, una sorta di CEE dei Caraibi, ha esortato tutte le parti al dialogo.

All’interno di Trinidad crescono le voci critiche, nel timore di un coinvolgimento del Paese nelle dispute in corso, che potrebbero deflagrare in aperto conflitto, destabilizzando il piccolo Stato e la sua posizione di equilibrismo, che finora ne ha garantito gli interessi economici e commerciali, legati in gran parte all’export di idrocarburi, favorendo un modesto sviluppo.

La verità è che la minuscola repubblica rischia di pagare a caro prezzo la vicinanza geografica, e soprattutto le importanti relazioni infrastrutturali col Venezuela: trovare la quadra richiederebbe o la soluzione del contenzioso in corso tra Washington e Caracas, o una precisa scelta di campo, con inevitabili riflessi per il primo produttore di GNL della regione.

L’arcipelago, oltretutto, corre il rischio che le sanzioni volute dagli Stati Uniti, come la revoca delle licenze OFAC, finiscano per rallentare agli investimenti occidentali nei Caraibi, pure a detrimento del progetto Dragon, danneggiando non solo l’economia di Trinidad e Tobago, ma quella dell’intera regione.

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