Politica /

Il caso dell’Algeria è uno dei più interessanti nel panorama nordafricano. Sembra quasi che andando
dal Medio Oriente verso ovest si vada non solo fisicamente ma anche moralmente lontano dal caos e dalle trame oscure e bizantine di quella regione a cavallo fra Africa, Asia ed Europa. Il Nordafrica passa quindi dalla rete saudita e turco-qatariota in Egitto, al ginepraio libico per concludersi nell’equilibrismo algerino e infine, arrivati all’Oceano Atlantico, nell’apparente stabilità e calma del regno del Marocco. Algeri in questo è divenuta negli anni un ponte di influenze e di politiche diverse che ne fanno un unicum nel panorama internazionale. La sua vita politica sembra quasi discostarsi da quei grandi tumulti della geopolitica mediorientale, eppure non ne è troppo distante come si vuole credere o come voglia essa stessa far credere. In realtà, pur superstite delle primavere arabe e dei grandi conflitti legati al terrorismo islamico, l’Algeria è imperversata da trame politiche molto simili a quelle che vediamo, con un livello molto superiore, in altre aree del mondo.

Un primo dato è che non è vero che in Algeria non vi sia il terrorismo islamico. In Algeria c’è ma per ora la preparazione dell’esercito e una sostanziale tenuta della struttura statale hanno ancora frenato il focolaio. Focolaio che comunque c’è e che miete vittime, seppur in numero molto ridotto rispetto a quello cui siamo abituati ad assistere. E questo ravvivarsi del terrorismo islamico è alimentato anche dal ritorno dei foreign fighters nella regione, che è un problema denunciato proprio nelle ultime ore dallo stesso ministro degli Esteri algerino, Abdelkader Messahel, a margine di un vertice trilaterale con gli omologhi di Egitto e Tunisia sul problema libico. Messahel ha tenuto a precisare che “le informazioni indicano che la maggior parte dei ritorni avverrà nella nostra regione”. Segnale ineluttabile della possibile esplosione di un nuovo fronte della guerra del Califfato proprio tra la Libia e l’Algeria, dove i confini sono labili e di difficile individuazione. E dove il terrorismo può incrementare le proprie forze grazie a un’economia stantia e depressa in moltissime aree della regione, specie in Algeria, e dalla possibilità di guadagno legata alla tratta dei migranti che, ostacolata dai libici, può trovare una nuova valvola di sfogo nell’immensità del territorio algerino.

Data questa potenziale centralità dell’Algeria nel prossimo futuro, non deve sorprendere che il governo di Algeri sia diventato gradualmente un polo di attrazione soprattutto di Russia e Iran, che del terrorismo islamico di matrice salafita sono i veri e propri baluardi nel panorama mediorientale e che anche in Nordafrica, pur se in parte minore, hanno i loro ganci. Da due punti di vista diversi. L’Iran per motivi prettamente economici, la Russia per motivi strettamente politici e in generale strategici. E questo si vede anche dagli approcci che stanno avendo Mosca e Teheran con Algeri negli ultimi anni. Il Cremlino ha confermato in queste ultime ore il proseguimento dell’accordo di vendita di caccia Su-30 all’aviazione militare algerina. Il contratto, siglato nel 2015, prevede la cessione di 14 aerei da parte della Federazione Russa che si aggiungeranno ai 30 aerei acquistati dall’India. Parlare di un’alleanza fra Russia e Algeria appare forse esagerato, ma i contratti sulla vendita delle armi sono sempre un indizio di una relazione molto stretta e che Mosca intrattiene con i governi algerini già dagli anni Sessanta del secolo scorso e che non ha mai del tutto abbandonato.

Legami che, in questi ultimi tempi, ha iniziato a consolidare anche la repubblica islamica dell’Iran e che non possono non avere come centro la questione degli idrocarburi, unica vera fonte di ricchezza per l’economica algerina. La Russia ha aiutato il Paese nei primi anni del Duemila in particolare a costruire gasdotti e migliorare gli apparati estrattivi, ma adesso è l’Iran, altra grande potenza del gas, a interessarsi a questo Paese. Giovedì, ad Algeri, il ministro dell’Energia, Giutouni, ha ricevuto l’ambasciatore iraniano per discutere sulla cooperazione nel campo energetico, anche e soprattutto su quello del petrolio, il cui crollo dei prezzi ha certamente inflitto sull’andamento dell’economia algerina e di tutti i Paesi esportatori. L’avvicinamento fra Algeri e Teheran non è una novità assoluta nella storia delle relazioni fra i due Stati, ma in questa fase assume un ruolo interessante vista l’aperta ostilità dell’Arabia Saudita nei confronti dell’Iran e come questa ostilità si tramuti in guerra per procura in molte aree del mondo. Un’Algeria che si avvicina all’Iran e alla Russia potrebbe essere un problema per l’Arabia Saudita e i suoi alleati? Sì. E, infatti, non va sottovalutata la possibilità che il terrorismo islamico possa rinascere anche grazie a influenze di Stati interessati a destabilizzare il Paese soffiando su un fermento jihadista che già esiste e che trova in uno Stato come l’Algeria un terreno già abbastanza fertile. La vicinanza alla Libia e agli Stati del Sahel, in questo senso, non aiuta.