È difficile dire con certezza quale sia stata la vera ragione per la quale Kim Jong-un abbia scelto di aprire al dialogo con la Corea del Sud. Probabilmente, tutto nasce a causa di una concomitanza di fattori che hanno reso impossibile al leader nordcoreano rifiutare la proposta di un timido inizio di negoziati con il Sud. In primo luogo la pressione internazionale nei confronti di Pyongyang, ormai divenuta un vero e proprio assedio, che ha inciso sia sulla credibilità delle proposte nordcoreane, sia, soprattutto, sulla fragile economia del Paese. In secondo luogo, l’inevitabile rischio di una guerra, con la minaccia della fine del regno dei Kim e del sistema improntato sulla loro dinastia. In terzo luogo, il fatto che il leader nordcoreano, ottenuto un certo livello di deterrenza, possa sedersi al tavolo dei negoziati con una certa garanzia di non essere attaccato. Infine, non va dimenticato l’approccio molto più moderato di Moon Jae-in, che è stato eletto anche per la sua volontà di dialogare con i vicini settentrionali evitando ogni possibile escalation bellica e non disdegnando un riavvicinamento fra Seul e i suoi vicini asiatici evitando un totale allineamento con gli Stati Uniti. Questa serie di fattori, unita alla cornice olimpica e alla possibilità di mostrare al mondo un volto diverso della Corea del Nord, hanno fatto sì che da Pyongyang giungessero segnali di disgelo. Quasi a voler dimostrare che da parte della Corea del Nord si fosse compreso che la corda rischiava di spezzarsi, con tutti i rischi che questo potrebbe comportare.

In questo gioco di tira e molla, di minacce, di promesse e di aperture, Kim Jong-un è stato molto più astuto di quanto molti, specialmente in Occidente, si aspettavano. Dipinto da sempre, superficialmente, come un folle, il leader nordcoreano ha in realtà dimostrato una lucidità assolutamente lineare, tanto da aver ottenuto finora il massimo senza aver subito contraccolpi alla sua leadership, che, al contrario, potrebbe anche essersi rafforzata. Ma quello che più conta, sotto il profilo internazionale, è che la Corea del Nord, con questa mossa a sorpresa di riaprire il dialogo con il Sud e le comunicazioni dirette con Seul (e solo con Seul) ha teso una trappola pericolosa ed estremamente incisiva per tutta la linea politica americana in Asia orientale. Grazie alla scelta di Kim di voler aprirsi alla Corea del Sud, il governo nordcoreano ha infatti messo a segno un altro colpo, che è quello di avere inserito un fattore di scissione fra Seul e Washington. E questo proprio nel momento in cui le sanzioni delle Nazioni Unite imposte dalla linea Usa hanno iniziato a produrre i loro effetti disastrosi sull’economia del Paese. Mostrandosi aperto al dialogo, Kim non solo ha fatto capire al mondo che non è lui a volere la guerra, ma ha in sostanza isolato la stessa linea dettata dall’amministrazione Trump, che al contrario appare ora intransigente ed eccessiva. C’è chi dirà che sia stata in realtà proprio l’intransigenza trumpiana a far cambiare modus operandi del regime nordcoreano, ma, sotto il profilo mediatico, saranno Kim e Moon ad apparire coloro che hanno scelto il dialogo, con Xi Jinping e Vladimir Putin ad applaudire dietro le quinte ed apparire quali leader delle potenze mondiali che hanno contribuito a questi segnali di apertura.

Non va poi dimenticato un altro dato che riguarda la Corea del Sud. Molti cittadini sudcoreani, in particolare gli elettori di Moon, non sono favorevoli alle scelte intransigenti made in Usa. E sono in molti a ritenere che gli Stati Uniti svolgano la loro specifica politica estera a discapito del popolo sudcoreano. Questa percezione, che si è avuta in particolare con la questione del Thaad e con lo scontro fra Seul e la Cina, è stata ulteriormente rafforzata dagli ultimi mesi di tensione, con la progressiva militarizzazione della penisola da parte delle forze armate statunitensi. Alleati sì, ma senza diventare vittime di un gioco più grande, i sudcoreani votarono Moon Jae-in anche per questo motivo. E la scelta di Kim Jong-un di riaprire il canale di dialogo esclusivamente con la Corea del Sud serve anche a incunearsi fra la Casa Blu, residenza del presidente sudcoreano, e la Casa Bianca. Infiltrazione che, in fin dei conti, non disdegna neanche Moon Jae-in, il quale da tempo dialoga con la Cina e la Russia e non ha interesse a farsi trascinare in una guerra fredda di più ampia portata geopolitica fra Washington, Mosca e Pechino. Nel frattempo, Xi Jinping non può fare altro che osservare con interesse e soddisfazione a quella che può essere certamente un’ottima novità per la sua politica di stabilizzazione del Pacifico e di lenta erosione della sfera d’influenza americana. Le pressioni cinesi sulla Corea del Nord e la riapertura con la Corea del Sud hanno sicuramente svolto un ruolo chiave nel disgelo fra questi due Paesi.

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