La Nuova Via della Seta è un’opportunità per il mondo e un grande progetto con cui la Cina vuole presentarsi alla comunità internazionale come leader di un nuovo tipo di globalizzazione. Ma se a oggi è ancora poco chiaro cosa sarà effettivamente questo progetto, sicuramente, al fianco delle enormi opportunità che essa creerà, vi saranno rischi. Rischi molto importanti, che vanno analizzati per evitare che le potenzialità della Via della Seta si trasformino in una trappola mortale per i Paesi coinvolti nel progetto.

Il motivo è semplice: la Cina propone investimenti infrastrutturali. Ma questi investimenti costano. E molti Paesi non hanno le capacità economiche per far sì che essi diventino realtà senza indebitarsi. Il problema è che si indebiteranno, nella maggior parte dei casi, con fondi sovrani o quasi-sovrani cinesi, creando un circuito vizioso per il quale sarà Pechino a proporre miliardi di dollari di progetti infrastrutturali, ma sarà essa stessa a detenere il denaro che servirà a rendere realtà quei progetti. In questo modo, i governi saranno legati non a livello infrastrutturale, ma anche a livello finanziario (e quindi politico) con il gigante asiatico.

È il pericolo analizzato dal Center for Global Development in un rapporto pubblicato di recente. Il rischio, a detta del centro studi, è che i Paesi più poveri non abbiano alternativa. O accettano lo sviluppo offerto dalla Cina (e il conseguente indebitamento) oppure si ritrovano a dover fare i conti con enormi carenze infrastrutturali. Nessun’altra potenza è in grado di offrire lo stesso tipo di sviluppo rapido e garantito dai prestiti come la Cina. Ma questo, comporterà inevitabilmente conseguenze politiche di forte compromissione dell’autonomia dei Paesi.

Il caso di Gibuti è fondamentale. Il piccolo Paese africano, diventato in buona sostanza la base del Corno d’Africa delle maggior potenze mondiali, sia occidentali che asiatiche, è già caduto in quello che illustri economisti hanno chiamato la “trappola del debito”. Una trappola in cui è già caduto, migliaia di chilometri più a Est, lo Sri Lanka.  Secondo il rapporto del Centro, Gibuti contrarrà un debito che rappresenterà l’88 per cento del suo Pil e la Cina ne possiederà la maggior parte.

Questo fatto, rischia di creare lo stesso meccanismo che è avvenuto appunto in Sri Lanka. Indebitarsi con i fondi sovrani cinesi o con la banche di Pechino farà sì che Gibuti, del tutto incapace di ripagare i suoi debiti, dovrà consegnare molte dei suoi principali asset in mano al dragone. Il caso preso in considerazione è quello della collaborazione di Gibuti con la China Merchants Ports Hondings Company per costruire il porto di Doraleh, completato nel 2017.

L’area infrastrutturale sorta grazie a questa partnership è stata, per Gibuti, un modo per creare un indotto per i giovani del Paese. Ma sono in molti a temere che quest’area portuale possa finire, nel breve termine, in mani cinesi. 

I precedenti, in questo caso, non mancano. Come descritto da Asia Times, l’operazione di investimento è molto simile a quanto avvenuto in Sri Lanka. Il regista è sempre lo stesso, la China Merchants Ports Honding Company, ma il porto era ovviamente non quello di Doraleh ma di Hambantota.

Incapace di far fronte al debito, detenuto dai fondi cinesi, lo Sri Lanka è stato praticamente costretto a cedere il porto di Hambantota con un contratto di affitto della durata di 99 anni, fornendo alla Cina una base di fondamentale importanza nell’oceano Indiano per il completamento della Nuova Via della Seta marittima. Il governo dell’isola continua a ribadire che questo accordo non significa alcuna cessione di sovranità e che la Marina dello Sri Lanka sarà l’unica autorità sovrana a poter controllare il porto. Ma i dubbi restano.

Formalmente è vero ciò che dice il governo di Colombo. Ma è credibile che la piccola isola dell’oceano Indiano si metta contro il gigante cinese? Difficile. L’unico modo, a quel punto, sarebbe far leva su altre potenze rivali di Pechino. Ma farsi nemico un gigante come quello cinese non è questione semplice da affrontare. E la “trappola del debito” funziona.

Se questa macchina è servita alla Cina per acquisire una posizione centrale nei porti dello Sri Lanka, è facile credere che Pechino la farà funzionare anche per Gibuti, strategicamente fondamentale. Il governo africano ha voluto rassicurare gli Stati Uniti che non hanno nulla da temere riguardo agli investimenti cinesi. Ma i rischi esistono. Quanto avvenuto nell’oceano Indiano può anche avvenire a Gibuti.

E a pochi chilometri dal porto di Doraleh, c’è Camp Lemonnier: base Usa da cui è controllato il traffico navale da e verso il Mar Rosso e tutte le operazioni in Yemen e Somalia. Proprio per questo motivo, gli Stati Uniti hanno lanciato l’allarme sulla Nuova Via della Seta. Non si tratta solo di globalizzazione in salsa cinese, ma per Washington una vera sfida geopolitica. Ed è qualcosa a cui l’America non è abituata.

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