Nel giro di pochi giorni sapremo se nella guerra tra Russia e Ucraina, e più in generale tra Russia e Occidente, sta per aprirsi un secondo fronte. Ecco le date: mercoledì 28, a Tiraspol, capitale dell’autoproclamata Repubblica della Transnistria, si svolgerà il Congresso di tutti i rappresentanti eletti, dai deputati ai sindaci dei piccoli villaggi; giovedì 29, a Mosca, Vladimir Putin parlerà al Consiglio della Federazione, la Camera alta del Parlamento russo. Le due cose sono collegate, perché l’ipotesi ora più diffusa è che i rappresentanti della Transnistria, convocati e guidati dl leader Vadim Krasnoselsky, vogliano chiedere l’annessione alla Russia e che Putin, nel suo ultimo intervento istituzionale prima delle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, voglia ascoltare il “grido di dolore” della Repubblica scissionista moldava, ripetendo l’operazione di due anni fa, quando riconobbe le Repubbliche di Donetsk e Lugansk (Donbass) separatiste rispetto all’Ucraina. Sappiamo quel che successe dopo: l’invasione dell’Ucraina. E molti ora temono che l’eventuale riconoscimento-annessione della Transnistria possa analogamente preludere all’invasione della Moldavia, che dal giugno 2022 è Paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea.
La questione dell’annessione della Moldavia alla Russia non è nuova, e tantomeno legata alle ultime vicende ucraine. Già nel 2006, infatti, un Congresso analogo decise di indire un referendum sul tema: dalle urne uscì un 97% di voti a favore dell’annessione e il proposito di mantenere l’indipendenza (proclamata nel 1991) fino a quando il processo si fosse compiuto. Ci risiamo, quindi, ma in un contesto internazionale assai più drammatico, in cui nessuno è più incline a considerare folkloristiche certe pretese. Le autorità della Transnistria, a fondamento della nuova iniziativa, invocano la forte crisi economica, secondo loro dovuta alla decisione del Governo moldavo di abolire l’esenzione dai dazi sulle importazioni prima concessa alle imprese della Transnistria. “Una catastrofe umanitaria”, l’ha definita Aleksandr Korshunov, presidente del Parlamento, enfatizzando quella che in realtà è la perdita di un privilegio, pesantissima però per una Repubblica riconosciuta solo da Abkhazia e Ossetia del Sud (i due territori russofoni scissionisti rispetto alla Georgia), un’enclave schiacciata tra Moldavia e Ucraina, con meno di mezzo milione di abitanti e nessuno sbocco al mare.
La realtà, naturalmente, è più ampia e diversa: il punto è che la minoranza russofona moldava che popola la Transnistria è un altro di quei “pezzetti di Russia” (le già citate Abkhazia e Ossetia, il Donbass…) che la fine dell’Urss si è lasciata indietro. Tra integrarsi nei nuovi Stati e sognare la Madre Russia perduta, questi hanno preferito tentare il ritorno al passato, opportunamente sollecitati da Mosca, che vedeva in essi un utile attrezzo per implementare la politica del cosiddetto “estero vicino” (ovvero, la zona in cui il Cremlino avrebbe potuto mantenere un’influenza geopolitica) delineata già nei primi tempi di Boris Eltsin presidente. Di certo, il separatismo della Transnistria ha avuto come propellente l’eterna crisi di Moldavia e Ucraina, che anche prima di questa guerra erano i due Paesi più poveri d’Europa.
Se gli eventi seguissero lo scenario più temuto in Occidente, quello dell’annessione della Transnistria alla Russia, i timori per l’apertura di un secondo fronte della guerra in Ucraina prenderebbero subito concretezza. La Russia è in crisi sul Mar Nero, dove ha perso cinque delle tredici navi della sua flotta. Ma ha trasformato la Crimea, riannessa nel 2014, in una piazzaforte e da lì potrebbe rifornire di uomini e armi la Transnistria, minacciando da un lato la piccola e debole Moldavia e dall’altro attaccando Odessa, il vero ostacolo alla realizzazione della Novorossija così cara al Cremlino. Il dubbio vero e tutt’altro che secondario è questo: la Russia ha davvero la forza di battersi su due fronti così impegnativi, sapendo che un’ulteriore espansione militare provocherebbe, con ogni probabilità, il ripensamento dei Repubblicani Usa, che al momento ancora tengono bloccati gi aiuti militari all’Ucraina? Poche ore e lo sapremo.