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Capire l’eredità di Angela Merkel è molto difficile. Le elezioni di fine settembre segneranno la fine del quarto mandato della leader della Cdu come cancelliera. E inevitabilmente arriva il tempo dei bilanci.

Secondo molti esperti, l’addio della cancelliera non è quello auspicato da lei e dai suoi sostenitori. La “lady di ferro” della politica tedesca ha sempre dato l’impressione di avere la situazione sotto controllo e che la sua leadership, sia come figura chiave della Cdu sia come capo del governo, sembrava non avere eguali. Eppure anche Frau Merkel, astro di una politica tedesca che ha consegnato l’immagine di stabilità quasi granitica nei confronti di un’Europa in continua ebollizione, ha subito negli ultimi tempi colpi abbastanza duri. E questo tramonto merkeliano ha il sapore anche di un saluto amaro. La gestione della pandemia, soprattutto con alcuni lockdown, ha dato spesso l’impressione di non essere particolarmente fluida lasciando diffidenti molti tedeschi. Le alluvioni che hanno colpito il cuore della Germania hanno evidenziato inoltre un Paese ancora fragile di fronte alla furia della natura: elementi che in un elettorato attratto dai Verdi non sono certo secondari. E infine, a calare un’ulteriore ombra, c’è la scelta del successore, Armin Laschet, considerata dagli esperti come un clamoroso errore. I sondaggi più recenti confermano che la Cdu, per la prima volta dopo anni, potrebbe essere superata dai socialdemocratici dello Spd. E il fatto che il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, sia considerato da qualcuno come il vero erede di Merkel, è un segnale che non va sottovalutato.

La fine non particolarmente felice di un lungo periodo di potere non può sintetizzare i quattro mandati da cancelliera. E sarebbe ingiusto ridurre Angela Merkel all’ultimo tratto di strada di un percorso che l’ha vista ergersi dalle macerie del muro di Berlino fino al vertice della Repubblica tedesca. Tuttavia, il fatto che questa ombra sia calata come un velo nell’ultimo anno alla guida del Paese serve a squarciare per certi versi il velo di una eccessiva agiografia della leadership merkeliana. Ed è indicativa della difficoltà che sono insite nel giudicare la lunga stagione di cancellierato della leader cristiano-democratica.

In politica interna, la capacità di Merkel di guidare il Paese di fronte alle varie crisi che hanno colpito l’Europa si può considerare un lusso degno soltanto di una grande leader. Capacità evidenti, cui si aggiunge quella di aver creato l’idea della Grande Coalizione come esempio di governi di larghe intese stabili e senza essere considerati estranei all’elettorato. Per la Cdu, inoltre, la stagione di Merkel è anche quella in cui è stato evitato il crollo di consensi durante l’esplosione dei movimenti sovranisti, in particolare dell’Afd. E questa capacità di assorbire le derive più estreme della Germania si è vista soprattutto con la crisi dei rifugiati provenienti dalla Siria, quando l’aumento di episodi criminali da parte di gruppi di stranieri uniti all’esplosione di fenomeni di razzismo e antisemitismo ha fatto temere che il Paese potesse sprofondare in una spirale di violenza. Così non è stato, anche se non va dimenticato che il periodo merkeliano è anche quello in cui il terrorismo islamico ha colpito il popolo tedesco, e in cui sono apparsi per la prima volta segnali di ripresa di fenomeni neonazisti in alcuni apparati statali. La Difesa e le forze di sicurezza interna si sono mostrate lacunose, confermando non solo gli avvertimenti di molti esperti sulle difficoltà della struttura militare teutonica, ma anche i timori che Berlino non sia in grado di gestire né gli impegni esteri, né le sfide alla sicurezza nazionale e a garantire la sicurezza all’interno del proprio Paese.

Dal punto di vista economico, la Germania è stata il simbolo di un Paese connotato da forte crescita, basso tasso di disoccupazione e grande stabilità finanziaria. Anche se non mancano primi segnali di crisi specialmente nel ceto medio. E gli scandali finanziari e industriali (dal Dieselgate a Wirecard) hanno mostrato una Germania non così attenta alle pericolose derive della finanza e dell’industria nazionale. Macchie che, se non ledono l’immagine di una potenza economica, certamente svelano un lato oscuro che non può essere negato e che vanno di pari passo con alcuni segnali di difficoltà da parte della popolazione. Uno su tutti, il problema immobiliare e degli affitti.

Complesso anche il giudizio in politica estera. Angela Merkel ha tentato, soprattutto negli ultimi anni, di trasformare il peso economico della Germania in politico. L’esempio più prossimo è quello di aver “strappato” all’Italia la sede dei colloqui sulla Libia, ormai definiti non più dalla riunione di Palermo ma dai vertici che si tengono ciclicamente a Berlino. Una mossa che va messa insieme alla presenza tedesca nel dialogo sul nucleare iraniano, così come nella più delicata (per l’Europa) partita tra Russia e Ucraina. La Germania gioca una partita di inserimento nei Balcani e di armonizzazione tra le posizioni di Grecia e Turchia. E di recente si è anche addentrata nel settore della Difesa diventando un Paese estremamente attivo in Sahel e proiettato anche in altre aree di crisi fino all’Indo-Pacifico. Tutto questo senza considerare il peso specifico che in questi anni Merkel (e con lei la Germania) ha ottenuto in Europa. La leadership merkeliana è diventata fondamentale a tal punto che per molti anni è stata considerata proprio la cancelliera tedesca la vera padrona della politica europea, con Bruxelles che è apparsa quasi un protettorato tedesco invece di una capitale autonoma dagli interessi dei singoli Stati.

Ma di fronte a questi numerosi tentativi di prendersi la scena, la Germania di Merkel ha anche mostrato fragilità (e a volte miopie) che hanno svelato spesso un rovescio della medaglia sottovalutato. Molti esperti, ad esempio, segnalano che è vero che la cancelliera ha mosso le sue pedine per avere una Germania sempre più importante a livello strategico, ma questo non ha mai reso possibile avere una Germania davvero autonoma. Lo spiega Dario Ronzoni su Linkiesta. Legata agli Stati Uniti per la Nato, alla Russia per il gas e alla Cina per il commercio, la Germania si è dimostrata forte ma mai indipendente. E se tutto questo è stato sinonimo di multipolarismo, dall’altro lato non va dimenticato che Berlino si è trasformata a volte in territorio di scontro più che di potere. E in sede europea, molti critici puntano il dito sull’austerity promossa dai falchi tedeschi come complice (se non vera artefice) sia della crisi dell’Eurozona, sia dell’esplosione di movimenti euroscettici e centrifughi che hanno portato, ad esempio, alla Brexit. Discorso che può essere fatto anche con la questione commerciale, dal momento che la sovrapproduzione tedesca ha innescato crisi anche con gli Stati Uniti che hanno portato anche alle tensioni sui dazi minacciati da Donald Trump.

Analisi che lasciano aperti molti interrogativi e che non possono oscurare l’importanza di Angela Merkel nella storia più recente della Germania e del continente europeo. Ma sono domande che portano soprattutto a un’altra questione: qual è la vera eredità della cancelliera. La risposta potrebbe essere difficile ma è chiaro che se in Europa si guarda a Mario Draghi e Emmanuel Macron come coloro che potranno riempire il vuoto lasciato dalla leader tedesca, una risposta già l’abbiamo. Dopo Merkel, la Germania potrebbe non essere più la stella polare dell’Unione europea. E già questo è un dato che ai sostenitori della Cdu potrebbe far storcere il naso.