Mario Draghi contro Angela Merkel, sei anni dopo. Il 2015 aveva segnato la sostanziale fine dello scontro apertosi nei tre anni precedenti tra la Bce guidata dal banchiere italiano e il governo di Berlino, incentrato sulla necessità di avviare le politiche di stimolo culminate nel quantitative easing. Il 2021, invece, vede il nuovo premier italiano schierarsi al fianco di Emmanuel Macron contro la Cancelliera e la sua ex “delfina” promossa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sul caos della partita vaccinale che agita l’Europa.

I sospetti sulla Merkel

A Roma e Parigi si sospetta con forza che siano state politiche, prima ancora che sanitarie, le ragioni che hanno indotto la Germania a frenare la distribuzione del vaccino britannico AstraZeneca. Promuovendo un vero e proprio caos tra le campagne vaccinali dei Paesi europei, già in ritardo per le titubanze e le debolezze della politica della Commissione von der Leyen, che non ha evitato problemi di fornitura ai Paesi e tagli alle dosi da parte delle multinazionali del farmaco. Quasi a voler benedire la Brexit con cui Londra si è, di fatto, messa al riparo dal caos organizzativo di Bruxelles sui vaccini.

Germania e Francia, raccontano gli addetti ai lavori del potere romano, hanno fortemente premuto su Sergio Mattarella per poter avere Draghi come interlocutore a Palazzo Chigi. Sul caos vaccini l’asse franco-tedesco si è però incrinato e il nuovo premier italiano ha potuto trovare un interlocutore privilegiato in Macron per un cambio di passo. Possibile preludio a un dialogo italo-francese che Draghi intende porre in essere senza sensi di inferiorità o timori di alcun tipo, stabilendo bene interessi comuni e terreni di competizione.

Le convergenze possibili

Una scelta che, nota Tpi, “non potrà non avere ripercussioni anche sulla geopolitica europea e l’Italia già da tempo non vedeva l’ora di rinsaldare i rapporti con la Francia, reputata più “gestibile” della Germania”: Parigi è sicuramente legata alla Germania dai solidi interessi bilaterali dell’asse franco-tedesco in campo industriale, tecnologico e militare, ma mantiene delle strutture da Paese mediterraneo, come la necessità di contare su un efficace sfruttamento del debito pubblico e una sostanziale ostilità all’ideologia del rigore. “In ballo oltre ai vaccini ci sono i soldi del Recovery che finora sono stati assegnati solo sulla carta” e la necessità di una posizione comune per evitare che i falchi del Nord inizino a pressare per un repentino ritorno alle logiche dell’austerità dopo la pandemia.

La questione dei vaccini è stata in un certo senso una cartina di tornasole sulle potenzialità che la Germania mantiene, e ha rafforzato, nel Vecchio Continente, di cui è diventato il punto di riferimento per le scelte in materia sanitaria e di organizzazione della risposta alla pandemia così come tra il 2010 e il 2015 lo era divenuto in materia di politiche fiscali e finanziarie. La Merkel ha rafforzato, con una sagace politica di mediazione, la centralità tedesca in Europa nell’ultimo anno, ma l’inizio del 2021 ha portato all’inizio di una fase di turbolenza interna al suo partito, la Cdu, e a diversi errori di valutazione che hanno avuto il loro apice nella campagna vaccinale. In un’Unione plasmata attorno alla Germania, un fallimento della Commissione è ipso facto un flop della Germania. 

Essendo emersa la consapevolezza del fatto che aver seguito fino in fondo Berlino sul fronte dello stop a AstraZeneca sia stato un passo falso, Italia e Francia intendono correre ai ripari, cogliendo questa palla al balzo. Draghi e Macron lo hanno capito, e l’asse venutosi a creare per bilanciare Berlino sta già avendo risultati operativi nella sinergia tra il commissario di Parigi, Thierry Breton, e il titolare del ministero dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti per dare un retroterra industriale alla politica vaccinale comunitaria.

Draghi l’americano

Contenere l’egemonia tedesca, ora come ora, può essere nell’interesse italiano e francese, ovvero di due Paesi desiderosi di mettersi nella migliore posizione per approfittare dell’interregno che si aprirà in autunno, quando la Merkel passerà la mano al suo successore dopo sedici anni di governo. Ed è certamente nei desiderata degli Stati Uniti, di cui Draghi è ritenuto un ferreo alleato già dai tempi della Bce. Nei giorni della nascita del governo, l’attuale sottosegretario addetto alla programmazione economica Bruno Tabacci ha ricordato il filo diretto che univa Barack Obama a Draghi in quegli anni, e freschi nel ricordo di molti sono gli elogi tributati a Draghi da Donald Trump.

Diverse nomine del governo Draghi e le prime scelte operative segnalano la volontà di presidiare l’allineamento atlantico del Paese, benedetta dal Quirinale: Giorgetti è il “pontiere” tra la Lega e gli Stati Uniti, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola sono i principali esponenti della corrente atlantista del Pd, la nomina di Franco Gabrielli ai vertici dei servizi segreti segnala la volontà di riportare l’intelligence nell’alveo e nei tradizionali riferimenti internazionali del Paese. E un sottofondo a stelle e strisce si può leggere anche nella bozza del piano italiano per il Recovery Fund in materia di tecnologia e innovazione.

La cooperazione industriale sul vaccino Pfizer-Biontech non inganni: Washington è infastidita dal protagonismo politico tedesco, dalla sua tresca economico-politica con la Russia, dall’ambigua scelta di plasmare la competizione con la Cina secondo i propri desiderata, dall’accelerazione che la Merkel ha chiesto a Macron sulla sovranità digitale europea. Anche nell’era Biden ne vuole ridimensionare il potere, ridurre il peso specifico. L’Italia torna dunque centrale come “perno” atlantico interno all’Unione europea dopo che, nella fase finale del governo Conte II, l’appiattimento di “Giuseppi” sulla Merkel aveva portato Joe Biden, nel suo calcolo, a ritenere l’esecutivo una succursale tedesca.

Il passo falso tedesco sui vaccini AstraZeneca, paradossalmente avversario comune di Washington e Berlino, e gli errori della Commissione hanno cambiato le carte in tavola. Parigi e Washington sembrano ora i maggiori riferimenti di Roma: due capitali tra cui Draghi dovrà sapersi muovere avendo ben chiaro l’interesse nazionale italiano, ovvero la possibilità di ottenere un reale potere decisionale nei tavoli operativi in cui si determinano le future politiche del Vecchio Continente. Per spezzare l’assedio dei rigoristi e, in prospettiva, essere punto di riferimento per quei Paesi dell’Europa meridionale che troppo spesso vanno in ordine sparso ai tavoli decisivi dell’Unione.

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