Nel corso degli ultimi anni Fratelli d’Italia ha costruito una serie di alleanze e relazioni internazionali che hanno aumentato la visibilità fuori dai confini nazionali per il partito di destra sociale guidato da Giorgia Meloni. Oggigiorno intento a testare la sua crescita politica anche sul fronte della maturazione di un consolidato e operativo network esteso oltre l’Italia, con punti di riferimento e prospettive di dialogo chiare, il cui periodico rodaggio è esercizio necessario per ogni formazione che abbia ambizioni di governo del nostro Paese.

Due le direttrici su cui Fdi si è principalmente incamminata: da un lato, quella che guarda all’Europa, alla ricerca della prospettiva per costruire una “terza via” tra le tradizionali famiglie politiche rappresentate a Strasburgo (popolari e socialisti) e le tentazioni barricadere di un’alternativa populista e sovranista che non è riuscita a prendere pienamento corpo; in quest’ottica il posizionamento di Fdi nel gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) ha offerto una sponda quando la formazione ha dovuto ripensare il suo posizionamento in seguito all’uscita dal gruppo dei Tories inglesi.

Dall’altro, Fdi ha costruito dei rapporti sempre più stretti dopo le elezioni politiche del 2018 e quelle europee del 2019 con diversi esponenti del Partito Repubblicano statunitense nel periodo dell’amministrazione Trump e, anno dopo anno, ha gradualmente assunto una postura di dialogo a tutto campo con Washington ritenendo una conditio sine qua non il mantenimento dell’alleanza con gli States anche dopo l’ascesa di un presidente come Joe Biden ritenuto sotto diversi punti di vista distante dalla visione politica del partito.

Due in particolar modo sono stati i momenti in cui l’ascesa di Fdi in campo internazionale è apparsa manifesta. E hanno entrambi coinciso con due importanti risultati personali per Giorgia Meloni. Il 5 febbraio 2020 l’onorevole romana è stata invitata a presenziare al National Prayer Breakfast”, evento annualmente organizzato dal Partito Repubblicano e a cui partecipò anche il presidente Donald Trump, pochi giorni dopo aver pronunciato a Roma uno dei discorsi chiave nella National Conservatism Conference 2020 dal tema God, Honor, Country: President Ronald
Reagan, Pope John Paul II, and the Freedom of Nations, a cui hanno preso parte numerose personalità del nazional-conservatorismo occidentale, tra cui Viktor Orbán e Marion Maréchal-Le Pen. L’iniziativa ha contribuito ad  accreditare la Meloni e Fdi come i referenti italian dei conservatori statunitensi, e a proiettare la leader della destra sociale italiana ai vertici del gruppo di riferimento in Europa. A settembre 2020, infatti, è giunto il secondo risultato di peso per la Meloni, nominata come presidente del gruppo Ecr che ha tra le sue formazioni di punta gli spagnoli di Vox e i polacchi di Diritto e Giustizia, ponendosi in prospettiva l’obiettivo di accogliere tra le sue fila Fidesz, partito di Orban.

Il modello di Fdi per l’Europa è quello della ricerca di un punto di convergenza tra la tradizionale destra liberale e quella sovranista, capace di mettere a sistema le diverse anime dell’area evitando le pulsioni più estremiste e creando un progetto di rottura con i tradizionali bipolarismi che governano l’Europa. Diverse formazioni conservatrici o popolari stanno sentendo la necessità di una svolta di questo tipo. In Francia, ad esempio, in vista delle presidenziali nel campo della destra gollista si discute da tempo sul fatto che il candidato ideale da opporre a Emmanuel Macron sarebbe una figura capace di unire l’abilità di Marine Le Pen di parlare alle classi popolari, all’elettorato del Paese profondo, al pragmatismo di governo e alla difesa dell’identità dei valori repubblicani propri storicamente degli eredi del Generale. Un conservatorismo moderno, insomma, equidistante e capace di esser punto di convergenza tra i vari campi.

Tale progetto guarda in prospettiva alla possibilità di formare un gruppo politico a Strasburgo ben più coeso della sommatoria dei vari euroscettici e identitari che costituiscono la galassia di Identità e Democrazia, e si coniuga a un approccio realista nelle relazioni internazionali che ha evitato alla Meloni e a Fdi, nonostante la breve parentesi “bannoniana”, di restare spiazzati dalla fine dell’esperienza trumpiana. Già dal caso Soleimani Fdi ha mantenuto un sostegno critico agli Usa di Trump, e anche dopo il cambio di amministrazione non sono mancati i sorprendenti punti di contatto con l’agenda Biden. La presidente di Fdi ha recentemente aperto alla proposta del presidente Usa di riformare il settore della tassazione delle multinazionali e comprende che nella critica alla globalizzazione dei conservatori europei c’è spazio per un’intesa con il potere di oltre Atlantico che manifesta sempre più la volontà di evolvere la tradizionale governance dei sistemi globali mettendo, con sempre maggior forza, la politica davanti all’economia. Transizione imposta dalla pandemia e su cui ogni formazione della destra europea deve profondamente riflettere: il vento nuovo inaugurato da Trump è rafforzato da Biden, e la realtà dei fatti, che formazioni come Nuova Democrazia in Grecia hanno capito, è che l’attuale fase sta portando a diventare mainstream molti temi su cui i critici della globalizzazione e del globalismo hanno a lungo battuto. Una ragione in più perchè formazioni come Fdi possano provare sempre più interesse a rafforzare i loro legami su scala internazionale. Qualora dovesse arrivare l’ora delle responsabilità di governo, questo impedirà loro di entrare da non conosciuti nella stanza dei bottoni.

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