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In principio c’erano Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Dallo scorso gennaio al gruppo dei Brics si sono aggiunti altri cinque membri: Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, ed Emirati Arabi Uniti. Altre nazioni sarebbero interessate a fare lo stesso passo. Dal Messico al Bangladesh, dal Nicaragua all’Algeria, dalla Nigeria alla Turchia, la lista appare particolarmente nutrita.

Negli ultimi giorni, tuttavia, i riflettori sono puntati sulla Serbia. In teoria, stando alle parole del presidente serbo Aleksandar Vucic, Belgrado ha bisogno di un percorso europeo, e l’adesione all’organizzazione dei Paesi Brics non sarebbe attualmente un’opzione possibile.

Allo stesso tempo, lo stesso Vucic è stato invitato a partecipare al vertice del gruppo, che si terrà a Kazan, in Russia, il prossimo ottobre, dichiarando che valuterà la possibilità di farlo. Questo, ovviamente, non significa che la Serbia farà il grande passo. È però possibile che, da qui ai prossimi anni, la nazione balcanica possa seriamente prendere in considerazione l’opzione Brics. Soprattutto se le tensioni con Bruxelles dovessero aumentare.

La Serbia e il flirt con i Brics

“L’organizzazione dei Brics, sebbene attraente per il popolo serbo, non è un’opzione possibile in questo momento, anche se le cose nel mondo cambiano molto più velocemente di quanto pensiamo”, ha detto Vucic nel corso di una recente intervista.

I due partiti di destra dell’opposizione in Serbia, Dveri e Zavetnici, hanno più volte chiesto l’adesione della Serbia all’organizzazione, così come il Partito radicale serbo (Srs) di Vojislav Seselj. Ricordiamo, inoltre, che Belgrado è candidata all’adesione all’Unione Europea, e che difficilmente Vucic spingerà per un’ipotetica rottura con Bruxelles in un periodo nel quale i dubbi superano le certezze.

La sensazione è che la Serbia potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio: proseguire con il percorso europeo o ripiegare sull’alternativa Brics? È lecito supporre che il leader serbo vorrà arrivare preparato a quel momento. Ben consapevole delle conseguenze di ogni scelta.

La spina nel fianco dell’Ue

La Serbia resta tuttavia una spina nel fianco dell’Unione europea. In primis perché, da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il Paese balcanico continua a navigare in una sorta di non allineamento che irrita Bruxelles (anche sul fronte sanzioni economiche). E poi, altro aspetto non trascurabile, a causa dei suoi legami, sempre più intensi, con Cina e Russia.

Per quanto riguarda Mosca, nel maggio 2022 il governo serbo ha firmato con Vladimir Putin un’intesa triennale per acquistare gas russo a condizioni vantaggiose, mentre, più di recente, e in ambito militare, la Serbia ha ottenuto dalla Russia il sistema repellente anti-drone.

Pechino, invece, investe da anni ingenti quantità di denaro sul territorio serbo – considerato dal Dragone ancora fondamentale ai fini dell’implementazione della Nuova Via della Seta in Europa orientale – e, nel 2022, ha ricevuto dal gigante asiatico il sofisticato sistema antiaereo cinese HQ-22.

Ebbene, l’Ue ha sempre considerato questi rapporti preoccupanti. Se non altro per il timore che Belgrado possa trasformarsi in una sorta di testa d’ariete nemica in una regione altamente instabile; sarebbe un problema non da poco, visto che c’è già l’Ungheria di Viktor Orban a far venire gli incubi a Bruxelles. Qualora, poi, Vucic dovesse veramente puntare sui Brics, a quel punto la rottura tra Serbia ed Europa sarebbe reale e, forse, irrecuperabile.   

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