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Politica

Tra storia e geopolitica, il Portogallo riscopre gli oceani come suo destino

Tra un passato glorioso ma lontano e un futuro da immaginare, il Portogallo riscopre la propria vocazione di Paese navigatore.
Portogallo

Il Portogallo fatica a raggiungere una stabilità in politica interna, come attesta (in parte) il risultato delle ultime elezioni. Tra un passato glorioso quanto lontano e un presente incerto, Lisbona è alla ricerca del suo posto nel mondo multipolare.  In Portogallo c’è un detto: ficar nas águas de bacalhau – restare nelle acque del baccalà –  per indicare qualcosa che si conclude con un nulla di fatto, senza conseguenze. I risultati della terza elezione legislativa in soli quattro anni potrebbero replicare tale esito. Eppure, alcune novità importanti ci sono state: la coalizione di centrodestra (AD) guidata dal premier uscente Luis Montenegro ha ampliato il distacco dal partito socialista, segnato dalle dimissioni del segretario Pedro Nuno Santos. La destra populista Chega (primo partito nelle regioni del Sud), ha registrato la crescita maggiore rispetto all’ultima tornata elettorale, diventando il secondo partito. Tuttavia AD non ha raggiunto la maggioranza assoluta e lo scenario più probabile è quello della formazione di un Governo di minoranza. Elezioni a parte, Lisbona è costretta a riprendere il controllo del timone per navigare più stabilmente nel mare mosso della geopolitica globale.

La traiettoria portoghese in politica estera è segnata dalle necessità del presente. Periferico nell’Unione Europea, ma centrale nell’area atlantica (con l’arcipelago delle Azzorre che sottolinea questa centralità), il Portogallo negli ultimi decenni ha sviluppato la sua capacità di ponte tra Bruxelles e Washington. L’atlantismo è conseguenza naturale, antecedente a quello di stampo americano: Madeira e Azzorre, sentinelle sull’Atlantico, sono testimonianze geografiche dell’esistenza marittima e ultime vestigia di un passato glorioso.

Nonostante i rapporti diplomatici ed economici storicamente positivi, specie dopo la restituzione di Macao nel 1999, i rapporti tra Lisbona e Pechino si sono giocoforza raffreddati. Tuttavia, in Cina cresce l’interesse per la lingua portoghese, vista come ponte verso Africa e Sudamerica. La lusofonia infatti, espressa attraverso l’azione del CPLP (Comunità dei Paesi di lingua portoghese), rappresenta uno strumento di soft power in grado di rafforzare l’influenza del Portogallo anche in ambiti quali l’energia, la cooperazione e la difesa. Non a caso, come affermava il grande poeta e letterato lusitano Fernando Pessoa, “la base della patria è l’idioma, perché l’idioma è il pensiero in azione e l’uomo è un animale pensante e l’azione è l’essenza della vita”. Con oltre 250 milioni di parlanti in quattro continenti, le previsioni stimano che entro il 2050 il portoghese sarà parlato da circa 350 milioni di persone.

Qui dove la terra finisce e comincia il mare

Navigare è necessario più di vivere. Si può sintetizzare con questa massima di Plutarco l’ascesa di una potenza che, a dispetto delle proprie dimensioni, occupò per circa un secolo un ruolo preminente nella storia mondiale. La geografia d’altronde, è sempre stata un’arma a doppio taglio, salvezza e/o maledizione. Non passò molto tempo affinché il neonato Stato-Nazione, liberatosi dal giogo islamico nel XI secolo, finisse per pensarsi Impero, lanciandosi verso l’ignoto, stretto com’era nel rettangolo di terra più a Occidente nel Vecchio Continente.

Nefasto fu il Marocco, dove nacque – battaglia di Ceuta, 1415 –   e tramontò – battaglia di Alcacer Quibir 1578 – l’avventura imperiale. Alla pari dei “fratellastri” spagnoli, i portoghesi non seppero sfruttare, se non come mera rendita, le ricchezze derivanti dalle conquiste, derubricando nei secoli successivi il passaggio dell’intera penisola iberica ad  un ruolo secondario nella storia. Con la disfatta di Alcacer Quibir seguiranno le umiliazioni, dall’unione alla corona spagnola del 1580 fino all’ultimatum inglese sulle colonie africane del 1890. La fine della monarchia, la dittatura di Salazar, la rivoluzione dei garofani e la decolonizzazione degli anni Settanta segneranno il lento cambiamento di prospettiva del Paese, rivolto per la prima volta interamente, volente o nolente, verso l’Europa. Un tradimento della propria vocazione atlantica. Un lascito importante della prospettiva geoeconomica portoghese è testimoniato dalle  feitorias, avamposti commerciali fortificati, antesignani delle moderne ZES. 

La riscoperta del mare con il piano d’azione “Mar Portugal” attesta il ritorno di una geostrategia marittima, o almeno di un tentativo in tal senso. Il progetto dell’estensione della propria zona marittima esclusiva, risalente al 2009, se approvato, raddoppierebbe la piattaforma continentale del Paese. Diverse le implicazioni commerciali del progetto: dall’estrazione mineraria allo sfruttamento delle risorse in generale per un’economia come quella portoghese che difficilmente ha goduto di stabilità. Soprattutto, Lisbona avrebbe finalmente la possibilità di rilanciare il suo peso geopolitico.

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