Sono passati poco più di due mesi dal vertice di Palermo e dal nuovo mini rimpasto di governo da parte di Al Sarraj ed a Tripoli, puntualmente, si torna a parlare di crisi politica accompagnata da tensioni anche sul fronte militare. Le carte del frastagliato quadro tripolino si rimescolano nuovamente nei giorni scorsi quando, più o meno improvvisamente, alcuni membri del consiglio presidenziale che coadiuvano Al Sarraj mettono in discussione la leadership dell’attuale capo dell’esecutivo. Una sfiducia a tutti gli effetti, o quasi. Una mossa certamente non passata inosservata in una Tripoli che inizia a vedere nuovamente messi in discussione i propri equilibri interni. 

Sullo sfondo i contrasti con i Fratelli musulmani 

A parlare di sfiducia ad Al Sarraj, reo secondo i suoi colleghi del consiglio presidenziale di una gestione del governo troppo accentrata, sono tre suoi vice: Ahmed Maiteeq, Fathi al Majbari e Abdel Salam Kajman. Tra i tre, il più famoso è il primo. Maiteeq viene spesso in Italia, parla correntemente italiano e prima di questa estate appare uno dei principali riferimenti della nostra diplomazia. Nel luglio del 2017 ad esempio, in occasione del primo forum italo – libico di Agrigento, lo si vede al fianco dell’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano a rappresentare il governo di Tripoli. Nello scorso mese di novembre è uno dei più attesi al vertice di Palermo. Questo perchè Maiteeq, pur essendo legato alla fratellanza musulmana, si costruisce negli anni la fama di moderato e, per di più, di rappresentate moderato di Misurata, la città Stato fondamentale per gli equilibri tripolini. Anche per questo motivo Haftar vede in Maiteeq un soggetto con cui poter dialogare. A Palermo il misuratino è in effetti presente, ma non ha il peso che ci si aspetta alla vigilia. L’Italia da qualche mese parla anche con l’est della Libia, in tal senso il suo ruolo appare ridimensionato. E forse, avviando una possibile crisi in seno al consiglio presidenziale, viole provare a battere nuovamente un colpo.

E, in tal senso, non sarebbe solo: “I vicepresidenti che contestano Sarraj sono tutti in qualche modo legati alla Fratellanza musulmana – fa notare ad esempio Alessandro Scipione, di AgenziaNova – che in Libia è ancora molto forte soprattutto a Misurata”. Dunque, sullo sfondo, ci sarebbe il sentore da parte della fratellanza di essere abbandonata. A Palermo si è ben capito come l’Italia abbia in qualche modo assecondato le velleità di Haftar, nemico dei fratelli musulmani, la stessa Turchia (principale sostenitrice della fratellanza) abbandona i lavori di quel vertice anzitempo. Che il clima a Tripoli si fa sfavorevole per la fratellanza, lo si intuisce anche dai recenti sequestri di armi provenienti dalla Turchia messi a segno da forze libiche. Adesso dunque, gli uomini legati ai partiti del cosiddetto Islam moderato chiedono il conto e non vogliono passare per le vittime sacrificate sull’altare dei contentini da dare ad Haftar. 

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Ma c’è anche un’altra questione, economica prima ancora che politica: “È curioso che il bubbone sia scoppiato quando il Consiglio di presidenza si è ritrovato con introiti superiori alle attese grazie ai migliori proventi petroliferi degli ultimi anni e le nuove riforme economiche”, fa notare ancora Alessandro Scipione. Su AgenziaNova il giornalista riporta nei giorni scorsi infatti la notizia che ben otto miliardi di Euro in più, rispetto a quanto previsto, saranno incassati da Tripoli grazie a migliori rendite petrolifere ed agli introiti della nuova imposta del 183% sulla vendita di valuta estera. La torta libica, già abbastanza stimolante per tribù e fazioni, adesso è ancora più grande. E nessuno vuole correre il rischio di rimanere tagliato fuori. Men che meno ovviamente la Fratellanza musulmana. Ecco dunque un altro passaggio che può ben far comprendere i motivi della crisi. 

Gli scenari futuri 

Con un Al Sarraj apparentemente indebolito ed un consiglio di presidenza in bilico, a Tripoli crescono anche le preoccupazioni circa la possibilità di una ripresa degli scontri. Tra agosto e settembre la capitale libica rimane infatti in balia delle battaglie tra fazioni e gruppi rivali per diverse settimane. Soltanto una tregua siglata con la mediazione dell’Onu, riesce a far tornare sotto controllo la situazione. Tra i protagonisti di quegli scontri, anche e soprattutto gli uomini della Settima Brigata, la milizia cioè che ha la propria base a Tahrouna, a sud di Tripoli. Scontri che poi, all’indomani del vertice di Palermo, riprendono sempre a sud della capitale libica anche se per poche ore. Nella serata di martedì, è proprio la Settima Brigata a farsi nuovamente sentire: in un comunicato, i suoi miliziani fanno sapere di voler rispettare il cessate il fuoco ma, al tempo stesso, indica nello stallo del consiglio presidenziale la responsabilità di eventuali nuovi scontri. 

Poche ore dopo, arrivano notizie di scaramucce sempre a sud di Tripoli. Non sembra un vero e proprio cessate il fuoco, ma adesso i tripolini sembrano avere nuovamente paura: “Ma per capire meglio la portata di questa ultima spaccatura – commenta ancora Alessandro Scipione, con riferimento agli scontri per adesso solo politici in seno al consiglio presidenziale – bisogna aspettare l’avvicinarsi delle prossime tappe della road map tracciata dalle Nazioni Unite, ovvero conferenza nazionale, referendum costituzionale, elezioni parlamentari e presidenziali”.

Le mosse di Haftar nel sud della Libia

E mentre Tripoli traballa nuovamente, ad est il generale e uomo forte della Cirenaica torna nuovamente alla carica sotto il profilo sia militare che politico. Haftar infatti, in questi mesi ha riorganizzato le sue truppe e dalle scorse ore appare proiettato ad estendere la sua influenza anche nel Fezzan. Proprio martedì sera il suo portavoce, Ahmed Al-Mismari, dichiara alla stampa il lancio di una vasta operazione nel sud della Libia volta a sconfiggere i gruppi terroristici. Proprio qui da mesi si registra una recrudescenza del fenomeno terroristico, con l’Isis ed Al Qaeda nel Magreb autori di numerosi attentati. Se Haftar riesce nell’intento di controllare buona parte del Fezzan, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali ed inerenti alla road map dell’Onu, per il generale tutto ciò rappresenterebbe un’altra importante prova di forza.