A cento anni esatti dalla firma del trattato che ha sancito definitivamente la perdita dei suoi territori d’oltremare, la Germania non riesce ancora a trovare la pace. Alcune ex colonie, in particolare la Namibia, hanno un rapporto controverso con la vecchia madrepatria, fatto di pochi alti, molti bassi e altrettanti scivoloni diplomatici che precludono seriamente a Berlino lo sviluppo di una strategia economica di successo nel Continente nero.

Le ferite del passato

Per capire a pieno che cosa sia stata l’influenza tedesca in Africa durante l’epoca coloniale è necessario fare un passo indietro, e volgere lo sguardo agli ultimi anni del XIX secolo. L’avventura africana della Germania, iniziata relativamente più tardi rispetto a quelle delle altre potenze europee, fu nondimeno di enorme successo: dal 1884 al 1918 il Reich tedesco fu in grado di costruirsi un impero coloniale dalle considerevoli dimensioni, all’epoca il terzo per importanza dopo Gran Bretagna e Francia. All’Africa del Sudovest (l’attuale Namibia) si unirono presto l’Africa orientale tedesca (sui territori degli attuali Tanzania, Burundi e Ruanda), il Togo e il Camerun, oltre ad alcuni possedimenti nel Pacifico. In ognuna di queste colonie vigeva un sistema misto, nel quale l’abilità imprenditoriale degli uomini d’affari tedeschi si univa a un piano ben preciso di conquista militare sostenuto dall’allora kaiser Guglielmo II, allo scopo di costringere le popolazioni locali a cedere terre e risorse in cambio di pochissimi (o addirittura nulli) tornaconti. Un esempio particolarmente tragico di questa strategia di espansione è costituito da quanto accaduto in Namibia tra il 1904 e il 1908, quando si stima che persero la vita tra le 30mila e le 100mila persone appartenenti a diverse tribù della zona come gli Herero, i Nama e i San. La loro opposizione al regime coloniale tedesco venne soffocata nel sangue attraverso la creazione di appositi campi di concentramento nei quali i malcapitati morivano di fame e di sete, o approntando estenuanti marce nel deserto destinate a non lasciare superstiti. Alcuni corpi vennero portati in Germania come trofeo, allo scopo di mostrare agli abitanti del territorio metropolitano in che modo fossero stati sconfitti i nativi: fino al 2011, le ossa e i teschi di alcuni di loro si trovavano ancora negli istituti di medicina legale di alcune università tedesche.

Gli errori del presente

Le successive vicende del XX secolo, e in particolare l’Olocausto e la Seconda guerra mondiale (uno dei primi governatori dell’Africa del Sudovest fu Heinrich Goering, padre del gerarca nazista Hermann), impedirono per molto tempo a questa situazione di venire debitamente alla luce: soltanto nel 2015, lo Stato tedesco ha intrapreso un percorso formale per definire le proprie attività in Namibia un genocidio, ma sino ad oggi non è ancora stata emessa alcuna dichiarazione formale di scuse. La ragione dietro a questo ritardo è fondamentalmente economica: attualmente Berlino non ha alcuna intenzione di ricoprirsi il capo di cenere per poi dover avviare un complesso programma di risarcimenti economici ai discendenti dei gruppi etnici colpiti, che in alcuni casi si sono da tempo costituiti parte civile contro il governo dell’ex madrepatria. Ancora nel 2004 l’allora Ministro per lo Sviluppo economico Heidemarie Wieczorek-Zeul affermava di essere “profondamente addolorata per quanto successo, accettando ogni responsabilità assieme all’intero popolo tedesco”, escludendo però al tempo stesso ogni eventualità di risarcimento, “non necessario poiché, ad oggi, il nostro Paese stanzia 14 milioni di dollari all’anno in aiuti alla Namibia”. Una retorica, quella del considerare gli investimenti economici nel Paese come una forma di riparazione, portata avanti con successo anche da tutti coloro che l’hanno seguita. Per Berlino, contano invece altri gesti: la restituzione della Croce di Pietra, un monumento fatto erigere nel 1498 dai primi esploratori portoghesi sulla costa namibiana, e la recente visita ufficiale effettuata da Daniel Günther, Primo ministro dello Schleswig-Holstein e presidente del Consiglio Federale (e in questo ruolo, quinta carica dello Stato tedesco). Sfortunatamente, quest’ultimo avvenimento non è andato come auspicato da Berlino: nel corso del suo viaggio in Namibia, Günther ha infatti dimostrato una profonda ignoranza della storia e della situazione attuale del Paese, arrivando a elogiare pubblicamente – dinanzi al Consiglio Nazionale di Windhoek – l’aiuto fornito dall’ex Germania Est – quindi, di un satelliste dell’Unione sovietica all’epoca noto per la sua violenta repressione di ogni forma di opposizione politica- alla sanguinosa lotta di liberazione messa in atto negli anni Ottanta dalla popolazione namibiana, rimasta fino al 1990 sotto protettorato sudafricano (e quindi soggetta alle medesime leggi dell’apartheid). Come se non bastasse, il politico tedesco ha inoltre incitato il presidente Hage Geingob e il suo governo a prendere misure per debellare l’annosa questione dell’assegnazione dei territori alla popolazione, “cogliendo l’occasione per rispettare la proprietà privata e aprire così agli investimenti stranieri”: uno scivolone notevole, considerato che in Namibia il problema ruota attorno alle inuguaglianze sociali (retaggio anch’esso dell’apoca coloniale) e non al mancato rispetto della sfera privata, mai messa in discussione.

Un sorpasso annunciato

Queste e altre gaffe, come il tentare di accelerare i negoziati per le scuse ufficiali soltanto in corrispondenza con determinate finestre nel calendario elettorale tedesco (un fatto occorso nel 2017), non hanno fatto che contribuire alla perdita di credibilità della Germania non solo in Namibia, ma per estensione in tutti i suoi ex territori africani, subendo un inevitabile sorpasso da parte di tutte quelle potenze (Cina, Russia, Usa ma anche Giappone ne Francia) seriamente impegnate nel continente. Neppure la creazione del Germany Africa Business Forum, focalizzato su startup e energie rinnovabili, sembra essere un passo decisivo in questo senso. Anche in Togo, il Paese del Continente nero più vicino a Berlino nel corso degli anni Settanta e Ottanta, si è registrato un vuoto diplomatico durato vent’anni, colmatosi soltanto in tempi recenti con l’instaurarsi di modeste relazioni commerciali. In Camerun, un contingente militare tedesco si è recentemente ritirato tra le polemiche, in quanto la missione, formalmente di addestramento per le forze locali, non era mai stata autorizzata dal Bundestag. E nell’ex Africa Orientale Tedesca, Ruanda in primis, le cose non vanno certo meglio: recentemente, Deutsche Welle ha dedicato un ampio reportage ai legami tra Berlino e Kigali negli anni Novanta, sottolineando come la Bundeswehr fosse al corrente del deterioramento della situazione politica ruandese preludio al terribile genocidio del 1994. Avvisaglie che, sembra, non furono però prese in considerazione dal governo tedesco.

Con tali premesse, non c’è da sorprendersi se la Germania, un tempo padrona di enormi porzioni di Africa, oggi si trovi in estrema difficoltà nel gestire gli Stati eredi del suo impero coloniale: la convinzione che gli aiuti allo sviluppo e una forte presenza di turisti di nazionalità tedesca nella ragione (ad esempio in Tanzania) non è sufficiente a nascondere, o ancora peggio, cancellare, una politica che al momento non si può evitare di definire inetta.

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