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Era il 10 aprile del 1971 quando gli atleti della Nazionale di ping-pong a stelle e strisce furono i primi americani a entrare a Pechino dall’ascesa di Mao, contribuendo a stemperare l’idiosincrasia politica e culturale tra Stati Uniti e Cina. Quella che i media ribattezzarono Ping-pong diplomacy era, tuttavia, la punta dell’iceberg di una raffinata strategia tessuta dal duo Nixon-Kissinger, che stava preparando l’istrionico momento del Nixon goes to China dell’anno successivo. Quell’anno immortalò una tendenza sempre più frequente nella geopolitica contemporanea, già intravista a Berlino nel 1936, e che avrebbe fatto dei campi sportivi una moderna arena, ove detonare o disinnescare tensioni altrove generatesi. Con obiettivi ed esiti differenti, la politica irruppe nelle Olimpiadi di Monaco del 1972 e, ancora, nel boicottaggio americano delle Olimpiadi in URSS del 1980, strategia di Jimmy Carter in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Il 2022 che sta per venire sembra condensare tutte queste tendenze pregresse, non solo per l’alta tensione che ammanta la geopolitica degli ultimi due anni, ma soprattutto in vista di due grandi eventi sportivi come la Coppa del Mondo FIFA in Qatar e le Olimpiadi Invernali di Pechino.

La FIFA World Cup in Qatar

Qatar 2022 prenderà il là il 21 novembre prossimo. L’evento da subito ha suscitato malumori e controversie, perché più che il calcio, qui è la location a suscitare disagio. Oggi, più di ieri, i campioni dello sport rivestono un ruolo morale nella società contemporanea: lo sport non vuole o non può più ignorare questioni legate ai diritti civili e politici nel Mondo, sui quali il Qatar zoppica e non poco. Lo abbiamo visto con il sette volte campione del mondo di Formula 1 Lewis Hamilton, che ha indossato un casco con i colori della bandiera LGBTI Pride Progress durante il Gran Premio del Qatar. Stessa cosa dicasi per la Danish Football Union, l’organo di governo del calcio danese, critica sul trattamento del Qatar nei confronti dei lavoratori migranti: secondo un recente rapporto del quotidiano britannico The Guardian, in Qatar sono morti più di 6.500 lavoratori migranti da quando il Paese si è aggiudicato il diritto di ospitare i Mondiali del 2022, di cui almeno 37 direttamente collegati alla costruzione di stadi.  Stesse criticità sono state sollevate a proposito dei diritti femminili, che nel Golfo viaggiano su un filo sottilissimo che con i lustrini copre i soprusi sulle donne comuni. Protagonista del fronte critico verso il Paese del Golfo è stata la nazionale di calcio britannica: dopo Norvegia, Germania e Olanda, anche l’Inghilterra si sta muovendo a riguardo, studiando come agire nei prossimi mesi, anche se boicottare l’evento resta fuori discussione, visto e considerato che David Beckham, il posh player inglese per eccellenza, ha accettato un lauto contratto di sponsorizzazione come testimonial del Mondiale.

Per il Qatar si tratta di un progetto sottile, volto a diversificare l’economia della nazione, ridurre la sua dipendenza dal petrolio e guadagnarsi l’influenza tra le nazioni occidentali. Per i critici, si tratta di sportwashing mescolato soft power, la via che un po’ tutte le nazioni del Golfo stanno perseguendo per ripulirsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. È in questa logica che deve inquadrarsi il vespaio di polemiche sollevatosi nel 2011, dopo l’acquisto della maggioranza del Paris Saint-Germain da parte della Qatar Investment Authority e la nomina di Nasser Al-Khelaïfi a presidente del club. Quest’ultimo, poi, lo scorso 20 aprile è stato confermato nel Comitato Esecutivo dell’UEFA, poi eletto presidente dell’European Club Association, al posto del dimissionario Andrea Agnelli.

Sulla strategia sportiva qatariota pende, poi, la complessa disputa regionale con i vicini Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non del tutto estranea al mondo del calcio. È stato solo nel gennaio 2021 che una coalizione guidata dai sauditi ha ristabilito le relazioni diplomatiche con il Qatar dopo un blocco economico di quattro anni come rappresaglia per i presunti legami del Qatar con gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani.

Manca ancora un anno all’evento ma le tensioni di certo non mancano.

Le Olimpiadi Invernali di Pechino

Le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 promettono altrettanto fulmicotone a partire dal 4 febbraio prossimo. E non solo per via dei complessi rapporti tra Stati Uniti e Cina-che risentono ancora dell’eco di Anchorage- ma perché il boicottaggio annunciato dal governo americano trascinerà nel dibattito l’Europa, la NATO, e l’intero Indo-Pacifico. Sul piatto della bilancia la politica cinese in Tibet, quella nei confronti degli Uiguri, la vicenda di Hong Kong e, non ultimo, il caso della tennista Peng Shuai, ancora avvolto nel mistero. Vi è poi, sotto la brace, la genesi della pandemia, la cui aura di riserbo e menzogne vizia, ormai, i rapporti con Pechino da quasi due anni.

La Casa Bianca ha affermato che nessuna delegazione ufficiale sarà inviata ai Giochi a causa delle preoccupazioni sulla situazione dei diritti umani, confermando però che gli atleti statunitensi potranno partecipare e avranno il pieno sostegno del governo. Gli Usa “pagheranno” per il boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi così ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian: “Dovrebbero smettere di politicizzare lo sport e di interferire con parole e azioni contro le Olimpiadi di Pechino, altrimenti mineranno il dialogo e la cooperazione tra i due Paesi in una serie di importanti aree e questioni internazionali e regionali”.

Non è una tattica nuova. Tre anni fa alcuni Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, avevano annunciato il boicottaggio diplomatico dei Mondiali di calcio russi dopo l’avvelenamento di Salisbury. Una scortesia diplomatica, annunciata, dunque, che tradisce la volontà di non chiudere totalmente quella Porta un tempo Aperta. Tuttavia, per gli Stati Uniti, sperare di ottenere un seguito di boicottaggi è pura utopia se consideriamo quanto la maggior parte delle democrazie liberali siano compromesse economicamente con il Celeste Impero.

I boicottaggi completi, come sostiene Anthony Faiola da tempo sul Washington Post, sono strumenti bruschi che spesso fanno poco danno alle nazioni boicottate mentre infliggono vero dolore ai boicottatori. Gli atleti di punta vengono derubati delle loro finestre di punta per la medaglia. A peggiorare le cose, si possono aprire amare spaccature tra i politici che le dichiarano e i concorrenti, funzionari sportivi nazionali, emittenti, sponsor aziendali e telespettatori nazionali che soffrono di tali decisioni. Mentre un boicottaggio in piena regola di Pechino 2022 sembra improbabile, alcuni gruppi di difesa uiguri e tibetani si stanno unendo per sollecitare un boicottaggio diplomatico con la campagna #NoBeijing2022. Ciò consentirebbe agli atleti di competere attenuando parte del soft power che può portare l’ospitare un’Olimpiade. I boicottaggi olimpici pare tendano a non funzionare. Quello del 1956 di Spagna, Svizzera e Paesi Bassi sull’invasione sovietica dell’Ungheria ebbe scarso impatto geopolitico. La maggior parte degli alleati europei di Washington non è riuscita a unirsi al boicottaggio dei Giochi di Mosca del 1980 da parte del presidente Carter, minando il suo obiettivo di isolare i sovietici. Stessa cosa dicasi per i boicottaggi nel 1980 e nel 1984. I sostenitori di questo approccio, dal canto loro, tuttavia, indicano che i boicottaggi sportivi legati alla vicenda dell’apartheid in Sudafrica negli anni ’70 e ’80 sono stati la prova che un tale approccio può svolgere un ruolo cruciale nell’applicare pressioni sui governanti di un Paese.

Da quando gli Stati Uniti hanno annunciato la loro ritorsione diplomatica, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Australia, Canada e Kosovo hanno seguito l’esempio. Giorni prima dell’annuncio degli Stati Uniti, i rappresentanti degli alti funzionari lituani avrebbero affermato che non avrebbero partecipato ai Giochi. Abbracciando ciò che alcuni critici hanno liquidato come una mezza misura, Joe Biden e altri leader potrebbero comunque essere vicini ad un risultato. I primi effetti, tuttavia, sono già visibili fra chi ha scelto di non seguirlo nella scelta: la Norvegia, regina degli sporti invernali, non si unirà agli Stati Uniti, né gli alleati della NATO Francia e Italia. Anche i governi dell’Europa orientale come la Polonia e l’Ungheria, con scarsi risultati in materia di diritti umani e desiderosi di corteggiare la Cina come partner economico, stanno ignorando il boicottaggio.

Difficile che, da qui a un mese, possano verificarsi nuovi colpi di scena. A Pechino, però, il mondo intero sarà al cospetto di Xi Jinping dopo due anni di pandemia e di politica estera aggressiva. Ciò che non hanno dichiarato i governi potranno farlo gli atleti? Chissà.

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