Il Partito Democratico si contraddice? Va bene, si contraddice: è un partito largo, fatto di moltitudini. O sarebbe meglio dire un caleidoscopio di posizioni difficilmente conciliabili? L’ultimo scontro interno, lontano dalle apparenti attenzioni della segreteria, si è consumato in Campania, con protagonisti il governatore Vincenzo De Luca e la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, di Santa Maria Capua Vetere.
Al centro della disputa c’è la richiesta dell’ex renziana di ferro di cancellare il concerto del direttore d’orchestra russo, Valery Gergiev, un putiniano doc, in programma a Caserta. Un gesto per dare un segnale netto contro la propaganda del Cremlino, secondo l’eurodeputata Pd da sempre focalizzata, in modo quasi ossessivo, sul tema. Ma De Luca ha risposto con un videomessaggio durissimo: non solo ha confermato il concerto, ma ha colto l’occasione per ribadire la sua visione del conflitto e quelle che ritieni le vere cause della guerra.
“Non ci voleva molto – ha detto il governatore in uno dei suoi celebri monologhi su YouTube – per capire che estendendo la Nato lungo tutto il confine della Russia prima o poi qualche reazione ci sarebbe stata”. Se da un lato riconosce la responsabilità di Mosca per l’invasione, dall’altro accusa l’Occidente di aver “creato le condizioni per questa invasione” con una politica di accerchiamento. “Oggi – ha aggiunto – il territorio occupato resterà occupato: non lo lasceranno mai più”. De Luca ha persino citato papa Francesco, che all’inizio della guerra aveva parlato di un’”abbaiare” della Nato “alle porte della Russia”. Il suo intervento è proseguito con una critica frontale al riarmo europeo, definito “una grande manfrina per alimentare l’industria bellica americana”. E ha concluso ammonendo sul riarmo tedesco: “L’unico Paese europeo in grado di armarsi davvero è la Germania. Complimenti ai grandi statisti dell’Occidente”.
Toni decisamente populisti e anti-Nato che stridono con la tradizionale natura del Pd pre-Schlein di garante moderato dei vari vincoli esterni, e ancora di più in contrasto con altre anime del Pd, come quella dell’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, cattolico ma convinto atlantista, o dell’ex spin doctor Filippo Sensi, promotore dei libri della professoressa Sofia Ventura, teorica di un liberalismo intollerante verso pro-Pal e disfattisti sull’Ucraina.
Ma Picierno, pur amatissima dai falchi occidentalisti de Il Foglio e de Linkiesta, dai terzopolisti e draghiani senza casa, non è uscita proprio indenne della vicenda. La sua richiesta di censurare Gergiev è stata criticata non solo dalla destra di governo, che preferisce il quieto vivere, e non solo dai filorussi espliciti, ma anche da Ivan Scalfarotto, esponente di Italia Viva, che ha ricordato come la battaglia contro l’aggressione russa non si combatta censurando arte e cultura. “Rischiamo di assomigliare pericolosamente a quelli che vogliamo giustamente combattere”, ha scritto su X.
Ma sono i precedenti, in fatto di propaganda e di influenze estere, ad aggiungere un altro elemento imbarazzante per Picierno: il sito olandese Follow The Money ha rivelato mesi fa che la deputata, insieme ad altri colleghi europei, ha incontrato in modo non proprio trasparente i rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank israeliano di estrema destra formato da ex militari che fa lobbying aggressivo contro le critiche internazionali a Tel Aviv. L’incontro, avvenuto a Bruxelles, è stato reso pubblico e spiegato solo quando gli olandesi hanno iniziato a chiedere spiegazioni.
Nulla di illegale, sia chiaro, ma giustificare un selfie sorridente con i lobbisti dell’Idsf parlando di semplice ruolo istituzionale nell’ambito della “lotta all’antisemitismo”, quando era chiaro che un’incontro del genere si poteva evitare, ecco, non mette proprio Picierno su un piedistallo ideale per dare lezioni di soft power.
Nel suo attacco a De Luca, peraltro, Picierno ha evocato la cosiddetta (e inesistente) “dottrina Gerasimov”, attribuendo all’omonimo generale russo l’elaborazione di un piano sistematico di guerra ibrida contro l’Occidente. Un mito che però gli esperti, a cominciare da Mark Galeotti (che per primo parlò di “Gerasimov Doctrine”), hanno ormai smontato: in realtà, Gerasimov scrisse un articolo descrittivo sui conflitti contemporanei, non una strategia ufficiale. La “dottrina” è un equivoco, amplificato dagli atlantisti più paranoici per vedere manipolazioni eterodirette in ogni export di cultura russa.
Il caso campano diventa così un prisma attraverso cui leggere le contraddizioni del Pd e, più in generale, della politica europea. Da un lato la spinta filo-ucraina, talvolta acritica, che sfocia in richieste di censura o in legami opachi con think tank estremisti; dall’altro un populismo nazional-cattolico che si sta ricavando spazi sempre più larghi per criticare la Nato e richiamare la pace, anche a costo di minimizzare o normalizzare le conquiste territoriali russe.
Nel mezzo, resta il partito delle “moltitudini”, incapace di parlare con una sola voce su temi cruciali come la guerra, la difesa europea, il ruolo della cultura. Un partito che, per voce di De Luca, sa essere spietatamente critico verso gli alleati occidentali, e che per voce di Picierno sembra invece considerare Gaza più una distrazione dall’Ucraina che un test morale. Una cosa è sicura: visti i doppi standard politici che si porta appresso, nonostante la rozzezza del governare, l’eurodeputata non può affibbiare etichette di propagandista proprio a nessuno.

