Pedro Sanchez e il governo spagnolo stanno, negli ultimi anni, costruendo una strategia di proiezione internazionale che garantisce al governo di Madrid un discreto margine d’azione e permette al titolare della Moncloa di espandere, gradualmente, il peso del Paese negli affari internazionali.
L’ultimo anno ha mostrato tutta la proiezione di Sanchez e del governo guidato dal suo Partito Socialista Operaio di Spagna (Psoe) in coalizione con un’ampia congregazione di forze autonomiste e di sinistra radicale.
L’Europa vista da Madrid
Per Sanchez l’attenzione al contesto internazionale e alla grande politica è al contempo frutto e conseguenza del lungo periodo passato al governo, dal 2018 a oggi: da un lato, per conquistarsi la rielezione il presidente del governo ha unito tutte le forze ostili alla possibile convergenza tra Partito Popolare e destra conservatrice di Vox scommettendo sulla chiusura della questione catalana e sul consolidamento delle riforme laburiste e progressiste per controbilanciare i nuovi venti nazionalisti che soffiano nel Paese. Questo ha indubbiamente contribuito a una situazione interna molto delicata e tuttora il futuro della scommessa del capo di governo resta incerta.
Dall’altro, l’esperienza maturata e la necessità di proiettare l’immagine di un governo operativo e in continuo rafforzamento si sommano a una chiara percezione degli equilibri globali e del ruolo della Spagna al suo interno.
Europa e Mediterraneo sono stati gli assi determinanti della sua politica e al contempo Madrid ha spinto per portare l’agenda degli organi di riferimento laddove era possibile spingerla verso i campi di suo interesse: ad esempio, spingendo molto sul tema della transizione energetica, che per la Spagna è un terreno vergine non essendo Madrid ancorata alle reti del resto dell’Europa continentale, e facendo muro contro qualsiasi ipotesi di ritorno a forme estreme di rigore.
In quest’ottica, nella “grande coalizione” tra Popolari e Socialisti Sanchez ha promosso, col suo partito ormai leader nel campo del centrosinistra europeo al pari di Partito Democratico e socialdemocrazia tedesca, l’idea di fare da cane da guardia della linea programmatica del proprio campo. Ottenendo in cambio posizioni decisive in Europa: le due ultime vicepremier di Sanchez, Nadia Calvino e Teresa Ribera, hanno lasciato l’esecutivo per ottenere ruoli apicali. Calvino è oggi la presidente della Banca europea degli investimenti (Bei), mentre Ribera sarà, nella seconda commissione di Ursula von der Leyen, titolare di un maxi-portafoglio che allo strategico fronte della Concorrenza unirà ambiente e transizione energetica. Insomma, dalle scrivanie delle due compagne di viaggio di Sanchez passeranno scelte che riguarderanno investimenti per decine di miliardi di dollari in infrastrutture, transizione energetica, digitalizzazione.
La Spagna e il Mediterraneo secondo Sanchez
Un peso maggiore per l’Europa del Sud nell’Ue vuol dire, al contempo, un rilancio del ruolo del Mediterraneo nella strategia spagnola. Tra Europa e Nato, in particolare, Sanchez ha interpretato l’ultima forma di quel “socialismo mediterraneo” che tra gli Anni Ottanta e Novanta contraddistinse l’azione di figure come Bettino Craxi, François Mitterrand, Felipe Gonzalez e Andreas Papandreou tra Italia, Francia, Spagna e Grecia. Una visione politica che a una chiara connotazione laburista e progressista sul fronte interno univa un realismo geopolitico sul ruolo dell’Europa nel Mediterraneo, verso il mondo arabo e nel dialogo con i Paesi dell’altra sponda del Grande Mare.
Europa e Mediterraneo come punti di riferimento prima dell’Occidente: Sanchez, come in Italia Craxi negli Anni Ottanta, ha prestato molta attenzione a dare questo riferimento alla sua politica. Nasce da questo l’attivo ruolo per esercitare influenza nell’estero vicino, anche a costo di scelte dolorose come l’apertura alla sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale che ha scontentato l’Algeria. Il governo di Sanchez ha, del resto, spinto sulla chiusura della questione catalana proprio per recuperare una regione strategica per la proiezione nel Mediterraneo e evitare una “mina” geopolitica interna. Scelta complementare all’accordo diretto con la Francia siglato nel 2023.
Al contempo, l’economia di trasformazione spagnola vive, anche se non soprattutto, di interscambio col mondo e dunque l’export del Paese, non escluso quello massiccio di automobili che guida l’industria nazionale, è garantito dalla sicurezza delle rotte marittime. In piccolo, una visione della strategia simile a quella italiana che ha portato Sanchez a enfatizzare la sicurezza dell’ambito mediterraneo, in cui vede “il cuore d’Europa”, come prioritaria per gli interessi del Paese e dell’Unione. A luglio il diplomatico spagnolo Javier Colomina è stato nominato inviato speciale della Nato per il fianco Sud. Un ulteriore segno della proiezione internazionale del governo Sanchez, che inoltre forte di fronte agli alleati occidentali di una linea coerente e ferma di sostegno all’Ucraina ha potuto permettersi un gradiente notevole di autonomia sulla crisi di Gaza.
Le mosse su Gaza
Tra il 2023 e il 2024 Sanchez ha duramente criticato l’escalation israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023. Inoltre, ha spinto dall’inizio per la linea del cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi e l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia che per primo, assieme a Papa Francesco, ha difeso molto in anticipo rispetto al momento in cui è diventata la linea dominante delle cancellerie internazionali.
Sanchez ha poi compiuto il passo di garantire il riconoscimento spagnolo dello Stato di Palestina assieme a Irlanda, Norvegia e, in un secondo momento, Slovenia per mandare un messaggio a Benjamin Netanyahu. Al quale, dopo le bombe lanciate da Israele sulla missione Unifil in Libano di cui la Spagna è uno dei maggiori contributori, ha assieme a Emmanuel Macron chiesto di fermare ogni forma di spedizione di armi.
Il senso della Spagna per la crisi di Gaza è chiaro: gli effetti regionali e la destabilizzazione che impone contribuiscono a rendere instabile quel quadrante mediterraneo su cui insistono gli interessi vitali di Madrid. A ciò si aggiunge la volontà di Sanchez di ribadire la storica vicinanza tra il socialismo mediterraneo e le istanze di pacificazione della questione israelo-palestinese, che in questa fase prendono le mosse del rifiuto contemporaneo dell’estremismo di Hamas e di quello nazionalista della destra xenofoba israeliana. Una linea che impone coerenza politica per essere difesa. E che mostra l’ampiezza della proiezione spagnola, che vive una fase di espansione della sua politica estera. E oramai gioca da grande sia in Europa che nella regione di riferimento.