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La fanfara mediatica che trasmette dispacci dalla Libia, assume ormai risonanza strategica. Siamo a ridosso delle elezioni europee; vecchi errori e nuove bugie rischiano di inquinare oltremisura le dinamiche interne alla UE, con riguardo particolare all’Italia, che del teatro libico è più che mai parte lesa.

Andiamo per gradi. Tutto il mainstream mediatico rimbalza l’eco del jetset sovranazionale, Onu in testa, secondo cui il generale Haftar è un golpista, intenzionato a destabilizzare una Libia consegnata dalla comunità internazionale al presidente Al Searaj.

Il nodo parte proprio da qui: il dilemma della questione libica, già centrale quando Gheddafi era ancora in carica, è sempre stato l’individuazione di una figura carismatica che potesse sostituirlo. Lo sapeva il Colonnello, che ci mise in guardia pochi mesi prima di morire, e facevamo finta di non saperlo noi, che di quel dilemma ne avremmo presto o tardi pagato le conseguenze.

Dal 2011 in poi se ne è parlato pochissimo, soprattutto presi dalla necessità di coprire il fallimento di Unified Protector, la missione Nato che ha portato alla fine della Jamahiriyya. La parola d’ordine per quasi un decennio è stata “basso profilo”, nella speranza che le cose si aggiustassero da sole, permettendo però nel frattempo ai nuovi predatori del forziere libico, di fare i propri interessi.

Oggi i nodi vengono al pettine, in uno scenario geopolitico sostanzialmente sfuggito di mano.

I governi occidentali (Stati Uniti, Germania, Francia e Italia su tutti) a partire da fine 2015, dopo aver appoggiato Tobruk e il suo uomo forte Haftar, con gli accordi di Skhirat hanno puntato sul governo di unità nazionale libico fingendo di saper trovare il bandolo della matassa. La carta su cui convergere è stata Fayez Al Sarraj, blandito come uomo della provvidenza, quando in realtà non ha mai contato granché.

Al Serraj come leader del Gna (Government of National Accord, il governo ufficialmente riconosciuto), già prima dell’offensiva di Haftar di questi giorni, controllava ben poco della Libia. Oltre alla capitale e alle aree di Zuwarah e Sabratha a ovest, aveva giurisdizione effettiva solo nell’area litoranea compresa fra Misurata e Sirte, con soluzioni di continuità frequenti: meno di 300 km di costa per una profondità non calcolabile.

Esterne al controllo di Tripoli sono rimaste per anni: tutta la Cirenaica in mano al Parlamento parallelo di Tobruk, con la sua mezzaluna fertile che va dalla costa a Kufra (1000 km a sud di Bengasi); il Sud in mano ai popoli Tubu, recalcitranti al potere centrale; l’Ovest a ridosso della Tunisia, dove i Tuareg non sono più vincolati dalle regole di Gheddafi e gli islamisti dilagano. In sostanza, circa l’80% della Libia universalmente riconosciuta.

Dal punto di vista degli equilibri interni, le cose per Al Sarraj sono state anche peggiori. Alba Libica, la coalizione che ha sostenuto fin dall’inizio il Gna a Tripoli, nasceva come federazione di gruppi fra cui brillavano i miliziani di Misurata e i Fratelli Musulmani, affiancati a loro volta da sigle islamiste come i Martiri del 17 febbraio di Bengasi e la milizia di Tripoli. Tra di essi si distingueva Ansar Al Sharia, gruppo jihadista responsabile dell’attacco all’ambasciata americana del 2012 e imparentata con Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).

In questi anni di interregno, il vero potere tripolitano è stato esercitato proprio da questa galassia di bande che, in cambio di una pace armata, ha permesso ad Al Serraj di essere rappresentante di uno Stato inesistente.

Gli interessi di un certo Occidente, sono stati palesi da subito. La Francia che ha voluto e iniziato la guerra del 2011, è entrata nel business libico regolando i conti con Gheddafi, che per 40 anni glielo aveva di fatto impedito. La guerra in Ciad negli anni ’80 e Ustica, sono riferimenti storici difficilmente contestabili.

Gli Usa di Obama (e della Clinton), nel tentativo di ridisegnare la mappa politica di Maghreb e Medio Oriente con le cosiddette “primavere arabe”, hanno avallato il progetto francese, ereditandone poi le conseguenze politiche.

La prima e più importante è stata proprio il patrocinio di Al Sarraj, unico orpello giuridico buono a giustificare la catastrofe seguita all’eliminazione di Gheddafi. Senza una spolverata di buoni sentimenti e richiami alla democrazia, il tutto ovviamente avrebbe funzionato meno.

In questo contesto, si inserisce la figura del generale Haftar, erede nebuloso degli apparati militari di Gheddafi e portavoce di una borghesia libica laica, desiderosa di ritrovare l’equilibrio e soprattutto il tenore di vita conosciuto con la Jamahiriyya, notoriamente superiore alla media araba (Paesi del Golfo esclusi).

Dopo un primo approccio favorevole durato quattro anni, Haftar è stato scaricato dall’Occidente in virtù dei suoi sponsor troppo scomodi. Benché ex uomo CIA, il generale ha goduto fin dall’inizio dell’appoggio di Egitto e Russia, partner troppo ingombranti per le cancellerie occidentali.

Troppo ingombranti, perché a guadagnarci davvero era solo l’Italia, coinvolta storicamente in Libia e in buoni rapporti proprio con Egitto e Russia. A qualcuno dunque deve essere venuto il prurito…

Il caso Regeni (paragrafo oscuro di questo lungo capitolo) s’inserisce proprio nel fosco scenario che vuole Roma improvvisamente litigiosa con Il Cairo e sempre più costretta a rinunciare ai privilegi ENI in Egitto e a condividere con Total, BP e Shell quelli nella nuova Libia.

In altri termini, anziché puntare sulla carta Haftar, politicamente scorretta ma in grado di incollare parte dei cocci del dopo Gheddafi, le potenze occidentali hanno puntato su una Libia rappresentata all’ONU da Al Serraji, ma sul terreno completamente smembrata. Questo ha permesso di redistribuire in sordina il tesoro energetico libico, con evidente danneggiamento proprio degli interessi italiani.

Gli uomini di Tobruk fedeli ad Haftar si sono opposti a lungo al riconoscimento del GNA e hanno continuato a rifiutare ogni compromesso con quelli che reputano da sempre i fondamentalisti di Tripoli. Solo la buona parola di Mosca, in distensione con la Turchia di Erdogan (sponsor dei Fratelli Musulmani, al potere a Tripoli con Al Serraji) avrebbe potuto risolvere politicamente la cosa, favorendo un accordo reale fra Cirenaica e Tripoli.

Nonostante l’intesa del 2017 e la mediazione russa, a cui non si è opposto un Trump desideroso di sganciarsi dai disastri dell’era Obama, la divisione sul terreno è rimasta tale. Di accordi reali non ne ha voluto sapere l’Egitto, che ha fatto della Cirenaica un protettorato, cuscinetto ideale per combattere gli odiati Fratelli Musulmani (ricordiamo a questo proposito che l’ex presidente egiziano Morsi, fatto fuori proprio da Al Sisi, era vicinissimo alla Fratellanza).

Più che l’impuntatura dell’Egitto però, la soluzione della crisi libica è stato impedita in Occidente. Come anticipato, a fronte dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, la Libia unita non serve a nessuno, tranne che all’Italia. Le prospettive di profitto maturate oggi nel Paese, non a caso, ai tempi di Gheddafi erano regolate diversamente. È facile intuire che sia stata proprio l’Italia a farne le spese.

Detto in termini più espliciti, l’unica vera soluzione alla catastrofe post-Gheddafi sarebbe stata giocare la carta Haftar, quando ancora era possibile farlo. Benché avanti con gli anni e dal passato controverso, aveva tutte le carte politiche e militari per rinsaldare un Paese sostanzialmente laico, coperchio di un continente demograficamente e socialmente esplosivo.

La politica internazionale reale è più cinica del “volemose bene” tanto di moda oggi, è ovvio, e nei corridoi della diplomazia profonda si è sempre saputo che solo un leader forte, conoscitore delle dinamiche libiche, avrebbe potuto rimediare al collasso e alla guerra civile permanente. Col suo codazzo di funzionari e ufficiali nostalgici di Gheddafi, Haftar era l’unica garanzia contro le derive islamiste di una Libia impossibile da amministrare se non con carota e bastone (soprattutto bastone), proprio come avveniva ai tempi del Colonnello.

La grancassa del politicamente corretto però ha raccontato altro, nascondendo la verità insabbiata tra le dune libiche: la nostalgia pubblica per la Jamahiriyya sarebbe stata l’ammissione di un enorme fallimento politico e militare. Tutti lo pensano, ma nessuno lo dice.

La realtà è più semplice di quanto sembri e proprio per questo, attualmente difficile da gestire: l’intesa Al Sarraj-Haftar è saltata non perché Haftar è un traditore, come sostiene il governo di Tripoli gonfiato dall’Occidente; semplicemente non poteva dare sviluppi, essendo il primo troppo debole e il secondo troppo scomodo. L’Lna di Haftar ha ripreso la guerra, forte di questa consapevolezza.

Proprio su questo asse ruota la posizione della Francia, madrina della guerra in Libia e biologicamente convinta che l’Africa sia roba sua. Capofila della rivolta anti-Gheddafi prima e sostenitrice di Al Sarraj poi, ha finito in queste settimane per appoggiare militarmente, proprio Haftar. Incredibile ma vero!

Il salto della quaglia di Parigi è l’ennesima prova di una strategia pragmatica dei cugini d’oltralpe, impegnati da secoli a curare principalmente i fatti propri: dopo aver chiuso il conto col Colonnello e intaccato gli interessi italiani in Libia (a cui le pagliacciate di Gheddafi, in fondo, facevano comodo…), sta provando a intaccare anche quelli degli altri partner occidentali, affatto contenti delle scelte unilaterali francesi.

Tutto questo in barba all’Onu, alla Ue e alla Natodi cui Parigi è membro atipico (l’atlantismo lo ha riscoperto proprio Sarkozy nel 2009, dopo decenni di “fai da te”).

La posizione francese dovrebbe insegnare molte cose; soprattutto che in politica estera chi crede troppo negli altri, rimane prima o poi col cerino in mano. Gli italiani, cintura nera di autolesionismo, dovrebbero capirlo più di altri.

A questo proposito, rimane da considerare il contesto storico in cui il bel suol d’amore oggi torna a far parlare di sé. Per strane congiunture astrali, a ridosso delle elezioni europee più importanti di sempre, il dramma libico riesplode con fragore. La guerra civile, seppur con intensità diverse, in realtà non è mai cessata dal 2011 in poi, ma giusto in queste settimane la Libia è tornata su nove colonne. Scherzi del destino…

Nemmeno a dirlo, il tema mediatico più rimbalzato è il rischio migrazioni di massa. I media mainstream per anni hanno ignorato il traffico di schiavi organizzato sul territorio del non-Stato Libia; nessuno si è occupato delle tonnellate di armi provenienti dagli ex arsenali di Gheddafi trasferite nel Sahel per alimentare l’islamizzazione dell’Africa. Oggi però, improvvisamente si parla di Libia come Paese distrutto, di porti non sicuri, di istituzioni assenti… Si è tollerata Al Ansar al Sharia al potere a Tripoli, ma al “dittatore” Haftar non si fanno sconti.

La soluzione libica non sarà mai possibile se non si vuole davvero. Contrariamente ad altre aree di crisi ingarbugliate (su tutti l’Afghanistan, ma anche la Bosnia degli anni ‘90), la radicalizzazione etnico-religiosa lascia il posto ad alleanze di affari più vicine alla criminalità che alla politica. La situazione libica appare irrisolvibile innanzitutto perché a tutti (Italia esclusa) è finora convenuto così.

Importante però è dire il contrario. “Dovremo assorbire i profughi” diranno i giornali, da una terra che in realtà ne ha esportati pochissimi dal Dopoguerra in poi. La pressione sull’Italia aumenterà nei prossimi mesi e tutto è dovuto ad una guerra contraria ai nostri interessi, su cui qualcuno spera di speculare.

In Libia succedono cose. Gli addetti all’informazione ne raccontano altre. Sciacallaggio o propaganda deliberata? Poco importa; le elezioni sono alle porte.