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La Libia è un po’ il Paese dei paradossi, uno scenario da cui tutto potrebbe a un certo punto apparire il contrario di tutto. Oggi infatti ad esempio la nazione nordafricana può “vantare” di avere in carica all’interno del suo territorio non uno ma ben due premier dimissionari. Uno Stato nei fatti fallito dopo il rovesciamento di Gheddafi ha dato vita a spaccature che hanno portato, nel corso di quest’ultimo decennio, ad avere governi ed enti più o meno ufficiali e riconoscibili in varie parti del Paese. Mai era però accaduto che la Libia fosse retta da due esecutivi prossimi a uscire di scena. Al netto di una situazione paradossale e vicina al grottesco, tutto questo sta comunque a indicare che qualcosa sta cambiando. È questa l’unica certezza nel bel mezzo di un marasma dove tutto è un’incognita.

Come si è arrivati all’annuncio delle dimissioni di Al Sarraj

Poniamoci per un attimo nei panni del premier libico Fayez Al Sarraj. Lui per un’intera vita ha lavorato come architetto, i suoi rapporti con la politica durante l’era di Gheddafi hanno riguardato solo consulenze di natura tecnica. Certo, il nome della sua famiglia non è proprio anonimo a Tripoli: il padre era molto vicino a Re Idris, i suoi antenati erano proprietari terrieri e hanno sempre avuto ruoli importanti nell’economia e nella società. Fayez è entrato nell’agone politico soltanto con le elezioni del 2014, risultando eletto nel collegio della capitale libica per il nuovo parlamento. Tutto ad un tratto, si è poi ritrovato a guidare il nuovo esecutivo uscito fuori dagli accordi di Skhirat del dicembre 2015. La sensazione è che l’incarico che lo ha portato alla ribalta politica e mediatica lo abbia subito prima ancora che accettato. Sulla poltrona di premier Al Sarraj doveva durare al massimo due anni e il suo ruolo era gestire un periodo di transizione prima di farsi da parte. Fatte queste premesse, ben si può comprendere quindi che il premier libico non abbia mai particolarmente amato quella poltrona. Che forse, tra i ricatti delle milizie, tra quelli dei suoi sponsor internazionali e, ultimo ma non ultimo, tra i guai portati dalla guerra scatenata da Khalifa Haftar per la presa di Tripoli adesso è possibile pensare che l’unico obiettivo di Al Sarraj è ritirarsi a Londra. Qui abita la sua famiglia, qui potrebbe tirarsi fuori da una vita contrassegnata dall’essere a capo di un governo che a fatica controlla il cortile del palazzo presidenziale.

Alla base quindi della scelta annunciata nei giorni scorsi di dimettersi il 31 ottobre, ci sono soprattutto motivazioni personali. Ma il percorso che ha portato all’emersione della volontà di lasciare l’incarico non è così limpido come si può pensare. Anche perché così come Al Sarraj ha subito la scelta di diventare premier adesso sta subendo quella di dimettersi. Non è stato lui a volere la nomina a primo ministro nel 2015, non è lui adesso a poter dettare i tempi per la sua uscita di scena. Il vero nodo sta nel fatto che il fronte tripolino, come dichiarato nei giorni scorsi dalla docente Michela Mercuri, si è sfaldato. Non che prima fosse coeso e unito, ma con il ritiro di Haftar da Tripoli avvenuto a giugno le fazioni e le milizie a sostegno del governo di Al Sarraj non hanno più trovato un collante. E così è iniziato un gioco politico con tanto di veti incrociati, defenestrazioni di ministri importanti (come quella, durata 72 ore, di Fathi Bashaga), annunci di rimpasti. Alla fine, complice anche la fase di dialogo iniziata tra il Consiglio di Stato di Tripoli (che sostiene Al Sarraj) e il parlamento di Tobruck (che non ha mai accordato la fiducia al premier libico), al pari dei colloqui in corso a Ginevra tra diversi attori libici, sono stati gli stessi sponsor interni e internazionali dell’attuale governo a decidere di chiudere l’era Al Sarraj. Dopo annunci di dimissioni e di passi indietro, il premier libico è stato poi costretto a mettere nero su bianco il suo addio.

Si torna a esportare il petrolio

Su cosa accadrà dopo il 31 ottobre, data annunciata per le dimissioni di Al Sarraj, non è ancora dato sapere. Probabilmente, è l’idea di molti osservatori in Libia e all’estero, l’attuale premier resterà per la gestione dell’ordinaria amministrazione. Occorrerà attendere la formazione di un consiglio presidenziale e di un nuovo governo per la definitiva uscita di scena dell’ex architetto tripolino. Attualmente sono due i tavoli aperti per arrivare a questo obiettivo. Uno è in Marocco, dove si sono riuniti i rappresentanti del Consiglio di Stato e del Parlamento, l’altro è in Svizzera. Le indiscrezioni danno per certi accordi volti a creare un consiglio presidenziale di tre membri, a fronte degli attuali nove, e un premier designato tra una figura esterna al futuro consiglio. Al contempo, sono sempre più insistenti voci circa nuove elezioni da convocare entro il marzo del 2021.

L’unica vera novità per adesso sul fronte politico è data dall’accordo per la riapertura dei giacimenti petroliferi, chiusi da Haftar il 17 gennaio scorso alla vigilia del vertice di Berlino. Ad annunciarlo è stato lo stesso generale in un discorso televisivo, il primo dopo diversi mesi di silenzio. Anche da Tripoli è stata confermata questa decisione: il vice premier Ahmed Maitiq ha fatto sapere che l’accordo raggiunto prevede la formazione di una “commissione tecnica congiunta” che avrà il compito di vigilare sulla gestione dei proventi dell’oro nero fino all’insediamento di un nuovo governo.

Le dimissioni del governo della Cirenaica

Per non farsi mancare nulla, la Libia al momento deve fare i conti anche con un altro governo dimissionario, quello guidato da Abdullah al Thani e stanziato ad Al Beyda. Si tratta dell’esecutivo appoggiato dal parlamento di Tobruck e che ha rappresentato in questi anni una sorta di autogoverno dell’est della Libia. Le dimissioni sarebbero conseguenza delle proteste della popolazione avvenute negli ultimi giorni, motivate da condizioni di vita sempre più precarie. Adesso anche in Cirenaica è stallo: Harchaoui, il più papabile successore di Al Thani, ha già rifiutato l’incarico, la sede al momento è vacante con il premier dimissionario al suo posto solo per l’ordinaria amministrazione.

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