Mentre si aprono le elezioni presidenziali in Russia, è bene tenere in mente alcuni dati fondamentali che misureranno l’ampiezza della prestazione di Vladimir Putin. Il mondo certamente non trattiene il fiato per capire chi sarà il vincitore: il presidente russo si avvia verso il quinto mandato e verso la proiezione al potere fino al 2030. Un orizzonte temporale che porterebbe, potenzialmente, Putin a raggiungere Iosif Stalin per longevità al potere. Il vincitore della Seconda guerra mondiale guidò l’Urss come segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1922 al 1953. Putin è stato primo ministro (1999-2000, 2008-2012) e presidente (2000-2008 e dal 2012 a oggi) ma sempre de facto leader del Paese anche nei momenti in cui non alloggiava al Cremlino.
Nel contesto di un governo che, con la guerra in Ucraina, da esempio classico demokratura si va trasformando in autocrazia di stampo asiatico il tema del consenso per Putin non è meno importante. E per questo andranno analizzate le performance delle elezioni su tre parametri chiave: percentuale di voti di Putin, affluenza alle urne, numero totale di suffragi per il capo dello Stato.
Si parte dai risultati del 2018. Putin ottenne il 77,53% dei consensi, pari a 56,43 milioni di voti, in un’elezione in cui l’affluenza fu pari al 67,50%, in aumento di 2,23 punti percentuali rispetto al 2012. Putin ottenne un numero di voti superiore alla maggioranza assoluta di 109 milioni di elettori registrati (51,77%). L’obiettivo ora è blindare il potere dando sfoggio di un consenso plebiscitario superiore a quello ottenuto sei anni fa. Nel frattempo la Russia è molto cambiata.
C’è stata, nel 2018, la contestata riforma delle pensioni che ha segnato un nadir relativo nel consenso putiniano; nel 2020 la pandemia di Covid-19 ha messo in luce il divario centro-periferia, provocando danni soprattutto nel 2021, anno in cui la Russia ha superato 300mila morti. Il governo ha reagito lanciando il suo vaccino Sputnik e somministrando oltre 187 milioni di dosi ai cittadini del Paese. La popolarità di Putin, superiore al 70% per anni secondo i calcoli del centro studi più attendibile della Russia, il Levada, scese tra il 2020 e il 2021 tra il 60 e il 65%. A rilanciarlo ci ha pensato il ralliement nazionalista seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Come ha ricordato Paolo Mauri su queste colonne, oggi oltre quattro russi su cinque approvano l’operato di Putin. Questo nonostante il decoupling dall’Occidente, le difficoltà della guerra in Ucraina, i lutti e i morti di due anni di conflitto. Su queste premesse Putin punta per andare oltre i risultati del 2018: portare alle urne più elettori, ottenere una percentuale più ampia e prendere più voti in termini assoluti certificherebbero un risultato positivo nella torsione plebiscitaria, quasi bonapartista, della politica russa che Putin ha assecondato. Riassorbendo quelle spinte centrifughe che, soprattutto nelle regioni orientali della Russia europea e nella Russia asiatica, avevano fatto uscire consensi dal suo movimento, Russia Unita, verso forze nazionaliste ancor più radicali come il Partito Comunista della Federazione Russa.
Le autocrazie hanno bisogno del consenso, lo cercano pervicacemente. E Putin fa di tutto per consolidarsi a questo voto. Con mezzi espliciti di ogni tipo. Diana Magnay su Sky News ha in quest’ottica ricordato che, da un lato, nella Russia mobilitata dal mito dell’operazione militare in Ucraina “a Boris Nadezhdin, l’unico candidato indipendente che ha fatto una campagna contro la guerra, non è stato nemmeno permesso di candidarsi” ma che, dall’altro, proprio la riconversione all’economia di guerra e il clima di mobilitazione possono aver contribuito a creare basi nuove per il consenso di Putin in quelle regioni ove nel 2020 Russia Unita era uscita più ridimensionata.
“Il denaro di questa economia militarizzata si sta riversando in regioni che tradizionalmente non ne ricevevano molto sotto forma di stipendi militari e pagamenti alle famiglie dei soldati”, nota Magnay, aggiungendo che la cappa della crisi economica che attende la Russia nel dopo-guerra per il crollo della produzione di beni di consumo e il ritardo tecnologico non si è ancora manifestata perché “il complesso militare-industriale sta lavorando a ritmo sostenuto, portando con sé occupazione e salari” e tenendo a galla un sistema in cui una nuova normalità alimenta un’approvazione per Putin che, seppur condizionata da fattori di partenza favorevoli, sarebbe errato imputare unicamente al clima repressivo. Putin vuole rafforzarsi nelle elezioni in tempo di guerra su tutti e tre i fronti dell’affluenza, della percentuale e del numero di voti totali. Per dimostrare che il richiamo nazionalista è fattore aggregante nella Russia odierna. E, in un certo senso, scacciare ogni possibile discussione su una successione al Cremlino a cui forse più di un boiardo stava pensando nei primi, complessi, mesi di guerra in Ucraina. Se ne riparlerà nel 2030. Quando il potere di Putin in Russia sarà longevo come quello di Stalin nell’Urss.