Il crocevia del potere in Italia sta nell’equilibrio tra le influenze del partito “atlantista” favorevole a un più stretto rapporto con gli Stati Uniti e un crescente gruppo di pressione che vede nel rafforzamento dell’asse con la Cina la strada maestra per l’interesse nazionale italiano.

Nell’ultimo anno Roma è stata epicentro di una triangolazione di influenze che, oltre a Pechino e Washington, ha visto coinvolti anche i sacri palazzi del Vaticano. La firma del memorandum di adesione dell’Italia alla Nuova via della seta cinese, la crisi di governo dello scorso agosto e i primi mesi del fragile esecutivo giallorosso hanno portato a una crescente esposizione dell’influenza dei vari “partiti” sulla politica italiana. La crisi del coronavirus e il dibattito sul futuro delle istituzioni nazionali, con o senza Giuseppe Conte alla guida del governo, rischiano di polarizzare con crescente forza questi partiti, trasformandoli in due cordate concorrenti per la conquista della stessa cima.

La battaglia dei giganti tra Cina e Usa si fa sempre più accesa sulla scia delle accuse di Washington a Pechino sull’origine del virus, segno della frustrazione statunitense per esser stati sorpassati dall’Impero di Mezzo nella risposta politica, economica e comunicativa alla situazione di crisi. A Washington e Pechino cresce la sensazione che l’Italia sia diventata sempre più contendibile: gli Stati Uniti temono che la posizione di forza esercitata sul Vecchio Continente possa deteriorarsi nel caso in cui la Cina acceleri sulla ripresa dal virus e riuscisse ad avviare una crescente proiezione economica, politica e strategica nella penisola. Al contempo, per Pechino l’unico Paese del G7 firmatario di un memorandum è cruciale e la presenza a Roma della Santa Sede, con cui le relazioni sono in continuo miglioramento, aumenta l’attrattività del Belpaese.

Indiscrezioni raccolte da editorialisti come Luigi Bisignani e sviluppi delle ultime settimane tendono a individuare in quattro uomini le figure chiave per lo sviluppo della crisi, attorno a cui i due “partiti” si muovono tra istituzioni, mondo economico e media: il premier Conte, il capo della task force per la ricostruzione Vittorio Colao, l’ex governatore della Banca centrale europea Mario Draghi e, ovviamente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Conte e Colao tra Ue e Cina

Conte e Colao sono in tal senso da considerare consustanziali, sostenuti dallo stesso campo. In cui vengono indicati gli esponenti dei due maggiori partiti di governo, Pd e Movimento Cinque Stelle, e da “padri nobili” del progressismo italiano come Romano Prodi, Paolo Gentiloni, Enrico Letta, oltre alla finanza lombarda e ambrosiana che guarda all’Europa e con essa all’Oriente. Un asse europeista e sinofilo, dunque, che avrebbe il suo punto di contingenza nel presidente del Consiglio. Che nei mesi è riuscito a risultare il premier firmatario dell’accordo con Pechino, a incassare il sostegno di Donald Trump dopo la crisi di governo tra M5S e Lega dell’agosto scorso.

Un trasversalismo che dimostra la capacità di inserimento di Conte nei palazzi romani, ma a cui poi ha fatto seguito un consolidamento dell’asse europeista e sinofilo. Non a caso Vittorio Colao, con la sua task force, è stata la “mossa del cavallo” di Conte per impedire un assalto politico alla sua figura e rappresenta una sorta di premier-ombra, una riserva in caso di compromissione della posizione dell’attuale premier. Il bresciao Colao è vicino al banchiere Giovanni Bazoli, suo concittadino e tra i maggiori fautori dell’apertura finanziaria a Pechino, e da ad di Vodafone ha contribuito in maniera sensibile ai rapporti tra la sua società e l’Oriente, via governo di Londra.

Prima della pandemia, infatti, Colao era intervenuto sul Corriere della Sera per chiarificare l’affidabilità della scelta britannica di non chiudere alla cinese Huawei segnalando come il Regno Unito fosse all’avanguardia su Europa e Stati Uniti sulla valutazione dei rischi della cybersicurezza, conquistandosi indipendenza sia dalle mire eccessivi dei cinesi che dai “consigli” molto spesso impositivi di Washington.

Draghi e Mattarella: staffetta al Quirinale?

Chi, invece, è considerato potenziale alfiere del partito “atlantico” è Mario Draghi, uomo delle istituzioni finanziarie stimato oltre Atlantico per la sua gestione alla Bce, dotato di solide credenziali in quanto a legami con gli Stati Uniti e apprezzato dal principale sostenitore della linea occidentalista, il centrodestra politico. Nel complesso del centrodestra, tuttavia, la Lega appare appannata agli occhi di Washington, mentre Fratelli d’Italia è una formazione ancora in crescita e in via di stabilizzazione definitiva; Forza Italia ha una storia di establishment più consolidata, ma ora come ora non appare eccessivamente esposta nel sostegno a un cambio della guardia a Palazzo Chigi.

Draghi, che gode del sostegno di numerose associazioni di Confindustria e potrebbe presto avere una spinta notevole dal gruppo Gedi targato Agnelli-Elkann, è però uomo avvezzo al comando e non abituato all’agone politico quotidiano. Risulta più probabile, dunque, immaginare un Draghi successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022 che vedere il banchiere romano calarsi nei panni di politico alla guida di un governo di unità nazionale. Vero è che la “pista atlantica” punta a incrociare il sentiero professionale di Draghi.

Lo stesso Mattarella potrebbe essere il vero arbitro della partita. Da tempo il Quirinale ha mostrato nervosismo per la carenza di unità nazionale nella fase di crisi e si è più volte intestato il compito di apparire la garanzia delle relazioni internazionali dell’Italia. Il Quirinale è solido nel sostegno alla Nato e all’Unione europea, ma ha compreso le necessità tattiche di costruire rapporti con la Cina. Per sua natura istituzione non partigiana, la presidenza della Repubblica può comunque far pendere l’ago della bilancia favorendo con la sua iniziativa o con i suoi poteri di moral suasion uno o l’altro dei due “partiti”. Le diverse figure sono impegnate dunque in partite di diversa lunghezza: Colao e Conte si vogliono consolidare sul breve termine, puntando a restare a galla dopo la fine della crisi sanitaria; Mattarella dovrà gestire l’attuale crisi e i futuri equilibri politici nella fase finale del suo settennato; Draghi guarda a una prospettiva più ampia ma è tirato per la giacca da chi lo vede, nel breve termine, leader di unità nazionale. Sullo sfondo resta la partita più importante della geopolitica mondiale, attorno al cui canovaccio si declinano anche le alleanze politiche nel nostro Paese.

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