È un potenziale cambiamento epocale: le elezioni europee di oggi possono stravolgere per sempre l‘Unione europea oppure restituire forza allo status quo.

Le variabili, che magari sono impazzite ma non del tutto indipendenti, le conosciamo: una è costituita dalla Brexit, rispetto alla quale le urne continentali possono qualcosa, ma fino a un certo punto, perché a pesare sono soprattutto le trattative tra le due parti, l’altra è rappresentata dalla performance elettorale dei sovranisti- populisti. Abbiamo davanti la più classica delle equazioni a due incognite. In caso contrario, lo svolgimento sarebbe semplice.

Il Regno unito, dopo anni di dibattito interno, ha già votato per il rinnovo del Parlamento europeo. I britannici non avrebbero dovuto neppure partecipare. I risultati, prescindendo dalla natura anticipata delle votazioni, arriveranno insieme a quelli di tutti gli altri. La premier Theresa May ha già annunciato le dimissioni, che saranno operative dal prossimo 7 giugno. Boris Johnson, per ottenere la leadership, sembra disposto a sgomitare, ma bisognerà verificare il responso elettorale. Poi, nel caso toccasse davvero a lui, potrebbe avere inizio la procedura che porta dritto alla Hard Brexit, cioè alla versione più dura, sotto ogni punto di vista, di questo distacco. La data è già stata individuata: il 31 ottobre, che le istituzioni sovranazionali europee lo vogliano o no, la Gran Bretagna saluterà.

Questa, almeno, è la strada indicata dall’ex primo cittadino londinese. Prima, però, c’è la possibilità di comprendere meglio cosa ne pensano gli elettori. Un segnale incoraggiante per Boris Johnson potrebbe, per paradosso, arrivare dal collasso del suo partito, quello conservatore. Se Nigel Farage e il suo Brexit Party, che è appena nato, come le rilevazioni pre-elettorali hanno suggerito, dovessero arrivare primi tra tutti, vorrebbe dire che i sudditi della Regina non hanno affatto abbandonato le velleità d’indipendenza dal resto del Vecchio continente. Qualunque sia l’esito, settantatré politici eletti in Uk per mezzo di questa turnata siederanno a Strasburgo e Bruxelles per qualche mese. Poi – come spiegato dall’agenzia LaPresse – gli scranni britannici verranno distribuiti sulla base del numero di abitanti presenti in ogni Stato appartenente all’Ue.

La Brexit è solo una delle preoccupazioni degli europeisti. L’ascesa dei sovranisti, per ora, rimane nell’insieme degli scenari ipotetici. C’è curiosità, oltre che necessità, di soppesare la portata complessiva di un fenomeno politico che sino a questo momento ha sia marciato sia colpito in maniera divisa. Questa volta è diverso: i populisti europei, per la prima volta nella storia politica continentale, possono remare nella medesima direzione. L’assalto è iniziato. Gli exit poll olandesi e irlandesi raccontano di come gli euroscettici possano essere stati sovrastimati negli ultimi tempi, ma non sono quelle le due nazioni cui si deve guardare per esaminare con contezza la stratigrafia elettorale e la forza elettorale di chi, questa Unione europea, la vuole modificare, partendo dalla stessa base.

La nazione principe di questa competizione, quella più simbolica, è forse la Francia di Emmanuel Macron e di Marine Le Pen. Se non altro perché a scontrarsi saranno due visioni del mondo, e dell’Europa, diametralmente opposte. I sondaggi, finché è stato possibile, hanno raccontato di una partita giocata sul filo di mezza percentuale. I popoli, comunque vada, stanno scegliendo il loro destino. E questa è sempre una buona notizia.