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In un’intervista per il quotidiano Il Riformista di Claudio Velardi, in cui viene descritta, nel titolo, come «riformista doc che salva l’onore dell’Italia», la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno spiega: gli «scenari apocalittici» di cui parlano i pacifisti terrorizzati dalla guerra in Ucraina sono frutto della «propaganda» di Putin, la cui Russia è «un Paese in via di fallimento». Negoziazioni per mettere fine all’invasione? Nemmeno a parlarne, se prima non si parte dall’integrità territoriale dell’Ucraina. La quale, aggiunge Picierno, è «vicina a entrare nell’Unione».

L’ex renziana doc, amatissima dalla galassia del Terzo Polo e dai più rigidi atlantisti del nostro panorama politico, ha commentato così venerdì la decisione di votare in linea con i socialisti europei e i democratici americani e in rotta con i colleghi dem, quando il 19 settembre il Parlamento europeo ha confermato come previsto il sostegno militare e finanziario a Kiev. Una risoluzione non vincolante, vale a dire che esprime solamente un indirizzo politico, ma non impone nulla. E che però contiene un punto, il numero 8, che invita i Paesi europei ad autorizzare l’esercito ucraino a utilizzare i missili a lungo raggio in territorio russo contro obiettivi militari legittimi.

Su questo punto entrambe le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra italiane si sono spaccate, votando in modo indipendente rispetto ai loro gruppi europei di riferimento. Ma è il PD ad esserne uscito con la frattura più vistosa: diciannove parlamentari e quattro posizioni diverse sulle armi. Se la segretaria Elly Schlein avrebbe preferito un approccio cauto, dando l’indicazione chiara di votare contro il punto 8 in modo da venire incontro al crescente elettorato stanco della guerra, al momento del voto il partito si è diviso: nove hanno seguito l’indicazione di Schlein, in sei non hanno partecipato allo scrutinio, e in due (Elisabetta Gualmini e Pina Picierno, appunto) hanno votato a favore.

Nonostante il controverso punto 8 alla fine sia stato approvato con un’ampia maggioranza e sia stato incluso nel testo finale della risoluzione, votato dal Partito Democratico con l’eccezione di due pessimisti, l’Emergency Cecilia Strada e l’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che si sono astenuti, Gualmini e Picierno hanno rilasciato diverse interviste incendiarie: vantandosi di essere opposizione interna al PD, ribadendo il sostegno alla maggioranza Ursula e all’uso delle armi per colpire le basi russe senza esitazioni, e condendole con tutta una serie di dichiarazioni in stile film Marvel sulla lotta senza quartiere tra democrazie e dittature.

All’interno del PD il dibattito sul sostegno all’Ucraina è acceso e diviso. Il partito resta largamente ostile alla Russia e solidale con la resistenza ucraina, ma è arrivato al culmine lo scontro tra una segretaria Schlein che ha imposto un approccio più equilibrato e a tratti ambiguo del suo predecessore Enrico Letta, enfatizzando la necessità di una soluzione diplomatica, e una minoranza molto forte sui social e nelle bolle editoriali che sceglie il massimalismo. Esponenti come Lorenzo Guerini, cattolico a disagio a sinistra, o come Debora Serracchiani o Marianna Madia continuano a sostenere fermamente il supporto militare senza esitazioni. Allo stesso tempo, figure come Andrea Orlando e Enzo Amendola chiedono una critica più incisiva contro il Governo italiano e l’Unione Europea per la mancanza di iniziative diplomatiche. Lo fanno da una posizione certo non pregiudiziale contro l’Ucraina, ma di realismo per come sta andando la guerra.

Recenti votazioni hanno visto il PD astenersi sia su risoluzioni del Terzo Polo (favorevoli all’invio di armi) sia su quelle del Movimento 5 stelle (contrarie), evidenziando fratture che hanno a che fare col modo di concepire la geopolitica e le alleanze fondamentai dell’Italia. Peppe Provenzano, responsabile Esteri della segreteria, è tra quelli più insofferenti col protagonismo dei ribelli ultra-atlantisti: «Accreditare un cambio di linea sul sostegno all’Ucraina, come ha fatto qualcuno nel partito per ragioni di posizionamento interno, è grave e irresponsabile», ha detto. Mentre Guerini è tra quelli che, insieme a Picierno, si dice convinto del fatto che «in politica la moneta cattiva scaccia quella buona, e se il PD va sul terreno della demagogia perde». Con un riferimento ovvio al M5S di Giuseppe Conte, campione dei non interventisti.

Se le riviste di area neocon come Linkiesta continuano a spalleggiare Picierno descrivendola come un’eroina solitaria in un paese di cordardi, ai quali “il midollo del leone continua a mancare” (copyright Mario Lavia), i sondaggi però sembrano dare ragione a Schlein. Stanchi della guerra, gli italiani si sentono lontani dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. In un anno il supporto all’assistenza a Kiev è sceso dal 47% al 29%, dice una rilevazione di Ilvo Diamanti. Contrari in particolare gli elettori di Lega, FdI e M5S. Poco meno di un elettore PD su due è sicuro che sostenere Kyiv sia la scelta giusta, ma non viene specificato fino a che punto si estenderebbe quell’aiuto.

La risposta di Picierno al povero presidente del PD siciliano Antonio Ferrante in uno scambio su X andrebbe ritagliata per quanto è indifferente a questi segnali: «Non potremo mai pensarci vincenti se non ci diamo una linea, quale che sia», aveva scritto Ferrante, commentando un’intervista di Gualmini in cui il voto contro Schlein diventava motivo di vanto. «Rivendico il diritto di dire quello che penso su questioni cruciali», è intervenuta Picierno, «da cui dipende il futuro del nostro continente; rivendico il diritto di difendere la resistenza ucraina dall’invasione criminale di Putin… Le caserme si trovano altrove». Un monologo moralista, quasi in trance, per posizionarsi presso un segmento per lo più socialmediale. «Sottolineare il proprio dissenso con toni così moraleggianti dà il senso che il resto del nostro partito, a differenza sua, sia quasi pro Putin», è stata la risposta di Ferrante.

«Come pensa Picierno di ottenere, sul campo, il ritorno ai confini ucraini del 1991?», si chiede il blogger e analista militare Edoardo Fontana. «Puntare sull’improvviso crollo di una Russia in fallimento è piano già fallito nel 2022. E oggi i russi, lentamente, avanzano». Sembra essere una preoccupazione che si nascondeva anche dietro i copiosi fischi sopraggiunti a Riccardo Magi, leader di Più Europa, quando alla Festa dell’Unità riduceva la guerra in Ucraina a una questione di «diritto internazionale» e basta, senza sfumature. Quel pubblico «odia gli ucraini», ha commentato una mia conoscenza molto di sinistra, molto woke, perennemente a caccia del fascista sul Web, di fronte a quei fischi: del tutto radicalizzato sulla guerra, e incapace di voler leggere le tracce del malessere. Un malessere che seconda la parte del PD che continua a ragionare come un film degli Avengers o è causato dalle fake news di Putin e da nient’altro.

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