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“Il giorno in cui una nave della US Navy arriverà a Kaohsiung, sarà il giorno in cui il nostro Esercito di Liberazione Popolare annetterà Taiwan con la forza”. Non ha usato troppi giri di parole il potente diplomatico cinese Li Kexin durante un evento all’ambasciata cinese a Washington rivolgendosi agli oltre 200 ragazzi connazionali che studiano negli Stati Uniti e ai giornalisti presenti in sala. Il ministro dell’ambasciata cinese si riferiva ad un recente provvedimento del Congresso con cui è stato autorizzato alla flotta e ai funzionari militari di Usa e Taiwan di recarsi in visita nei reciproci Paesi.  Secondo il diplomatico cinese, qualora la US Navy dovesse visitare Taiwan, questo gesto sarebbe una palese violazione, da parte del governo taiwanese, della legge anti-secessione cinese. La legge anti-secessione è una legge della Repubblica popolare cinese approvata durante la terza conferenza del decimo Congresso nazionale del popolo. Il provvedimento è stato ratificato il 14 marzo 2005 ed è entrato in vigore immediatamente. Il presidente Hu Jintao, promulgando la legge, formalizzò quella che da sempre era stata la politica di Pechino riguardo all’isola, ovvero quella di considerarla come parte integrante del territorio cinese. E in questa legge, si fa riferimento proprio alla possibilità da parte del governo cinese di utilizzare “mezzi non pacifici” contro il “movimento indipendentista di Taiwan” in caso di dichiarazione d’indipendenza (che, in un’interpretazione elastica, si declina in ogni atto che possa configurare un atto ostile verso la Cina).

Fino ad ora non ci sono state prese di posizioni ufficiali da parte degli Stati Uniti e in molti si domandano quali potrebbero essere le reazioni da parte del Pentagono e della nuova amministrazione americana. Le uniche reazioni sono arrivate dal mondo politico, ma non dal governo. La questione di Taiwan è stata anche recentemente al centro delle discussioni fra Pechino e Washington con la famigerata telefonata tra The Donald e Tsai Ing-wen, presidente di Taiwan, dopo l’elezione del nuovo presidente Usa. In quell’occasione Pechino protestò vivamente per il gesto del nuovo presidente, che contrastava non solo con il principio “una sola Cina” che è da sempre il mantra della Repubblica popolare, ma anche con gli stessi accordi fra Cina e Stati Uniti, che dai tempi di Nixon hanno abbracciato questa politica cinese. La visita di Trump a Pechino sembrava aver dissipato alcune nubi nere all’orizzonte nei rapporti bilaterali, ma le frizioni su Corea del Nord, sul commercio, sul Mar Cinese Meridionale e ora su Taiwan, dimostrano come siano ancora molte le problematiche che separano Pechino e Washington.

Negli ultimi tempi, la Cina ha più volte manifestato l’intento di assicurare sotto la sua sovranità i mari contesi. Taiwan non fa eccezione, aggiungendosi a una diatriba che da decenni incendia la regione. La posizione di Taiwan, fra il Mar Cinese orientale e il Mar Cinese Meridionale, è emblematica dell’importanza strategica, oltreché politica, dell’isola. E Pechino non rinuncerà mai alla sovranità su quell’isola nonostante i tentativi del governo di Taipei di sganciarsi dalla Cina. La mossa del Congresso Usa di autorizzare l’approdo di navi americane nell’isola e di accogliere funzionari di Taiwan negli Usa, che in realtà risale a settembre, sembrava essere una mossa di facciata. Ma le parole di Li Kexin hanno dimostrato come da parte del governo di Xi Jinping non ci sia assolutamente intenzione di sottovalutare il problema. A conferma di questa preoccupazione di Pechino, nelle ultime ore le forze aeree cinesi hanno condotto una serie di ricognizioni nei cieli intorno Taiwan. Bombardieri H-6K, aerei da caccia Su-30 e J-11 e altri aerei di sorveglianza e rifornimento hanno sorvolato lo stretto di Miyako nel sud del Giappone e lo stretto di Luzon tra Taiwan e Filippine per “testare le reali capacità di combattimento”, ha detto Shen Jinke, portavoce dell’aeronautica militare cinese. Un segnale inequivocabile delle idee di Pechino.

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