Il “tour” di McCain nei Balcani

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Approfittandosi del dirottamento dell’attenzione internazionale sui cambiamenti in atto alla Casa Bianca e sulla presenza del segretario di stato americano Rex Tillerson al G7 di Lucca, il senatore John McCain la scorsa settimana ha iniziato un “tour” nella penisola Balcanica che questo lunedì lo ha portato in Serbia, dove ha incontrato il primo ministro Aleksander Vucic, da poco reduce dalle elezioni che hanno confermato la sua rielezione. Inoltre McCain, che è già stato in Slovenia e Croazia, proseguirà nei prossimi giorni alla volta di Kosovo, Montenegro e Albania.Il viaggio a tappe di McCain, che è a capo della Commissione del Senato per i servizi armati, ha un obiettivo solo: aumentare esponenzialmente la cooperazione militare tra NATO e paesi balcanici. O, per essere più corretti, aumentare l’impegno dei paesi dei Balcani verso la NATO.McCain infatti si è sempre espresso a favore del rafforzamento della presenza dell’Organizzazione atlantica nell’Europa orientale: fin da subito è stato uno dei sostenitori più accaniti dell’adesione di Croazia, Albania e Montenegro (in ordine cronologico di adesione) all’Organizzazione.Il senatore statunitense, parlando con Vucic, si è congratulato per l’impegno della Serbia nella lotta contro lo Stato Islamico, ma ha anche còlto l’occasione per mettere in guardia Belgrado dal “pericoloso vicino russo”. Russia che, secondo McCain, ha dimostrato la sua pericolosità quando a ottobre si è resa protagonista del tentativo di colpo di stato in Montenegro. Il veterano del Vietnam rappresenta a tutti gli effetti lo stereotipo del politico americano appartenente a quell’establishment a cui Trump, almeno durante la campagna elettorale, sembrava contrapporsi.Il primo ministro serbo appare però politicamente troppo furbo per cadere nel tranello del blocco occidentale. Infatti, come avvenuto durante la campagna elettorale, Vucic continua a non sbilanciarsi verso la NATO o la Russia, ma preferisce intrattenere rapporti di mutuo beneficio con entrambe, senza compromettere le relazioni né con l’Ue né con il Cremlino.Alle richieste di “maggiore cooperazione” da parte del senatore degli Stati Uniti, Vucic ha risposto che “nel 2016 ci sono state ben 8 esercitazioni congiunte” e che “altrettante sono fissate per il 2017.” Senza contare che nel 2016 le attività militari tra Serbia e NATO ammontavano a un totale di 127 operazioni sul territorio, come confermano i dati del BIRN pubblicati dal Balkan Insight. Non poche. Ma non abbastanza per McCain, che in ogni modo cerca di allontanare la Serbia dalla Russia per inglobarla nella sfera di influenza della NATO e, quindi, degli Stati Uniti.Il governo serbo al momento è in contatto, anche sul piano militare, sia con la NATO che con Mosca; ma il livello di cooperazione raggiunto con le truppe dell’Organizzazione atlantica è incomparabile rispetto al sempre più fittizio coordinamento che ha con il Cremlino. Inoltre, nonostante si opponga alle sanzioni contro la Russia che i leader occidentali vorrebbero imporgli di applicare, cerca da tempo di rimanere nelle grazie del blocco dell’Ue. Anche perché senza il supporto NATO – che attualmente ha schierate nel Kosovo 4.500 unità del KFOR (la forza militare internazionale della NATO responsabile di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo) – non riuscirebbe a mantenere la situazione sotto controllo a Mitrovica.Ma John McCain non deve dare per scontata la riuscita del suo compito. Perché per quanto Belgrado sia ora, senza dubbio, più vicina all’Unione europea che alla Russia, è necessaria una distinzione importante Perché in Serbia ci sono due attitudini differenti che, molto presto, potrebbero progressivamente dividersi e, inesorabilmente, scontrarsi. Da una parte c’è il governo serbo che con la politica di Vucic predilige da anni un atteggiamento neutrale che permetta di evitare qualsiasi tipo di scontro sia con gli alleati occidentali che con la Russia; atteggiamento che spesso lo ha portato a venire incontro alle richieste dei leader dell’Ue. Dall’altra, però, c’è un popolo che ricorda ancora bene, e non senza risentimento, i bombardamenti NATO del 1999 su Belgrado, Nis, Pristina, Kragujevac, Kraljevo, Valjevo, Novi Pazar e altre località, andati avanti per 78 giorni. L’obiettivo era fermare Slobodan Milosevic. Il risultato è stato raggiunto, ma con 3mila morti, 12mila feriti e 30miliardi di dollari di danni lasciati alle spalle. In altre parole, con un paese distrutto e un popolo in ginocchio.Vucic ha salutato McCain dicendo che “il senatore americano è sempre il benvenuto in Serbia”, ma ha concluso affermando che “la Serbia non intende essere legata a nessuna alleanza militare.” Sulla seconda affermazione i cittadini serbi sono probabilmente d’accordo. Sulla prima, con altrettante probabilità, assai meno.