In un contesto internazionale dove la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping sembrano riuscire a ottenere un successo dopo l’altro a discapito dell’influenza statunitense, la Casa Bianca prova nuovamente a presentare Washington – ai suoi vecchi alleati – come l’interlocutore più affidabile a cui legarsi. Ruolo che gli Stati Uniti stanno progressivamente perdendo a favore delle altre super-potenze mondiali. Anche per questo il segretario alla Difesa Usa James Mattis ha deciso di intraprendere un tour che ieri lo ha portato in Egitto ma che lo porterà anche in Giordania, Pakistan e Kuwait.
La cooperazione tra Stati Uniti ed Egitto cresce senza interruzioni particolari nonostante il congelamento di una parte degli aiuti militari in risposta alle violazioni dei diritti umani nel paese. E’ quanto ha dichiarato ieri il segretario alla Difesa Jim Mattis parlando ai giornalisti alla vigilia del tour in Medio Oriente e Pakistan, ma è anche quanto si intuisce dalla decisione del funzionaro statunitense di cominciare il suo viaggio partendo proprio dal Cairo. Successivamente Mattis parteciperà al vertice sull’antiterrorismo nell’Africa occidentale organizzato dal re giordano Abdullah II per poi recarsi in Pakistan, dove è previsto un incontro con il primo ministro Shadid Abbasi e i vertici militari del paese. Infine il tour del segretario alla Difesa si concluderà il 5 dicembre nel piccolo quanto rilevante Kuwait.
In Egitto Mattis ha incontrato ieri il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi e il ministro della Difesa Sedki Sobhi. Oltre a porgere le sue condoglianze per l’attacco terroristico della scorsa settimana a una Moschea sufi che ha provocato la morte di oltre 300 persone, uno dei temi caldi è stato il ripristino degli aiuti militari concessi dagli Usa all’Egitto. All’inizio dell’anno l’amministrazione Trump ha negato l’aiuto pari a 96milioni di dollari previsto per l’Egitto e rimandato gli ulteriori 195milioni accordati, misura presa in risposta alle violazioni dei diritti umani di cui è accusato il governo egiziano. Per quest’ultimo, però, la lotta al terrorismo potrebbe essere una buona occasione da cogliere per convincere Washington a ripristinare i fondi militari.
I riflettori comunque sembrano essere tutti puntati sul viaggio di Mattis in Pakistan, dove il tema principale sarà sempre la lotta al terrorismo: la differenza è che qui il capo del Pentagono vorrebbe riuscire a persuadere Islamabad a impegnarsi attivamente per distruggere quelli che vengono chiamati i “paradisi sicuri” dei terroristi. Gli Stati Uniti accusano da decenni il Pakistan di potreggere i talebani afghani, accusa sempre negata da Islamabad e che ha spesso compromesso notevolmente il rapporto tra i due paesi. Intanto gli attacchi con i droni sul territorio pakistano continuano e il presidente Donald Trump ha in più occasioni minacciato di aumentare l’intensità dei suddetti attacchi. Ma i bombardamenti degli avamposti dove si nascondono i terroristi non sono l’unica carta nelle mani degli Stati Uniti.
Se dopo il viaggio di Mattis non ci saranno elementi evidenti che possano dimostrare l’impegno di Islamabad alla lotta contro il fondamentalismo islamico, Washington potrebbe inserire il Pakistan nella lista dei paesi considerati sponsor del terrorismo o potrebbe addirittura infliggere sanzioni ai singoli leader pakistani sospettati di avere legami con i talebani. Gli Stati Uniti hanno comunque molto da perdere se i legami con Islamabad dovessero peggiorare ulteriormente: questo perché il Pakistan controlla le rotte di approvvigionamento militare degli Stati Uniti verso l’Afghanistan e, se decidesse di chiuderle come accaduto nel 2011, potrebbe compromettere in maniera significativa la capacità degli americani di raggiungere le proprie truppe in tempi brevi, dilatando conseguentemente le tempistiche di consegna degli aiuti per i propri soldati. Entrare in una spirale di diffidenza e tensione non conviene a nessuno dei due paesi: starà a James Mattis tentare di farlo comprendere anche alla leadership pakistana.
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