La (con rispetto parlando) “ruttata”, ovvero la dichiarazione enfatica e tutto sommato ridicola di Mark Rutte, segretario generale della Nato, è ormai un genere letterario, a partire da quel capolavoro assoluto, la Divina Commedia dei tirapiedi, che fu l’Sms a Donald Trump quando i Paesi Nato concordarono di arrivare al 5% del Pil (3,5% in armamenti e l’1,5% in infrastrutture) in investimenti per la Difesa, come ripetutamente chiesto dagli Usa e lui trovò modo di scrivere che “l’Europa pagherà e pagherà caro, è il tuo trionfo”.
Anche nelle ultime ore, però, l’immaginifico Rutte ha trovato modo di esibirsi con successo. A margine della ministeriale Difesa che si è svolta a Bruxelles, ha così discettato: “Gli aerei russi che sconfinano nello spazio aereo Nato non vanno abbattuti in ogni caso, ma solo se rappresentano effettivamente una minaccia”. E fin qui tutto bene, in apparenza. Il punto è che Rutte non dice questo perché pensa che scatenare la terza guerra mondiale per errore, o per un momento di panico ingiustificato, o magari anche solo per il comportamento tecnicamente sbagliato di un pilota russo, sarebbe in effetti una bella cagata. No. Troppo semplice. Come nei Promessi Sposi la sventurata rispose, così Rutte ha continuato a parlare. Dicendo questo: “Ma se non rappresenta una minaccia (il famoso caccia russo, n.d.r.), un’alleanza forte, e la Nato è molto più forte della Russia… siamo infinitamente più capaci della Russia e possiamo garantire che quell’aereo esca dallo spazio aereo. abbatterlo sarebbe un segno di debolezza”.
Quindi secondo Rutte, i 32 Paesi della Nato (di cui l’Italia è tra i soci fondatori), dagli Usa alla Macedonia del Nord, passando per Francia, Germania e Regno Unito, formano un’alleanza molto più forte della Russia. Cosa di cui siamo convinti anche noi, così come siamo convinti che la Russia (che lo sa bene quanto Rutte) non andrebbe a cacciarsi in una grana simile. Però, pur essendo molto più forti, tanto da non voler sparacchiare qua e là alla cieca per non sembrare deboli (in effetti sono i deboli che di solito sparacchiano per sembrare forti), dobbiamo spendere molto più di prima per comprare armi (3,5% del Pil) e costruire ponti e strade (1,5%) su cui possano transitare i carri armati. Per l’Italia, per fare un solo esempio, un raddoppio: dal 2-2,5% attuale a un 5% tondo tondo.
C’è una logica in tutto questo? No, non c’è. È una ruttata. Destinata come le altre a rafforzare una nostra convinzione: questo continuo gridare all’invasione russa prossima ventura (come se non bastasse quella del 24 febbraio 2022) serve a giustificare la corsa alle armi che, a sua volta, serve a rilanciare l’economia europea devastata dalle scelte sbagliate di questi anni, soprattutto quando si è deciso che, invece di placare subito la guerra in Ucraina (e la possibilità c’è stata, eccome) e poi fare i conti con la Russia, sarebbe stato meglio perseguire la sconfitta sul campo del Cremlino. Tre anni e mezzo dopo, eccoci qui a dar retta a Rutte, mentre la Russia non cede, l’Ucraina è un buco nero di sofferenze e distruzioni e ora ci attacchiamo all’idea dei missili Tomahawk per raccontarci che vincere e vinceremo.
All’orrore per la guerra scatenata da Vladimir Putin nel 2022, si aggiunge così la malinconia di sentirsi ripetere, come da tre anni e mezzo appunto, che la Russia è debole, i suoi generali tutti fessi, il suo esercito una mandria di cafoni. Mentre quello che era l’esercito più potente d’Europa già prima della guerra, cioè quello ucraino, con 250 mila uomini addestrati ad agire con le tattiche e le strategie Nato (Petro Poroshenko, predecessore di Zelensky, investiva il 6% del Pil ucraino allo scopo), sostenuto dall’intelligence americana ed europea, coordinato sul terreno da consiglieri militari occidentali, armato da tutti gli arsenali dell’Occidente, integrato da mercenari di mezzo mondo pagati con i finanziamenti occidentali, appoggiato dai giganti della tecnologia come Elon Musk e il suo Starlink, finanziato in ogni modo possibile e immaginabile, si è preso una sanguinosa tostata nella regione di Kursk (dove combattevano che i coreani, dalla nostra stampa trattati come scimmiette ammaestrate) e fatica a contenere l’avanzata russa in tutta la parte Nord di una linea del fronte lunga 1.200 chilometri. Ancora l’immortale Manzoni: “Così va spesso il mondo….. voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo“. O no?
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