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Politica

Torri Gemelle: siamo ancora “tutti americani”? Non lo eravamo neanche allora ma non avevamo il coraggio di dirlo

Un editoriale del Corriere della Sera sintetizzò bene il sentimento popolare, finendo anche per indirizzarlo in senso politico.
torri gemelle

Oggi è stata la giornata delle Torri Gemelle, come è diventata abitudine sintetizzare i quattro attentati che 19 terroristi arabi misero a segno negli Stati Uniti dirottando altrettanti aerei di linea e lanciandoli come missili contro i due grattacieli di New York e il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in Pennsylvania dopo l’eroico tentativo dei passeggeri di recuperarne il controllo. 2.977 morti in totale, dei quali 2.606 alle Torri Gemelle. E più di 9 mila soccorritori morti da allora a causa delle polveri tossiche respirate quel giorno. Una strage orrenda, durata anni. Inconcepibile allora e quasi incredibile ancora oggi. Oggi che è stata la Giornata delle Torri Gemelle come lo sarà sempre, di decennio in decennio, di generazione in generazione. Almeno finché resterà qualcuno di noi che ricordiamo con precisione assoluta dove eravamo e che cosa facevamo in quelle ore. Il sottoscritto per esempio in Armenia, con un aereo da prendere nella notte e, per la prima volta, terrorizzato all’idea di volare.

E però questi 25 anni ci hanno cambiati molto. Più noi che gli americani. Venticinque anni fa, lo ricordiamo tutti, il mantra era “siamo tutti americani”. Questo era il titolo e la sostanza di un famoso editoriale di un famoso giornalista, Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera. E come tutti gli articoli azzeccati interpretava perfettamente lo spirito di quelle ore. Ma… lo interpretava o lo dettava?

Oggi a sentir dire “siamo tutti americani” vien da rispondere: col piffero! Ma adesso son capaci tutti, c’è l’orrido Donald Trump che dà la caccia ai migranti, vuol ritirare la truppe dall’Europa proprio mentre c’è la guerra della Russia, se ne frega dell’Ucraina, si pappa il Venezuela, ci fa salire il prezzo del petrolio e della benzina con quella guerra folle contro l’Iran e poi promette 5 mila dollari a chi vota il suo partito. ci sono i sondaggi che dicono che solo l’11% degli europei ancora considera gli Usa un Paese alleato. Chi vorrebbe autodefinirsi, adesso, americano?

Il problema vero è che tutti americani lo eravamo col piffero anche venticinque anni fa. Ma allora non avevamo il coraggio di dirlo o la lucidità per capirlo. E ne avremmo avuto la dimostrazione quasi subito. Nel 2003 Germania e Francia rifiutarono di unirsi alla campagna angloamericana contro l’Iraq, giustificata a suon di balle e comunque pretestuosa perché il rivoltante Saddam Hussein non solo non aveva armi di distruzione di massa ma, soprattutto, non c’entrava nulla con l’11 settembre. Ricordate le critiche, gli insulti, le beffe a carico del presidente francese Jacque Chirac e del ministro degli Esteri Dominique de Villepin? E perché nessuno scrisse “siamo tutti iracheni” quando fu chiaro che l’invasione stava provocando centinaia di migliaia di morti innocenti tra i civili?

De Bortoli, allora, colse bene il sentiment popolare. Tutti erano a dir poco scioccati all’idea che un colpo così forte potesse essere sferrato ai danni della potenza americana super-armata e super-protetta da un apparato senza uguali di servizi di sicurezza. Era, in un certo senso, la fine del mondo, o qualcosa che molto le somigliava. E infatti nell’editoriale risuonava l’affermazione: “È tutta la civiltà sotto attacco”. Tutta? Civiltà? Perché? Perché i morti erano di passaporto americano, anche se in realtà i Paesi d’origine delle povere vittime erano 77? Quale civiltà anche “nostra” era ravvisabile nell’eterno maneggio americano dei colpi di Stato (Indonesia 1965, Grecia 1967, Cile 1973, Argentina 1967, o nelle invasioni (Grenada 1983, Panama 1989)?

Nell’articolo di allora si notavano anche “le inqualificabili manifestazioni di giubilo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi”. Inqualificabili è poco, ma di nuovo: di fronte a qualunque morte di civili inermi. Epperò risulta (risultava) così difficile capire che alla base di quelle “manifestazioni” poteva esserci anche il rancore per una potenza che, già in quegli anni, faceva di tutto per appoggiare lo Stato di Israele e la sua politica di occupazione dei territori? Nel 2000 gli abitanti israeliani negli insediamenti illegali erano già 200 mila. E poiché in quel periodo ci si avviava verso i colloqui di Camp David e la seconda Intifada, il governo israeliano (guidato da Ehud Barak, l’amico di Epstein) ricorse a una mossa astuta: non approvò ufficialmente alcun nuovo insediamento ma fece costruire nuove abitazioni in quelli vecchi, allargandoli. È quella politica, subito dietro il fanatismo assassino dei terroristi di Hamas e di Hezbollah, ad aver portato in questi anni ai grandi massacri di Gaza e del Libano. E di nuovo: dovremmo, avremmo dovuto sentirci parte di questa “civiltà”?

No, grazie. Il ribrezzo per Osama bin Laden, i capi di Hamas e i loro pari non basta a farci confondere l’interesse nazionale degli Usa con una qualche indistinta civiltà. Nè il lutto e il rispetto per le innumerevoli vittime di questo giorno, che resterà scolpito nella storia, basta a farci dimenticare le ancor più numerose vittime di tale famosa civiltà, vittime che non hanno nemmeno un giorno sul calendario per essere ricordate.

Riferimenti

Per l’editoriale di De Bortoli: https://www.corriere.it/esteri/21_settembre_09/siamo-tutti-americani-100ae6be-1155-11ec-a833-233e7ea760f4.shtml?refresh_ce

Per i rapporti Epstein-Barak: https://it.insideover.com/guerra/epstein-files-cosi-ehud-barak-voleva-cambiare-la-demografia-di-israele.html (e altri articoli di Roberto Vivaldelli per InsideOver)

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