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I democratici statunitensi sono alla disperata ricerca di un leader in grado di battere Donald Trump. A preoccupare sono sì le elezioni di medio termine, ma anche e soprattutto le presidenziali del 2020. 

Il modello clintoniano è fallito. Il rischio che i repubblicani finiscano per vincere entrambe le prossime competizioni elettorali è tangibile. Negli States si dice che i neoliberal abbiano chiesto a Barack Obama di mettersi a disposizione per analizzare ogni possibile candidato alla Casa Bianca. L’ex presidente starebbe ricevendo i potenziali avversari del Tycoon presso il suo studio personale. Come se le valutazioni della base militante non bastassero più. Come se servisse un guru in grado d’indicare una strada percorribile per uscire dal pantano. 

Il New York Times, nel frattempo che Obama coordina i colloqui per il futuro, ha analizzato le provenienze correntizie di coloro che si presenteranno agli elettori in autunno, quando i cittadini americani saranno chiamati a rinnovare parte del Senato, parte della Camera e parte delle amministrazioni e dei governatori statali. Ebbene: la grande maggioranza dei trecentocinque candidati dem continua a far riferimento alle aree tradizionali del partito guidato, almeno per ora, da Joe Biden. L’ex vice di Obama, però, è considerato da alcuni commentatori parte di un mondo politico datato e non capace di provocare quella scossa necessaria alla risalita. 

Non c’è traccia di un cambiamento radicale. Tranne, si intende, per il ‘caso’ di Alexandria Ocasio Cortez, che è stata in grado di trionfare alle primarie contro Joe Cowley nel distretto del Bronx. Quasi nessuno, a dire il vero, se lo sarebbe aspettato. Ma la ventottenne dem ha sbaragliato la concorrenza dell’establishment ottenendo la candidatura per il Senato. I neoliberal, dal momento successivo alla pubblicazione dei risultati, hanno iniziato a strapparsi le vesti: la Cortez è già stata insignita del ruolo di anti-Trump. Un compito complesso per un’attivista alla prima esperienza.

Quello che non le manca è il sostegno di Bernie Sanders, per il quale Alexandria Ocasio Cortez ha lavorato durante le scorsa campagna elettorale. Bernie ha il problema di Biden: per quanto la sua visione del mondo sia considerata più spendibile rispetto alle pressanti richieste della working class, rimane un uomo politico di una certa età. Niente a che vedere con la 

I democrat socialists, invece, sono una corrente piuttosto giovane. Bernie li sta guidando dall’alto, mentre esponenti nuovi tentano la scalata ai piani alti del partito. Abdul El Sayes ha trentatré anni e potrebbe divenire il primo presidente musulmano di uno stato americano: è candidato al governatorato del Michigan; Brent Welder, anch’esso sostenuto dal duo Sanders – Cortez, ha optato per un motto obamiamo: “Yes we Kansas”, ma rimane un’espressione dell’ala socialista; Ben Jealous è il capo della Lega nazionale per il progresso delle persone di colore e ha strappato la candidatura per il governatorato del Maryland. Anche da questi nominativi passa il destino politico degli ‘orfani’ di Hillary Clinton.

Sì, perché se i socialisti dovessero spuntarla nelle singole competizioni che li vedono protagonisti, allora Sanders potrebbe presentarsi davanti ai vertici dell’asinello con un pacchetto sostanzioso e un’argomentazione poco smentibile: per battere Trump serve un ritorno al socialismo reale. La Cortez, come notato dal Corriere della Sera, potrebbe essere il volto giovane da lanciare in ticket con l’esperto senatore del Vermont. Biden e Sanders, almeno per ora, restano i due nomi più citati dagli ambienti democratici come futuri candidati alla presidenza. “Selezioni” di Obama permettendo, s’intende. In caso di Sanders contro Biden, popolo versus élite diventerebbe anche il leitmotive delle primarie democratiche. 

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