Nella prossima primavera la guerra del Kosovo, culminata con gli accordi di Kumanovo nel giugno 1999 che hanno fatto seguito ai bombardamenti Nato, giungerà al suo ventesimo anniversario. Due decadi piene, in cui mai realmente la situazione è sembrata stabilizzata. Se è vero che il conflitto in senso stretto è durato 78 giorni, la pace però non ha mai raggiunto nemmeno un giorno di vita. Tra kosovari, di etnia albanese, e serbi le tensioni sono sempre latenti. Scontri, provocazioni e toni molti aspri riguardano sia i rispettivi governi che le due popolazioni. Belgrado non riconosce Pristina, non ha più sue forze nel territorio kosovaro proprio dal 1999 e spesso crescono i timori per la minoranza serba nel nord del Kosovo ed in particolare a Mitrovica. Dal canto suo, da quando nel 2008 ha dichiarato l’indipendenza, i vari governi kosovari spesso denunciano intromissioni ed ingerenze serbe. In questi giorni la tensione sembra in qualche modo acuirsi.

L’accusa di Belgrado: “Movimenti di truppe di etnia albanese nel nord del Kosovo”

Così come si legge su AgenziaNova, è direttamente il presidente serbo a lanciare moniti ed accuse pesanti nei confronti del Kosovo: “Ho informazioni – dichiara infatti Aleksandar Vucic – Di movimenti che truppe di etnia albanese stanno compiendo verso il nord del Kosovo”. La dichiarazione risulta pronunciata a margine di un incontro proprio con i rappresentanti serbi del Kosovo. “E’ possibile – prosegue poi Vucic – Che si muovano per prendere il controllo del lago di Gazivoda per mostrare i muscoli e per controllare la zona verde di transito al nord”. Accuse molto gravi, anche se non viene specificato quali siano i gruppi direttamente responsabili di questi presunti ultimi movimenti. 

Il nord del Kosovo è la zona dove risiede la gran parte dei cittadini appartenenti alla minoranza serba. Ecco perchè dunque il presidente Vucic ha deciso di riferire e riportare le informazioni di cui afferma essere a conoscenza. Lo stesso capo di Stato serbo parla di “situazione difficile“, promettendo ai serbi residenti nel Kosovo vicinanza ed azioni volte alla loro tutela. Frasi che certamente testimoniano il livello attuale di tensione tra i due governi. 

Dalla battaglia per l’Interpol a quella sui dazi

Eppure tra Serbia e Kosovo alcuni spiragli in questo 2018 sembravano esserci. Nei mesi passati Belgrado e Pristina, nonostante il governo serbo non riconosca quello kosovaro, hanno dialogato per uno scambio di territori. La repubblica serba avrebbe dovuto dare a quella kosovara alcuni piccoli territori a maggioranza albanesi, altrettanto la Repubblica kosovara avrebbe dovuto fare con Belgrado per territori a maggioranza serba. Sembrava fatta e sarebbe stato preludio ad una normalizzazione dei rapporti. Così non è stato: a settembre le tanto attese firme non vengono apposte, si riparte da zero. Anzi, forse da ancora meno di zero. Per tutto il mese di novembre tra i due governi e non solo a tenere banco è la questione dell’Interpol. Belgrado si è opposta, e si oppone ancora adesso, all’ingresso del Kosovo nell’organizzazione nata per lo scambio di informazioni tra le varie polizie del mondo. Non si sa se a dare i suoi frutti sia stata l’opposizione della Serbia o meno, fatto sta martedì scorso l’assemblea generale dell’Interpol riunita a Dubai boccia l’ingresso del Kosovo. 

Da Pristina già da qualche giorno prima si fiutava aria di sconfitta e non sono iniziate a mancare precise accuse contro i serbi. Il 6 novembre, forse per l’appunto in previsione della bocciatura dell’Interpol, il governo kosovaro decide di applicare dazi per il 10% del loro valore alle merci provenienti da Serbia e Bosnia Erzegovina. A questa percentuale viene aggiunto uno zero il giorno dopo il mancato ingresso nell’Interpol: da mercoledì 21 infatti, sono in vigore dazi per il 100%. Misure che provocano la reazione di Belgrado, da dove adesso si minaccia il blocco totale delle esportazioni verso il Kosovo, beni di prima necessità compresi. 

“Vogliono bloccare il commercio”, afferma il presidente serbo Vucic, ma da Pristina controbattono: “Si tratta di misure protettive”. L’affermazione di Vucic circa i movimenti di truppe di etnia albanese, altro non è che l’ultimo episodio di una repentina, quanto preoccupante, escalation di violenza. La triste verità, al di là delle singole questioni dibattute, riguarda il fatto che governi e popoli di entrambe le barricate dopo vent’anni ancora non riescono a parlare. Una pace, come detto ad inizio articolo, mai veramente iniziata. Il prossimo anno non ci sarà soltanto il ventennale dalla guerra del Kosovo, ma ricorreranno anche i trent’anni dall’inizio delle proteste nell’allora provincia serba a maggioranza albanese la cui repressione, nel 1990,ha suscitato le proteste di sloveni e croati. Tutto nei Balcani è partito da lì e niente, specialmente in questa regione, sembra veramente finito. 

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