Oggetto del mistero, sparito per un mese prima dell’inizio dell’estate, la possibilità di una parabola discendente che nel giro di poche settimane lo porta ad essere da leader assoluto “de facto” del Paese a possibile vittima di una possibile “contro replica” degli avversari. Il riferimento è a Mohammad bin Salman, principe ereditario saudita e fautore delle politiche più importanti del suo Paese dal 2015 in poi. A rompere il ghiaccio con il principe ereditario saudita, sono stati cinque cronisti di Bloomberg. Volati a Riad per intervistare Mohammad bin Salman, sono diversi gli argomenti toccati: dai rapporti con Trump alla questione Aramco, fino agli arresti avvenuti oramai un anno fa. 

Le risposte alle affermazioni di Trump

I rapporti tra Washington e Riad, da quando il tycoon newyorkese è entrato alla Casa Bianca, appaiono come una delle poche certezze in medio oriente. L’Arabia Saudita è uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti nella regione, gli scambi commerciali (costituiti per la gran parte da armi e petrolio) sono ai massimi e soltanto nel mese di maggio del 2017 gli Usa hanno strappato una fornitura di armi ai sauditi per un valore di 148 miliardi di dollari spalmati in dieci anni. A favorire le relazioni tra i due paesi è anche l’amicizia personale tra il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e lo stesso principe Mohammad bin Salman. Ma nei giorni scorsi qualcosa è successo: il presidente Usa ha pubblicamente affermato di aspettarsi pagamenti da parte di Riad per via del ruolo americano nel mantenimento della sicurezza nel regno. “Stimo molto il principe ereditario e voglio bene a Re Salman – sono le parole di Trump – Ma senza di noi non durerebbero nemmeno due settimane. Mi aspetto che i sauditi paghino per questa sicurezza che garantiamo”.

Parole quasi inattese, forse del tutto inaspettate da Riad. Una delle prime domande fatta dai cronisti di Bloomberg riguarda proprio un commento, da parte di Mohamed Bin Salman, delle frasi di Trump. Il principe ereditario, da parte sua, non sembra scomporsi declassando il tutto quasi ad un banale incidente di percorso: “Provo grande ammirazione per il presidente – afferma Bin Salman – Ci sta che in amicizia non si dicano cose esatte al 100%. Donald Trump parla molto bene al 99%, quella frase fa parte dell’1% del suo comportamento”. 

Ma dopo poche battute, arriva comunque la replica da parte del principe ereditario: “Prima di Trump abbiamo pagato tanti paesi per la fornitura di armi che servono al nostro paese – sono le sue parole – Poi da quando è lui presidente abbiamo scelto di rivolgerci quasi esclusivamente agli Usa, con i quali abbiamo fatto regolari contratti. Non dobbiamo un soldo di più rispetto a quello che già regolarmente paghiamo per rafforzare la nostra difesa e comprare le armi necessarie”. I rapporti con Trump dunque, seguendo il ragionamento di Mohamed Bin Salman, rimangono eccellenti nonostante la frase affermata dal presidente americano nei giorni scorsi. Ma se da un lato Trump appare imprevedibile, dall’altro è anche vero al contempo che nulla viene annunciato o scritto a caso dal presidente americano.

Forse, nelle sue parole, si vuole appositamente fare riferimento ad una presunta maggiore debolezza del principe ereditario rispetto ai mesi scorsi, specie sul fronte interno. In qualche modo, Trump vorrebbe far valere l’importanza dell’appoggio dei servizi di sicurezza americani per il mantenimento del potere sia del padre, Re Salman, che del principe ereditario. Ma su questo, almeno secondo i giornalisti di Bloomberg, il rampollo dei Saud sembra eclissare preferendo parlare dei vantaggi reciproci degli accordi commerciali stipulati tra Washington e Riad. 

“L’operazione Aramco si farà”

Bloomberg nasce in primo luogo come network economico e con speciali dedicati all’economia. Impossibile dunque evitare una domanda sul tema più preminente che riguarda, attualmente, proprio l’economia saudita. Il riferimento è al caso Aramco, l’azienda di Stato saudita che si occupa del settore petrolifero. Un colosso che i Saud valutano duemila miliardi di Dollari e che, secondo le intenzioni di Mohammad Bin Salman, deve essere quotata in borsa mettendo su piazza il 5% delle azioni della società. Un’operazione che alle casse del regno frutterebbe cento miliardi di Dollari, ma che appare per il momento congelata grazie anche all’intervento dello stesso re Salman. Uno smacco per il figlio, soprattutto perché questa operazione è il fulcro del suo progetto “Vision 2030″, il programma di riforme economiche che appare essere in qualche modo la base sulla quale Mohamed Bin Salman vuole costruire la sua definitiva scalata al potere.

Dietro lo stop all’operazione Aramco, ci sono sia valutazioni del sovrano ma anche delle prime parziali vittorie dei detrattori del principe ereditario. Con il regno totalmente sbilanciato verso il “clan” di Mohammad Bin Salman, il padre e gli altri membri più importanti del casato cercano di ritrovare un certo equilibrio e ridimensionare le ambizioni quasi assolutistiche del principe. Ma secondo il diretto interessato, dietro lo stop ci sono soltanto manovre meramente economiche: “Dobbiamo guardare al futuro – afferma Bin Salman ai giornalisti della tv americana – Se vogliamo che Aramco rimanga forte per i prossimi 20, 30 e 40 anni, allora dobbiamo investire nel downstream e nei processi di raffinazione del petrolio. E per farlo dobbiamo sia ammodernare Aramco e sia evitare conflitti con Sabic“. L’azienda a cui fa riferimento il principe ereditario, è il colosso che si occupa proprio di raffinazione in Arabia Saudita. Non a caso si parla, dallo scorso mese di agosto, di una vendita del 70% di Sabic ad Aramco.

Il principe conferma questa intenzione: “Sabic ed Aramco non possono essere antagoniste o rivali. Vogliamo invece creare una maxi azienda saudita che si occupi di petrolio e di raffinazione, che possa essere competitiva in tutto il mondo. Solo dopo metteremo Aramco sul mercato”. E sui tempi, Mohammad bin Salman cerca però di non sbilanciarsi: “Forse il 2020 sarà l’anno buono – dichiara – Ma potrebbe anche essere il 2021”. Resta però il fatto che, dopo gli annunci trionfali e le smentite dei rinvii, l’operazione Aramco appare congelata. Politicamente è un qualcosa di rilevante, che pone Mohammad Bin Salman in una posizione meno predominante. 

Gli arresti del novembre 2017

Una buona parte dell’intervista effettuata dai giornalisti di Bloomberg riguarda il giro di vite anti corruzione partito, quasi un anno fa, su ordine proprio del principe. In realtà a finire all’interno di prigioni dorate (costituite da lussuose camere d’albergo di Riad, dove però si sarebbero consumate anche torture e sevizie) sono stati uomini d’affari, sceicchi e principi non proprio in linea con Mohammad Bin Salman. In poche parole, l’accusa rivolta al principe ereditario è quella di aver usato la lotta alla corruzione come pretesto per eliminare potenziali avversari. Ovviamente il principe smentisce, ma al tempo stesso non sembra voler chiarire del tutto la posizione: “Potete andare dal procuratore – risponde ai giornalisti che gli chiedono della posizione degli arrestati – E vedere di cosa si parla. Tutto è in mano alla giustizia del nostro paese e chi è accusato di qualcosa risponderà alla giustizia secondo i codici in vigore nel nostro paese”.

Un affare tutto saudita dunque, secondo il principe, che critica quei paesi, come il Canada, che hanno espresso dubbi sulle modalità di arresto operate nello scorso novembre: “Il dovere dei politici canadesi è quello di occuparsi dei problemi del loro paese – dichiara Bin Salman – Non certo di occuparsi di cose che riguardano solo l’Arabia Saudita”. Ma gli arresti dello scorso anno avrebbero rappresentato anche un modo per recuperare, a favore delle dissanguate casse saudite, denaro e liquidità. E su questo Mohammad bin Salman non pone smentite: “Dagli arresti abbiamo introitato 35 miliardi di dollari, tutto confluisce sul fondo statale Istidama“. 

Secondo il principe si tratta di denaro sottratto a soggetti e famiglie corrotte, in realtà appare come una vera e propria requisizione per colmare quei buchi di bilancio causati anche, se non soprattutto, dalle scellerate scelte di politica estera. La fallimentare guerra nello Yemen ed i soldi con cui negli anni sono stati finanziati diversi gruppi islamisti anti Assad, hanno prosciugato parte degli incassi del petrolio. Proprio la politica estera, su cui però sono stati pochi i riferimenti nell’intervista, appare un punto debole della politica di Bin Salman. Il principe sembra ostentare sicurezza e serenità, argomentando anche le scelte effettuate, ma in realtà le cose non vanno come appena pochi mesi fa: casa Saud non è mai sembrata così divisa e, in qualche modo, anche instabile.