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Tit for Tat. Si traduce con “occhio per occhio” o “pan per focaccia” ed è la base del principio di reciprocità, considerato uno dei cardini del diritto internazionale. Una consuetudine che dai tempi della Guerra Fredda non ha mai smesso di dettare la regola, in positivo e in negativo, negli scambi tra grandi e medie potenze. Tornando molto frequente nel confronto ibrido che continua a vedere contrapposti Occidente e Russia, e riscontrato anche nel nostro ultimo particolare “affare” con l’Iran: l’apparente scambio Sala-Abedini, una giornalista italiana arrestata in Iran per un ingegnere iraniano arrestato in Italia.

Opzioni offensive e ritorsioni militari, ma anche espulsione di elementi dell’intelligence, arresti e accordi: per lo scambio di prigionieri statunitensi e prigionieri russi, per quello di ostaggi israeliani per prigionieri palestinesi, di “diplomatici sospettati” di essere spie in cambio di “sospette spie” accreditate come personale diplomatico. Tutto segue la legge dello scambio, del sacrificato e del sacrificabile, e tutto è sottoposto all’eventualità dell’occhio per occhio nel grande gioco delle potenze. È così che anche l’Italia si è ritrovata invischiata nello scontro tra Stati Uniti e Iran, riscattando la giornalista Cecilia Sala in cambio dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, presunto “uomo dei droni” fermato all’aeroporto Milano Malpensa, su mandato di Washington che avrebbe prima richiesto l’arresto e poi concordato la rinuncia all’estradizione con l’Alleato italiano in forza della missione diplomatica della premier Giorgia Meloni. O almeno, questo è ciò che i pochi dati a disposizione ci lasciano “ricostruire”. La verità riguardo gli scambi che coinvolgono intelligence e politica viene fuori in degli anni, decenni se si toccano le più alte sfere dello spionaggio e degli interessi geostratetigici, non settimane, non mesi.

Quando nel 2018 il Cremlino dichiarò “persone non grate” ventitré diplomatici britannici costretti a lasciare la Federazione Russa quella stessa settimana, fu subito chiara la ragione. Si trattava di una misura “speculare” a quella adottata da Londra dopo la sfacciata operazione condotta dal GRU sul suolo inglese, il tentativo di eliminare l’ex spia russa Sergei Skripal con un agente nervino. Si parlò allora di Tit for Tat, e tutti i diplomatici espulsi, da una parte e dall’altra erano considerati elementi vicini all’intelligence se non direttamente membri dei servizi segreti russi (FSB, SVR e dello stesso GRU) sotto copertura diplomatica. Al tempo la stampa era cauta nel parlare apertamente di un conflitti ibridi tra due vecchi blocchi della Guerra Fredda, nonostante un scontro in Ucraina fosse già in corso, come si scoprirà solo a posteriori, anche in forza dell’ingerenze di agenti esterni, ma nel mondo dello spionaggio la tendenza portava ogni osservatore attento a concludere che la Guerra Fredda non era mai terminata. Proprio nel 2019, infatti, a Kaliningrad, avrà luogo un rendez-vous per uno scambio di spie tra Russia, Lituania e Norvegia. Quest’ultima estremamente attenzionata dalla NATO dopo i ripetuti allarmi lanciati dal PST, il servizio di sicurezza di Oslo

Come ai tempi del ponte di Glienicke, quando Rudolf Abel venne scambiato con Francis Gary Powers mentre si combatteva in punta di fioretto una guerra silenziosa tra due grandi potenze, un certo Frode Berg, colpevole di aver spiato i piani dei nuovi sottomarini nucleari russi venne “scambiato” con una contropartita giudicata all’altezza del profilo. Ma è fu ben poca cosa in confronto al quello che è stato definito come “Il più grande scambio di spie dai tempi della Guerra fredda”. Quello avvenuto nell’agosto del 2024, quando 24 prigionieri, tra cui il giornalista americano Evan Gershkovich e il presunto colonnello dell’FSB Vadim Krasikov, vennero scambiati tra Stati Uniti e Russia. In quell’occasione prigionieri russi furono rilasciati dalle prigioni di Norvegia, Germania, Polonia e Slovenia su richiesta di Washington. Un dato interessante se pensiamo all’affare Abedini nella sua complessità giuridica.

Quando è stata diffusa l’informazione che la giornalista italiana Cecilia Sala era stata arrestata e incarcerata a Teheran, lo scorso 19 dicembre, non si è atteso molto per avanzare l’ipotesi che l’arresto poteva essere in qualche modo “collegato” a gioco geopolitico. Un Tit for Tat collegato all’arresto dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini, fermato a Milano il 16 dicembre su richiesta e segnalazione degli americani, che lo hanno associato alla fornitura di materiale usato in un attacco sferrato nel 2023 in Giordania. Il prezzo pagato agli americani potrebbe essere una parte o la totalità dei dati contenuti nei dispositivi sequestrati all’ingegnere che sono ancora nelle mani delle autorità italiane.

E pochi addetti ai lavori hanno esitato nell’affermare che questo “occhio per occhio diplomatico” poteva concludersi con uno scambio tra Roma e Teheran, con il benestare di Washington. Ora sappiamo che così è stato. Che l’Iran, con una “lunga storia di detenzione di stranieri con accuse di spionaggio” da impiegare come contropartita (lo stesso che aveva liberato nel settembre del 2023 cinque americani detenuti per dieci anni nelle carceri di Teheran con l’accusa di spionaggio in cambio di diversi miliardi di dollari sbloccati su un conto estero), ha accettato di consegnare la giornalista italiana per far riconsiderare al governo di Roma la posizione di Abedini, e che l’ingegnere ha fatto ritorno in Iran proprio ieri mattina su un altro volo della CAI, la piccola compagnia aerea gestita dai servizi segreti italiani che attraverso il vertice dell’Aise, generale Giovanni Caravelli, hanno svolto un ruolo decisivo nella mediazione. 

Ma è il termine di un’altra vicenda condizionata da un occhio per occhio che in questi e nei prossimi giorni interesserà il mondo. L’accordo di un cessate il fuoco tra i Hamas e Israele, che prevedete, oltre a diversi punti strategici compresi nelle bozze dell’accordo, il rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre, anche in cambio della liberazione di un certo numero di prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Un accordo che, come dall’inizio delle ostilità, vede il coinvolgimento della CIA, del Mossad, dei servizi segreti e dei mediatori politici di Egitto e Qatar. Elementi essenziali per negoziare lo scambio irraggiunto che ha tenuto in piedi una guerra atroce.

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