A quasi un mese dall’inizio dei disordini post-elettorali, cominciati la sera del 9 agosto, la crisi socio-politica che sta avvolgendo la Bielorussia non mostra segni di interruzione e sta venendo, anzi, esacerbata dall’intromissione di diverse potenze, come Stati Uniti, Unione Europea, Polonia, Lituania, Ucraina, che sono interessate al futuro del Paese per motivi diversi, ma legati da un comune denominatore: la riduzione dell’influenza del Cremlino nell’Europa orientale.

Contrariamente a Euromaidan 2014, però, il controllo russo sul Paese è saldo ed esteso nella maggioranza dei canali sociali, economici e istituzionali, ragion per cui le proteste non sono riuscite ancora a raggiungere il punto critico, ovvero quella della trasformazione in una forza rivoluzionaria capace di produrre un cambio di regime.

L’entrata in scena dell’amministrazione Trump, che ha preso contatti con i due principali rivali di Aleksandr Lukashenko e con il Cremlino, potrebbe essere letta in questa cornice di rielaborazione strategica: sostegno di Mosca alla fine dell’ordine lukashenkiano in cambio di garanzie e concessioni sul futuro allineamento geopolitico di Minsk.

La proposta

Il 28 agosto Svetlana Tikhanosvkaya ha rilasciato un’intervista ad Euronews, il canale d’informazione ufficioso dell’Ue, manifestando per la prima volta dallo scoppio delle proteste la volontà di aprire un canale di dialogo che non soltanto non escluda la Russia, ma che la renda partecipe in qualità di coprotagonista.

Le dichiarazioni della Tikhanovskaya, che sono state rapidamente riprese dalla TASS, l’organo di stampa ufficiale del Cremlino, sono le seguenti: “La Russia è nostra vicina e abbiamo un rapporto meraviglioso con i russi ma intendiamoci, la nostra protesta, la protesta del popolo bielorusso, è solo all’interno del nostro Paese. È un problema che deve risolvere il popolo bielorusso. Ma se avremo bisogno di una mediazione internazionale in questo negoziato, vedremo sicuramente la Russia come uno dei partecipanti al processo”.

La presa di posizione è altamente significativa per due ragioni: la prima è che la Tikhanovskaya ha rotto un tabù, ovvero quello di considerare la Russia quale possibile mediatore di pace se un tavolo internazionale dovesse venire aperto, la seconda è che avviene a quattro giorni di distanza dall’incontro a porte chiuse con Stephen Biegun, il vicesegretario di Stato degli Stati Uniti.

Biegun è atterrato a Vilnius il 24 e, come abbiamo scritto su queste colonne, il suo viaggio, organizzato in tempi ultra-celeri e annunciato con brevissimo preavviso, potrebbe essere stato allestito con l’obiettivo di elaborare una proposta per la risoluzione della crisi accettabile da ogni parte coinvolta: blocco euroamericano, Lukashenko, opposizione antigovernativa bielorussa, Cremlino.

Oltre alle inaspettate dichiarazioni della Tikhanovskaya ad Euronews, altri indizi sembrano concorrere ad avallare questa ipotesi. Ad esempio, nei giorni precedenti al tour di Biegun, sia la Tikhanovskaya che Valery Tsepkalo, altra figura prominente dell’opposizione che ha trovato riparo a Varsavia, hanno iniziato a cambiare postura sia nei confronti del presidente in carica che di Mosca, manifestando una maggiore propensione al dialogo nel primo caso e riducendo la retorica russofoba nel secondo.

Il cambio di rotta

Sebbene la Tikhanovskaya sia oggi fautrice di una linea politica con Mosca incardinata sul dialogo e sottolinei quanto siano importanti e profonde le relazioni fra i due popoli, in sede di campagna elettorale era stata promotrice di un programma politico dal contenuto eloquente nella sua unidirezionalità culturale, identitaria e geopolitica. La Tikhanovskaya, infatti, aveva proposto un allontanamento dalla Russia, con annesso l’annullamento del progetto di fusione dei due Paesi, la costruzione di relazioni amichevoli con il vicinato europeo e la de-russificazione.

Quest’ultimo punto è estremamente significativo, poiché la storia recente insegna che la comparsa di forze politiche che sventolano la bandiera della de-russificazione, intesa come la de-costruzione del predominio del russo quale lingua franca delle istituzioni, dell’istruzione e della cultura, è il primo passo verso la fuoriuscita dalla sfera d’influenza di Mosca. È accaduto nei Paesi Baltici, quindi in Georgia e in Ucraina, negli anni recenti la guerra culturale contro il russo si è poi spostata nell’Asia centrale ex sovietica e in Moldavia.

Lo stesso Lukashenko, che più di chiunque altro candidato ha cavalcato l’onda del sentimento antirusso nel corso della campagna elettorale, aveva proposto un programma ricalcante quello della sua principale rivale, salvo poi ritirare ogni affermazione con gradualità all’indomani dello scoppio dell’insurrezione post-elettorale. L’ultima ritrattazione in ordine di tempo è stata proprio quella del progetto di declassare la lingua russa che, anzi, il presidente adesso promette di difendere e preservare.

Il futuro della Bielorussia, entrata in una fase di stallo, dipenderà dalla scelta che assumerà il Cremlino nei riguardi della dirigenza. In questo contesto si inquadrano i tentativi dell’opposizione antigovernativa di riallacciare i rapporti con Mosca, il viaggio di Biegun e la fine dei doppiogiochismi di Lukashenko: ciascuna delle parti coinvolte è impegnata a corteggiare Mosca con promesse, garanzie e concessioni, nell’aspettativa di ottenere il suo supporto, che sarà decisivo per porre fine ai giochi.

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