ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

Sfiduciato ormai da mesi, Maurizio Molinari non è più il direttore del quotidiano La Repubblica. I rapporti col corpo redazionale si erano ridotti a zero e le vendite erano ormai staccatissime dal Corriere. “Un fulmine a ciel sereno”, definisce la cacciata una fonte anonima di Repubblica. Eppure i segnali di una resa dei conti non erano mancati. A gennaio 2024 il Cdr ha scritto a tutta la redazione che il giornale “è come una nave che affonda, manca una strategia, progetto incomprensibile”. A dicembre 2023 la redazione aveva bocciato il piano dei prepensionamenti. Nel comunicato sindacale si leggeva: “La direzione non riesce a intercettare nuovi lettori e ha allontanato il tradizionale pubblico di riferimento della testata”.

Una linea che ha lasciato interdetti

Il testo di protesta si riferiva probabilmente alla linea sul Medio Oriente tenuta dalla direzione, schiacciata sulla sponda filo-israeliana. Da sempre, peraltro, nelle corde di Molinari. Vediamola. A novembre, Francesco Merlo ha ricevuto l’OK per criticare ZeroCalcare definendolo “disertore” e paragonandolo ad Hamas per il boicottaggio di Lucca Comics, suscitando l’orrore di Concita De Gregorio e di altri colleghi. Lo stesso mese, Mordechai Kedar, scrittore ultrasionista, è finito in prima pagina online nonostante avesse paragonato i palestinesi agli animali una settimana prima. Sempre a novembre, Gianni Vernetti, ex Margherita ed ex PD con cui Repubblica ha ripreso a collaborare, ha attaccato ONU, Unrwa e Hamas, sostenendo senza remore le azioni militari israeliane contro l’Iran.

Eppure, all’inizio della rappresaglia israeliana a Gaza, Repubblica ha pubblicato quasi ogni giorno articoli di Sami al Ajrami, giornalista palestinese e fixer residente nella Striscia. Un contributo che è finito però con l’essere inerte, annullato dalla linea editoriale del quotidiano che fu un tempo dei radicali, azionisti e illuministi Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, e che appare oggi allineato a posizioni che vent’anni fa non avremmo esitato a definire neocon.

Col tempo, la frattura tra direzione e redazione si è fatta più grave. In gennaio, l’addio di un collaboratore del Venerdì, Raffaele Oriani, è diventato virale, mentre a febbraio la censura di un’intervista a Ghali, a causa della mancanza di un riferimento al 7 ottobre, ha provocato un primo intervento del Cdr. A giugno, il quotidiano ha pubblicato una vecchia lettera dello storico islamofobo Denis MacEoin, morto nel 2022, scritta nel 2011 a difesa di Netanyahu, senza indicarne la data, scatenando nuove proteste.

Le pagine di Repubblica hanno normalizzato la presenza di Bernard Henry-Lévy, il filosofo liberal francese che vede in Netanyahu un baluardo della civiltà occidentale e liquida gli studenti pro-Gaza come un mucchio di stupidi antisemiti. Molte delle firme di punta, come Stefano Cappellini o Stefano Folli, sono ideologicamente più vicine a giornali come Il Foglio che ai lettori storici di Repubblica.

Le voci di dentro

Nonostante questo, è improbabile che Gaza sia stata la causa della fine della direzione Molinari. Piuttosto, è il recente sciopero di due giorni proposto dal Cdr, votato e al quale ha aderito il 90% della redazione, ad aver fatto traboccare il vaso. Era stato pensato per boicottare la “parata del padrone”, ossia John Elkann, che durante l’Italian Tech Week aveva fatto sì che articoli ed interviste fossero concordati con aziende private e sottoposti alla supervisione di Exor anziché a quella interna della redazione. In pratica delle pubblicità occulte, umilianti per i giornalisti.

Ci dice un’altra voce interna a Repubblica: “Un sindacato non può prendere decisioni formali, ma può fare pressione e rompere gli equilibri: con denunce pubbliche, comunicati, scioperi, assemblee e la sfiducia il Cdr ha reso il clima di lavoro di Molinari sempre più teso e precario”. Sulla questione Israele-Palestina, racconta, il Cdr ha organizzato un’assemblea dove ha potuto porre domande e contestazioni direttamente al direttore. Nonostante il suo atteggiamento da “muro di gomma”, alla lunga è riuscito a metterlo alle corde.

Eppure il nuovo direttore, Mario Orfeo, proveniente dal Tg3, un uomo di centro, non è il ritorno verso la Repubblica di Scalfari e Mauro che chiedeva la redazione. “Penso anche che il focus troppo su Esteri e anti-Meloni abbia nuociuto al giornale esacerbando le divisione interne”, mi dice un amico veterano giornalista, parlando di uno scontro di visioni politiche che parallelamente sta coinvolgendo, a livello nazionale, anche il Partito Democratico. “Orfeo è storicamente un uomo-macchina, con molto aggancio su politica nazionale. È anche un uomo di potere nel sistema giornale che dirige, nel momento in cui lo dirige”.

Il problema è che, nel giornalismo dei cosiddetti integrati, con preziose garanzie rispetto a quello degli outsider, a politicizzarsi sono in pochi: “Se parlassi faccia a faccia con ognuno dei 320 giornalisti assunti, probabilmente 250 ti direbbero che sono inorriditi dal tentativo – contrastato dall’interno – di trasformare Repubblica in un bollettino del Governo israeliano”, dice un altro insider del giornale. E non va dimenticato che a condizionare la situazione intervengono regole che, da contratto nazionale, sul piano editoriale e organizzativo danno un vastissimo potere al direttore di una testata, imponendoo una gerarchia ferrea.

Pur mancando di dialogo interno, Repubblica ha però ancora una coscienza critica e la forza per opporsi quando necessario. Orfeo, appassionato del potere, probabilmente sarà più abile di Molinari nei rapporti con la redazione e nelle sponde esterne. Il Vietnam di Repubblica è finito. Ora il quotidiano deve chiarire cos’è.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto