Per il governo il vertice sulla Libia è stato un successo. Fonti diplomatiche parlano addirittura di una “soluzione” imminente per il Paese nordafricano. Ma gli interrogativi sono ancora molti. Primo fra tutti: quale ruolo ha davvero avuto il generale Khalifa Haftar? E ancora: il piano di ridistribuzione del petrolio e l’unificazione delle due banche centrali è realmente attuabile? Domande alle quali dovranno rispondere non solo il governo italiano, ma anche – e soprattutto – tutti gli attori (libici e non) del complesso scenario libico. Anche perché un vero accordo su questo Paese del Nord Africano, che dalle Primavere arabe in poi vive uno dei momenti più bui della sua storia recente, sarà possibile solamente grazie al sostegno della comunità internazionale. 

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Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha infatti sottolineato che “l’Ue continuerà a usare tutti i mezzi per aiutare e sostenere la Libia”. Il sottosegretario tedesco agli Esteri Niels Annen ha inoltre precisato che “serve un grande sforzo per sostenere l’importante lavoro di Salamé (l’inviato Onu per la Libia (NdR). Spero che tutti capiscano che un singolo paese non può risolvere il conflitto”.

Visione non diversa da quella del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi che, in una nota diffusa dal portavoce della presidenza egiziana, ha parlato della necessità di un “compromesso politico con il sostegno delle Nazioni Unite”. Per questo motivo, Il Cairo vorrebbe “attuare l’Accordo politico libico”, firmato in Marocco nel 2015, “in modo da preservare l’unità della Libia e la sicurezza regionale”. Questo accordo aiuterebbe – secondo l’Egitto – “a  ripristinare il ruolo delle istituzioni libiche nazionali, soprattutto l’Esercito nazionale libico (del generale Haftar), il Parlamento e il governo”. Una posizione ovvia, dato che in questi anni Al Sisi è stato uno dei grandi sponsor di Haftar. 

Ma c’è un altro invitato da non scontentare sul quale l’Italia in questi anni ha puntato moltissimo: Fayez al Serraj. Un presidente di fatto dimezzato, che però gode del sostegno della comunità internazionale. Non si sa ancora quale sarà il suo destino, dato che Russia Francia stanno puntando sul suo rivale, il generale Haftar. Ma non solo. I rappresentanti turchi, non certo per errori italiani, sono rimasti profondamenti scontenti della conferenza. Nel primo pomeriggio, infatti, il vice presidente turco Fuat Oktay ha abbandonato Palermo insieme a tutta la delegazione di Ankara “per non essere stato invitato alla riunione della mattina con i leader della regione”. Il vice di Recep Tayyip Erdogan ha inoltre sottolineato che “la crisi libica non può essere risolta se qualcuno continua a dirottare il processo per i propri interessi. La Libia ha bisogno non di più ma di meno interventi esteri. Ogni incontro che esclude la Turchia sarà controproducente per la soluzione del problema”.

Libia, i temi sul tavolo

I temi chiave del vertice sono stati essenzialmente due: stabilizzazione sicurezza. Ed è proprio su quest’ultimo punto che l’Italia cerca di giocare la sua partita: “In merito alla dimensione della sicurezza, riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati. In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che poi ha aggiunto: “So che sono emerse specifiche richiesta di assistenza nel corso delle riunioni tecniche di ieri. Sotto questo punto di vista, l’Italia è pronta a fare la sua parte, anche sul piano del training e mi compiaccio della disponibilità dimostrata dagli altri partner internazionali. Abbiamo accolto con favore la recente approvazione del Piano di sicurezza della Capitale, elaborato dal Comitato per i Security Arrangements, da parte del Presidente Serraj -ha proseguito Conte – ora l’obiettivo da perseguire è quello di procedere speditamente con la sua attuazione”.

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Mentre per quanto riguarda la stabilizzazione del Paese la strada sembra essere ancora parecchio lunga. Il punto cruciale riguarda, come detto, un accordo tra le parti. “La Conferenza rappresenta una preziosa opportunità per la Comunità internazionale, per dimostrare coesione e sostegno al lavoro delle Nazioni Unite e del Rappresentante Speciale del Segretario Generale, Ghassan Salamé. Le Nazioni Unite devono restare la stella polare del processo di stabilizzazione della Libia”, ha detto Conte.

Cosa porta a casa l’Italia?

Certamente si ritaglia un nuovo ruolo in Nord Africa. La guerra del 2011, con la minaccia francese di bombardare i terminali Eni, aveva di fatto tagliato fuori il nostro Paese dalla Libia. Con i problemi che ormai ben conosciamo: un Paese al collasso che non è più riuscito a trattenere l’onda migratoria verso l’Italia e gli interessi italiani che ruotavano attorno al petrolio a rischio. Il fatto che Roma sia riuscita a mettere nuovamente un piede in Libia rappresenta certamente un grande passo in avanti. Che però non è sufficiente. Non a caso, si parla già di un nuovo vertice che si terrà a gennaio. La strada è ancora lunga e in salita. Anche perché nel frattempo Francia e Germania non stanno a guardare. E muovono già i primi passi per tendere una trappola all’Italia. 

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