Il sisma più potente registrato nel Paese nel corso del XXI secolo che, nel momento in cui scriviamo, ha provocato più di 300 vittime e 4 mila feriti e colpito più di 290 mila persone, cifre probabilmente destinate ad aumentare. È quello che si è abbattuto sulla Colombia lo scorso 10 agosto — appena tre giorni dopo l’insediamento del nuovo presidente, Abelardo De la Espriella — e che ha avuto come epicentro San José del Palmar, un piccolo centro abitato nel dipartimento di Chocó. Si tratta di un’area storicamente impoverita e marginalizzata, abitata prevalentemente da una popolazione afrodiscendente e, in misura minore, indigena. Il disastro naturale si è rivelato un banco di prova cruciale per il nuovo governo di estrema destra e ha messo in luce le crepe istituzionali originatesi dal mancato passaggio di consegne con il precedente esecutivo guidato da Gustavo Petro.
Un’emergenza senza guida
Il tradizionale empalme — il processo che definisce la transizione di governo — è stato sospeso dopo appena cinque giorni per accuse reciproche di corruzione e illegittimità, creando un preoccupante vuoto legale. Una delle conseguenze è stata la mancata nomina del direttore della Unidad Nacional para la Gestión del Riesgo de Desastres (UNGRD), l’agenzia nazionale che deve attivare squadre e risorse nelle calamità, mentre parte della sua struttura dirigenziale era già uscita. La nomina di David Tamayo è stata formalizzata solo 48 ore dopo l’evento sismico. Peraltro, come ha sottolineato il quotidiano spagnolo eldiario.es, nell’ambito del suo programma di tagli ai ministeri e agli enti pubblici nel segno dell’austerità, il presidente aveva previsto l’eliminazione di tale ente e la sua fusione con un altro. «Tre giorni dopo, la realtà ha fatto saltare in aria quell’idea».
Che la catena di comando sia rimasta del tutto sguarnita nelle ore cruciali successive al sisma è comprovato dalle stesse dichiarazioni delle figure chiave del governo. Più di 24 ore dopo il terremoto, il Ministro dell’Interno Rodrigo Lara è stato intervistato sulla situazione nel dipartimento più colpito. La sua risposta è stata sconcertante: «A dire il vero, non so cosa stia succedendo nel Chocó».
Il governo ha inoltre impiegato ben tre giorni per accettare formalmente l’intervento delle squadre di soccorso internazionali e, quando finalmente lo ha fatto, ha collaborato solo con alleati di destra: Stati Uniti, Ecuador, El Salvador e Israele. «La Colombia respinge l’aiuto internazionale per le operazioni di soccorso dopo il terremoto», titolava El País lo scorso 11 agosto, sottolineando che «le offerte di aiuto da parte di altri Paesi per far fronte all’emergenza causata dal devastante terremoto in Colombia si sono bloccate proprio quando ogni minuto conta. Nel mezzo della confusione, il governo di Abelardo de la Espriella ha scelto di ignorare queste offerte o di respingere categoricamente l’aiuto del personale per le operazioni di soccorso».
A destare accese polemiche è stato inoltre l’atteggiamento del neopresidente, fortemente criticato per essere apparso sorridente davanti alle telecamere mandando baci agli astanti nel corso della prima conferenza stampa sull’emergenza del terremoto, poco prima di annunciare che, fino a quel momento, erano morte 111 persone. Un atteggiamento ritenuto irrispettoso e inadeguato sul piano istituzionale in un frangente così tragico per il Paese. «Non so se qualcuno del suo staff glielo abbia già detto, ma in un momento come questo la Colombia non ha bisogno del Tigre. Ha bisogno del presidente», è stato il duro commento della giornalista e analista politica colombiana Daniela Pacheco sulle pagine di Diario Red.
Il terremoto diventa l’occasione per la svolta pro-Israele
Nelle stesse ore, peraltro, mentre i colombiani giacevano ancora sotto le macerie degli edifici distrutti, il governo ha rilasciatouna dichiarazione in cui riconosceva la sovranità israeliana sulle alture del Golán, territorio siriano illegalmente occupato da Israele dal 1967. La dichiarazione — che ha scatenato una crisi diplomatica con gli stati arabi — ha posto la Colombia, insieme agli Stati Uniti, come l’unico altro paese al mondo a riconoscere la rivendicazione israeliana sul territorio.La tempistica dell’annuncio non è stata affatto casuale, scrive Gabe Levine-Drizin, dottorando in Storia alla New York University, sulle pagine di Jacobin America Latina: secondo lo studioso, «le azioni della nuova amministrazione successive al disastro dimostrano l’intenzione di sfruttare la crisi per giustificare relazioni più strette con il paese mediorientale». Una dinamica già manifestatasi peraltro in Venezuela. Prima di entrare in carica, De la Espriella aveva annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata colombiana a Gerusalemme e di posticipare l’apertura prevista di un’ambasciata a Ramallah, oltre ad avere un incontro con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. Il neopresidente ha anche sfruttato il disastro naturale come opportunità per revocare due decreti che vietavano l’esportazione di carbone colombiano verso Israele.
Presunte squadre di soccorso provenienti da Tel Aviv e guidate da Roni Kaplan, portavoce in lingua spagnola dell’esercito israeliano, sono arrivate in Colombia cinque giorni dopo il terremoto, quando le speranze di trovare persone ancora vive sotto le macerie erano davvero ridotte. Petro ha espresso dubbi sulla natura degli aiuti israeliani alla Colombia, chiedendo se si tratti realmente di assistenza umanitaria o, piuttosto, dell’invio di militari. «Abbiamo circa 200.000 militari in Colombia e potrebbero essercene di più. Li paghiamo bene e possono prestare servizio negli aiuti umanitari», ha scritto l’ex presidente su X.
Sempre mentre il Paese affrontava la tragedia umanitaria conseguente al terremoto, le Forze Armate hanno inoltre condotto bombardamenti contro l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) a Catatumbo, giustificando l’operazione come parte della promessa del governo di tenere una linea dura contro il narcoterrorismo congiuntamente con gli Stati Uniti.
La solidarietà dal basso contro l’inerzia dello Stato
Nei giorni scorsi, il settimanale britannico The Economist ha pubblicato un articolo — dal titolo A big earthquake reveals two very different Colombias — in cui critica il presidente De la Espriella e offre un’analisi sociale della Colombia, mettendo in evidenza le disparità che si sono manifestate nel livello di attenzione riservato al dipartimento di Chocó — dove peraltro il 13 agosto è stato registrato un nuovo terremoto di magnitudo 4.2 — rispetto a quella ricevuta da Cali.
In contrasto con la carente e discutibile risposta istituzionale, comunità e organizzazioni sociali di tutto il Paese si sono unite per sostenere le persone colpite dal terremoto non solo nel Chocó, ma anche in aree come Risaralda, Valle del Cauca, Caldas e altre regioni della Colombia occidentale. «Solo el pueblo salva al pueblo» è la frase che risuona ovunque. Soccorritori, medici, operatori umanitari e leader delle comunità locali si mobilitano per organizzare cucine popolari, distribuire pacchi alimentari alle famiglie, offrire assistenza medica gratuita e supporto psicosociale, oltre a trasportare cibo e beni di prima necessità nelle comunità colpite. La senatrice del Pacto Histórico Esmeralda Hernández ha dichiarato che Cali ha «due volti. Mentre il presidente De la Espriella e il sindaco Eder militarizzano la città invece di consentire l’arrivo degli aiuti internazionali, dall’altro lato, giovani e volontari lavorano giorno e notte a mani nude per salvare vite umane. Le persone salvano altre persone».
«Il terremoto ha messo a nudo la fragilità di uno Stato che privilegia l’allineamento internazionale e la guerra alla droga rispetto alla protezione della propria popolazione», ha scritto la giornalista e storica colombiana Diana Carolina Alfonso, chiosando: «La domanda cruciale è se questo governo, salito al potere promettendo di smantellare lo Stato, sarà in grado di ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto». La risposta è probabilmente già chiara.
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