SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Nella recente sfida economica e commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti, cruciale in una partita per il dominio globale che vede Pechino e Washington protagonisti, l’ultimo fronte è stato aperto dai timori dei vertici militari statunitensi circa la potenziale minaccia che  una trade war rappresenterebbe per la strategica industria della Difesa degli Usa.

Il Pentagono, su esortazione del Presidente Trump, ha di recente commissionato un’analisi sul livello di dipendenza manifatturiero dei sistemi d’arma statunitensi da componenti prodotte all’estero che ha riscontrato come, di fatto, inasprire la concorrenza commerciale con la Cina potrebbe causare numerosi grattacapi a Washington.

In questo contesto, segnala Reutersla debolezza principale degli Usa è nel campo delle cosiddette “terre rare”, una serie di 17 elementi fondamentali per la produzione di superconduttori, magneti, radar, fibre ottiche e componenti di leghe metalliche di cui la Cina è egemone nella produzione, coprendo l’81% della quota globale, e che gli Stati Uniti devono necessariamente importare in misura massiccia. 

I dazi non colpiscono le terre rare

La vitale necessità statunitense di rifornirsi di terre rare di origine cinese per la produzione di componenti elettronici altamente utilizzati nel settore della Difesa cozza con una guerra commerciale che appare dettata dalla disperata volontà di Washington di non perdere la primazia nel campo tecnologico: la vulnerabilità dell’azione di Trump è testimoniata dall’ammissione di debolezza contenuta nell’apparentemente imponente pacchetto di sanzioni su beni per un valore di 200 miliardi di dollari approvato a metà settembre.

Da questo pacchetto, segnala Bloomberg“sono assenti terre rare come l’ittrio e lo scandio inserite in una prima bozza di luglio”, nonostante la Cina fornisca il 78% delle importazioni americane nel settore. La paura statunitense è che la Cina colga questa cruciale vulnerabilità di Washington e sfrutti la sua posizione dominante in maniera insostenibile: il settore delle terre rare è uno dei ventri molli su cui la Cina potrebbe insistere, passando all’offensiva nel caso in cui la competizione commerciale si inasprisse ulteriormente. E la storia recente insegna che questa eventualità è tutt’altro che remota.

Quando la Cina speculò sulle terre rare

Anni fa, la Cina ha dimostrato al mondo, e agli Stati Uniti in particolare, sino a che punto fosse capace di portare lo sfruttamento della propria posizione dominante nel campo delle terre rare. Come scritto da Aldo Giannuli, “La Cina conosceva da tempo l’esistenza dei suo giacimenti di lantanidi, ma a comprenderne lo straordinario valore fu Deng Xiaoping (“I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare”) che, nel 1986 varò il “programma 863” mirato a conquistare il controllo del mercato delle terre rare con una strategia  di lungo periodo […] Conquistata questa posizione, la politica cinese ha mutato segno e, già nel settembre 2009, la Cina riduceva le esportazioni del 28% aumentando i dazi di uscita. Nell’estate del 2010, la Cina operò un ulteriore taglio adducendo la giustificazione del esigenze del mercato interno. Seguirono poi ulteriori decurtazioni pari al 35% nel 2011 e nel 2012”.

Le industrie tecnologiche di Ue, Usa e Giappone patirono notevolmente questo cambio di politica, che al tempo stesso aumentò il potere di mercato delle imprese tecnologiche cinesi, rafforzò il remnibi rispetto al dollaro e dimostrò la vulnerabilità delle catene logistiche internazionali. Fu solo ricorrendo al Wto che i Paesi importatori riuscirono a ottenere l’abbassamento dei dazi cinesi, concretizzatosi tra il 2014 e il 2015

I timori del Pentagono

Complici le vulnerabilità dei settori tecnologici considerati, le turbolenze commerciali e i recenti precedenti storici, l’apparato guida del sistema di difesa statunitense è allarmato per una possibile mossa cinese sulle terre rare che, dopo un’azione diretta contro il debito americano detenuto da Pechino (la cosiddetta “opzione nucleare”) rappresenta forse il più grave intralcio che l’Impero di Mezzo potrebbe frapporre all’egemone in declino. 

Messi alle strette, i funzionari del Pentagono, forse anche per trovare in Trump orecchie recettive, sono passate all’attacco contro Pechino. Foreign Policy ha raccolto importanti indiscrezioni in tal senso, dato che membri dell’amministrazione riterrebbero certo il fatto che “la Cina persegue consapevolmente la strategia nazionale di utilizzare il suo controllo di queste risorse naturali per minare alle basi il nostro sistema industriale”. Inoltre, Pechino “avrebbe organizzato deliberatamente le sue politiche di esportazione e di manifattura industriale per minare la leadership statunitense nelle capacità critiche” della sfera della Difesa.

La contesa commerciale rischia di trasformarsi in crisi geopolitica e, paradossalmente, la causa scatenante potrebbero essere proprio delle risorse, le terre rare, che Washington ha deciso di non colpire con dazi e sanzioni per non procurare dei danni maggiori a sé piuttosto che al rivale cinese. E più ancora del volume corposo delle sanzioni sono proprio queste omissioni consapevoli che ci consentono di chiederci quanto effettivamente Trump voglia spingersi avanti nel suo braccio di ferro con Pechino.