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L’Iran ha elaborato un piano per la sicurezza del Golfo – l’ “Hormuz Peace Endeavour (Hope)”, che verrà presentato questa settimana all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La proposta prevede la formazione di una “coalizione per la speranza”, formata da tutti i Paesi del Golfo, che escluderebbe invece le forze straniere, in particolare statunitensi.

Il presidente iraniano ha annunciato l’iniziativa durante la parata militare che si è tenuta domenica scorsa (22 settembre) per celebrare l’anniversario della guerra con l’Iraq (1980-88): un’occasione per mostrare le capacità militari acquisite da Teheran negli ultimi anni.

La “coalizione per la speranza”

Nel presentare l’iniziativa di pace, Rouhani ha chiarito la natura della coalizione, affermando che “la sicurezza del Golfo Persico, dello Stretto di Hormuz e del Golfo di Oman sono una questione locale e la presenza di forze straniere può risultare pericolosa per la regione e per la sicurezza delle rotte marittime ed energetiche”. Per questo, Teheran si propone di “favorire l’unità e la cooperazione con i Paesi della regione”.

Un’affermazione, in seguito, attenuata dal ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il quale ha invitato tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a unirsi alla coalizione, specificando che l’opposizione nei confronti delle forze straniere presenti nel Golfo non costituisce una precondizione per prendere parte al gruppo.

La nuova coalizione, dunque, nel progetto di Rouhani, dovrebbe “garantire la sicurezza del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz grazie alla cooperazione degli Stati della regione”, ai quali Rouhani è disposto a porgere la mano “perdonando gli errori commessi in passato”.

La coalizione a guida Usa

La “coalizione per la speranza” si andrebbe ad aggiungere agli accordi di cooperazione navale che l’Iran ha già stabilito con Cina, India, Oman, Pakistan e Russia e – in ottica iraniana – dovrebbe sostituire quella guidata dagli Stati Uniti, incaricata di pattugliare le rotte marittime della regione.

L’International Maritime  Security Construct – formata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Bahrein, Arabia Saudita – è nata con il compito di salvaguardare la sicurezza della navigazione nelle rotte del Golfo Persico, del Golfo di Oman, del Mar Rosso, dello Stretto di Hormuz e di Bab El-Mandeb, dopo la serie di attacchi che, negli scorsi mesi, ha colpito le imbarcazioni in transito nelle rotte marittime regionali.

La coalizione a guida Usa – il cui quartier generale si trova in Bahrein – dispone di truppe, aerei e navi che seguono e monitorano le navi che attraversano queste acque. Giovedì scorso, in seguito ai raid che, il 14 settembre, hanno colpito il cuore dell’economia saudita, un nuovo membro si è aggiunto alla coalizione: gli Emirati Arabi Uniti.

Tensioni tra Stati Uniti e Iran

Il nuovo piano per la sicurezza vuole essere, probabilmente, una mossa diplomatica, adottata dall’Iran ridurre l’escalation con gli Stati Uniti, in un momento di enorme tensione internazionale, in cui si affaccia il rischio di uno scontro diretto tra le due parti.

Dopo l’attacco che lo scorso 14 settembre ha centrato due delle principali installazioni petrolifere del Regno saudita – Abqaiq e Khurais -, gli Stati Uniti hanno puntato il dito contro l’Iran. Anche se l’attacco è stato ufficialmente rivendicato dagli Houthi – i ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran – e Teheran ha respinto tutte le accuse, il presidente americano, Donald Trump, ha adottato alcune misure straordinarie nei confronti dell’Iran.

Il 21 settembre scorso, Trump ha ordinato l’invio di ulteriori truppe in Arabia Saudita, per potenziare le difese aeree e missilistiche del Regno, e l’imposizione del “più elevato livello di sanzioni” contro la Banca centrale iraniana e il Fondo nazionale di sviluppo. Le sanzioni Usa sono parte di una più ampia campagna mirata a mettere sotto pressione Teheran in merito al suo programma nucleare e alle ambizioni di influenza nella regione. È sempre più evidente, infatti, che i proxy iraniani si stiano rafforzando in Siria, Libano, Iraq e Yemen.





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