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Non ci sono da considerare soltanto le tensioni internazionali, coincidenti con l’allontanamento dagli Stati Uniti e dalla Nato e il conseguente riavvicinamento alla Cina e, più in generale, al blocco dei Paesi in via di sviluppo gravitanti attorno al Global South.

A mettere ulteriore pressione sul governo ultra conservatore di Narendra Modi troviamo anche diverse beghe interne che rischiano di far esplodere il sempre più fragile equilibrio sociale dell’India.

Alle violente proteste scoppiate nel Ladakh (ne abbiamo parlato qui) seguono infatti gli scontri andati in scena nell’Uttar Pradesh tra le forze dell’ordine e una nutrita schiera di cittadini di fede islamica. Modi, in entrambi i casi più o meno direttamente preso di mira dai manifestanti, è anche finito al centro di una spiacevole vicenda diplomatica con la Nato.

Delhi ha smentito il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, secondo il quale il primo ministro indiano avrebbe parlato con Vladimir Putin per organizzare una strategia in risposta all’aumento dei dazi Usa su Mosca. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’India, Randhir Jaiswal, ha bollato l’affermazione di Rutte come “errata e del tutto infondata”.

Il grande gelo tra India e Nato

“In nessun momento il primo ministro Modi ha parlato con il presidente Putin nel modo suggerito (da Rutte ndr). Nessuna conversazione del genere ha avuto luogo”, ha chiarito Jaiswal in conferenza stampa. Delhi ha quindi tirato le orecchie all’Alleanza Atlantica dichiarando che l’India si aspetta che “la leadership di un’istituzione importante e stimata come la Nato eserciti maggiore responsabilità e accuratezza nelle dichiarazioni pubbliche“.

“Le osservazioni speculative o imprudenti che travisano gli impegni del primo ministro o che suggeriscono conversazioni mai avvenute sono inaccettabili”, ha concluso Jaiswal. E in merito alle polemiche sollevate dall’Occidente per gli affari tra India e Russia? Stesso discorso. L’alto funzionario di Delhi è stato chiaro: le importazioni di energia del Paese mirano a garantire “costi energetici prevedibili e accessibili al consumatore indiano” e Nuova Delhi “continuerà ad adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare i propri interessi nazionali e la sicurezza economica”.

Da dove nasce lo screzio a distanza con Rutte? Il segretario della Nato, parlando con Christiane Amanpour della Cnn a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, aveva affermato che i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti “hanno un impatto immediato sulla Russia, perché questo significa che ora Delhi è al telefono con Vladimir Putin a Mosca, e Narendra Modi sta dicendo: ‘Ehi, ti sto sostenendo, ma potresti spiegarmi qual è la tua strategia? Perché adesso io mi ritrovo colpito da questi dazi del 50% imposti dagli Stati Uniti'”. Frasi inaccettabili per il gigante asiatico. Che non a caso ha risposto per le rime.

Tensioni interne

In patria continua a tener banco il dossier Ladakh. Nelle ultime ore, tuttavia, i riflettori sono puntati un po’ più in basso, sull’Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso dell’India guidato da Yogi Adityanath, un monaco ultra nazionalista indù vicinissimo a Modi.

Nella città di Bareilly, il leader religioso Tauqeer Raza Khan, islamico, e i suoi seguaci avevano pianificato una marcia con lo slogan “I Love Muhammad“.

L’iniziativa voleva essere una protesta contro l’azione della polizia che, in gran parte dell’Uttar Pradesh, aveva fatto rimuovere i manifesti con la scritta “I Love Muhammad” esibiti dai fedeli in occasione della festa che celebra la nascita del profeta Maometto. Al loro posto, per la cronaca, erano apparsi maxi poster con messaggi come “I love Yogi Adityanath” e “I love bulldozer”, per alcuni un simbolo della politica anti musulmana portata avanti dallo stesso Yogi.

Khan aveva dunque lanciato un appello per imbastire una marcia non autorizzata. I manifestanti si sono così scontrati con la polizia. Risultato: diversi feriti e una trentina di arresti, compreso Tauqeer Raza Khan. Stessa sorte è toccata a Sonam Wangchuk, un attivista del Ladakh accusato di aver fomentato gli scontri nella regione himalayana. L’opposizione ha intanto accusato il governo Modi di “essere sceso nella dittatura” e di seguire un “programma di caccia alle streghe” attraverso l’uso di leggi draconiane.

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