L’Iran è diventato il collante dell’asse tra Washington, Tel Aviv e Riad: il nemico comune che dai primi giorni della presidenza Trump sembrava essere il vero fulcro della politica statunitense in Medio Oriente. In questo senso, Teheran rappresenta il grande tassello mancante nella geopolitica del caos esportata dagli Stati Uniti, e cioè l’idea per cui il Medio Oriente, preso atto che sia impossibile dominarlo del tutto, debba vivere nel disordine sperando di ottenere il maggiore risultato possibile dall’assenza di una leadership.
La Repubblica islamica dell’Iran è in buona sostanza l’unico Stato realmente disgiunto dalla politica di Washington che ancora sopravvive nel Medio Oriente – pur essendo in realtà a metà con l’Asia Centrale – e che rappresenta una, se non l’unica, realtà stabile in un’area completamente priva di punti fermi. A questa stabilità dell’Iran, converge poi l’inimicizia storica con Israele e Arabia Saudita, per radici diverse ma non troppo. Israele considera l’Iran l’unico Stato non alleato in grado di competere come potenza del Medio Oriente. Teheran ha costruito un sistema efficiente, una struttura militare molto forte e ha un sistema di alleati in grado di confrontarsi con l’esercito israeliano, uno su tutti Hezbollah. L’Arabia Saudita considera l’Iran la sua nemesi religiosa, culturale e geopolitica in Medio Oriente, il Paese che rappresenta la visione opposta dell’islam, sia in senso confessionale che come islam politico.
Dal primo giorno della presidenza di Donald Trump, l’Iran è entrato immediatamente nel mirino degli Stati Uniti come Paese nemico, non soltanto per la questione nucleare, ma anche per le accuse di voler destabilizzare il Medio Oriente e di finanziare il terrorismo. Accuse che lasciano il tempo che trovano visto il legame di Washington con i Paesi del Golfo Persico e visto il numero di vittime che l’Iran ha subito dentro e fuori il suo Paese per combattere lo Stato Islamico. Il “muslim ban” per colpire anche gli iraniani era solo la punta dell’iceberg di una serie di azioni volte a colpire la Repubblica Islamica dell’Iran e i suoi cittadini. Un iceberg composto dal confronto in Siria e Iraq, dal sostegno a Hezbollah e dall’imponente capacità energetica dell’Iran che lo porta a essere un partner commerciale fondamentale di molti attori mondiali.
A conferma di questa virata del governo americano verso una decisa contrapposizione al governo di Teheran, arrivano in questi giorni le parole del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, James Mattis, al The MIHS Islander. Un’intervista incentrata praticamente sul rapporto fra USA ed Iran e sulle idee del Segretario alla Difesa riguardo la Repubblica iraniana. Il messaggio che ne deriva è particolarmente chiaro, e molto inquietante: senza un “regime change”, non ci può essere dialogo fra Iran e Stati Uniti. La condizione preliminare a una pacificazione dei rapporti tra i due Stati sarebbe dunque soltanto quella di un cambiamento di forma di Stato e di governo in Iran, che dovrebbe perdere, a detta di Mattis, come prima cosa, la forma di “teocracy”. Chiunque conosce l’Iran sa che questo non può avvenire né nel breve termine né con l’appoggio della popolazione: in Iran il sistema regge, per quanto non si possa ricondurre ai canoni della democrazia rappresentativa occidentale. Chiedere un regime change in Iran significa una guerra, che non sarebbe civile, ma avrebbe una declinazione statuale, e che vorrebbe dire sollevare un conflitto che prenderebbe a macchia d’olio tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale.
In Iran, le parole di Mattis sono state ricevute con durissime critiche. “I sogni ridicoli degli americani circa il rovesciamento della Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che deliri”, ha detto il vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il generale di brigata Sayed Masud Yazayeri. Il Ministro della Difesa, Hussein Dehqan ha affermato che le parole di Mattis “ignorano i punti di forza degli altri paesi e fingono di non capire la realtà storica delle conseguenze di tali commenti”, terminando con una nota di spirito e consigliando all’omologo statunitense di consultare un medico. E del resto, non potevano aspettarsi commenti diversi. Tuttavia, a queste risposte verbali bisogna dare il loro peso al pari delle parole di Mattis. Non è la prima volta che il Segretario alla Difesa parla dell’Iran come Paese destabilizzante, che sostiene il terrorismo e che ha bisogno di un cambiamento di forma di governo. E sono parole che, chiaramente, aggiunte al rinnovo delle sanzioni e al delicato tema dei rapporti con l’Arabia Saudita e con Israele, non possono indurre all’ottimismo. Soprattutto per quella risposta che Mattis diede a un giornalista che gli chiedeva quali fossero le tre minacce più gravi per gli Stati Uniti: “Iran, Iran e Iran”.
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