Le scintille tra Italia e Turchia non sembrano destinate a spegnersi nel breve termine. Dopo sei giorni di silenzio, è arrivata la risposta di Recep Tayyip Erdogan alle ormai note parole di Mario Draghi con le quali il premier aveva etichettato il leader turco come un “dittatore” con cui era necessario collaborare. Frase che aveva scatenato l’ira dei media turchi ma non del presidente, stranamente silenzioso per parecchi giorni. Poi la domanda di un giornalista mentre si parlava del Canale Istanbul, sogno faraonico del sultano per doppiare il Bosforo, ha riacceso la disfida. E la replica di Erdogan è arrivata in modo estremamente pesante. “Maleducato”, “con poco tatto”, “parole che denotano impertinenza” e che “hanno colpito come un’ascia le relazioni tra Italia e Turchia”. Sono questi i termini con cui il presidente turco si è rivolto al presidente del Consiglio italiano. Frasi decisamente gravi a cui però Palazzo Chigi ha replicato con il gelo. Nessuna risposta, come già avvenuto dopo le accuse rivolte dai media e dai politici turchi nei giorni scorsi. Quasi a voler evitare di calcare la mano dopo che era stata accesa la miccia. Ma è chiaro che ora l’incendio è deflagrato e qualcuno dovrà per forza di cose fare da pompiere.

Due aree di azione quasi identiche

La tensione italo-turca non è un qualcosa che a Roma possono sottovalutare. E nemmeno ad Ankara. I due paesi sono attori fondamentali in quell’area che ormai è nota come il Mediterraneo allargato. E l’area di proiezione di forza sia dell’Italia che della Turchia è sostanzialmente la stessa per molti settore di questa macro-regione. Ankara e Roma sono interessate alla Libia, al Corno d’Africa, al Mediterraneo orientale e ai Balcani (in particolare in Albania). E pur con le divergenze nelle modalità e nelle basi su cui costruire questa fitta rete di relazioni è evidente che questa convivenza forzata abbia comportata nel corso degli anni un rapporti a doppia faccia: coabitazione ma anche avvicendamento. Ankara e Roma dialogano e necessariamente devono cooperare sia sotto il profilo economico che quello strategico, ma è chiaro che sono due Paesi che entrano in conflitto quando uno dei due è di troppo. E se l’Italia, come spesso è accaduto, batte in ritirata soprattutto per miopia verso il nostro estero vicino, è molto spesso la Turchia a prendere il suo posto per il semplice paradigma secondo lui natura aborre il vuoto. E questo avviene anche nella geopolitica.

Una mossa interna?

Per quanto riguarda la reazione turca, le cose sono possono essere lette da punti di vista diversi. Innanzitutto c’è un piano interno: Erdogan è un uomo che da tempo usa la politica estera per colmare le lacune della sua politica interna, in cui la leadership appare sempre più debole e a rischio. L’Akp è un partito forte, certo, ma sopravvive al governo grazie all’alleanza con la parte più estrema e nazionalista. Chiaro dunque che per un uomo che si è costruito la fama di un leader carismatico, sostenuto dalla destra più nazionalista e islamica, le parole rivolte a Draghi rappresentano anche un segnale per compattare il pubblico a cui si rivolge. Tanto è vero che Erdogan ha aspettato un incontro sul Canale di Istanbul e con i giovani dell’Akp per sferrare il suo attacco contro Draghi, quasi per rimarcare la sua immagine verso i giovani sostenitori del suo partito.

Il problema è che la mossa interna non è una semplice fiammata. Quello turco è un sistema complesso e complesso è il popolo rappresentato da Erdogan. E quanto sta avvenendo tra Roma e Ankara potrebbe avere ripercussioni anche più in là nel tempo, che esulano quindi dall’attuale contesto della dialettica politica turca. Lo ha spiegato ad AdnKronos l’ex ambasciatore italiano ad Ankara, Carlo Marsili: “Evidentemente mi auguro che il capitolo delle ritorsioni sia chiuso e che la diplomazia ricucia lo strappo, però so anche che i turchi hanno memoria lunga, anzi lunghissima, e quindi ci vorrà tempo, non credo si possa farlo in breve”. E le prime avvisaglie sugli elicotteri di Leonardo bloccati prima della consegna non sembrano essere di buon auspicio.

Il legame economico

Nonostante la pandemia abbia bloccato il commercio mondiale, l’Italia nel 2020 si è classificata al quinto posto nell’interscambio con la Turchia con 17,3 miliardi di euro. Per capire di cosa parliamo, davanti all’Italia in Europa c’è solo la Germania, poi dobbiamo andare direttamente alle grandi potenze: Cina, Russia e Stati Uniti. Un legame commerciale che si è consolidato nel tempo e che è certificato da un elemento di tipo personale: a guidare la Confindustria turca è un presidente nato in Italia, Simone Kaslowsky. In Turchia, inoltre, operano migliaia di aziende italiane e i contratti sia nel settore energetico che in quello automobilistico e dei macchinari sono estremamente importanti, al pari del settore agricolo e quello tessile. Anche sul fronte del gas, non va dimenticato che è anche attraverso la Turchia che passa l’oro blu che arriva in Italia dall’Azerbaigian. Ed è un problema da non sottovalutare visti i legami tra Baku e Ankara confermati dalla guerra nel Nagorno Karabakh.

Insomma, la Turchia è un partner economico particolarmente importante. Specialmente se si pensa che la Germania è in Europa il nostro unico contendente per il primato commerciale. Ma è anche un partner necessario senza le adeguate garanzie per poter farne a meno. E col rischio neanche troppo celato che ci sia qualcuno pronto a lucrare.

Il problema Libia

Oltre al dato economico, spesso sottovalutato, c’è poi il problema principale: la Libia, in particolare la Tripolitania. La parte occidentale della Libia si può considerare ad oggi un protettorato turco. Draghi è arrivato nella capitale libica per incontrare il nuovo premier del Paese: ma a pochi giorni di distanza è stato lo stesso primo ministro libico a dover imbarcarsi con 14 ministri, capo di stato maggiore e capo della banca centrale per andare a omaggiare Erdogan nella sua corte di Ankara. L’immagine è abbastanza eloquente per capire la gerarchia dei partner di Tripoli nel Mediterraneo.

Ma proprio per quel discorso di convivenza e concorrenza tra i due Stati va sottolineato un altro elemento: vero che la Turchia ha tolto spazio di manovra all’Italia, ma è altrettanto vero che la Turchia è stato l’unico Paese del Mediterraneo che ha supportato Tripoli evitando che essa diventasse un territorio in mano a un governo con cui Roma non aveva lo stesso tipo di rapporti. Per essere estremamente chiari e realistici, la mossa turca di fermare l’assedio di Khalifa Haftar ha evitato che nella capitale libica si insediasse un leader che ha sequestrato dei nostri marittimi come manovra per ottenere un riconoscimento da parte del governo italiano. Può sembrare un discorso ormai vecchio, ma serve per ricordare a tutti come – piaccia o meno – la spregiudicata politica di Erdogan in Libia ha paradossalmente salvato alcuni interessi italiani che sarebbe sicuramente stati messi in discussione da chi sosteneva più o meno segretamente Haftar: a partire dalla Francia (ora folgorata sulla via dell’Onu per un governo di transizione e di unità nazionale).

La collaborazione italo-turca, dunque, in Libia c’è stata. Tanto è vero che anche da Ankara si leva qualche voce per ricordare l’importanza della partnership tra i due Paesi. Huseyin Bagci, professore emerito di Relazioni internazionali presso l’università Odtu di Ankara, ha detto in un’intervista ad Agi che “Italia e Turchia sono troppo importanti l’una per l’altra”, confermando come “i nostri rapporti sono sempre stati eccellenti, a livello diplomatico, commerciale e militare e non ho dubbi che continueranno ad esserlo”. “La differenza con l’Italia e con altri Paesi europei- dice Bagci – è che la Turchia in Libia ha compiuto passi concreti ed ha avuto un ruolo decisivo nel fermare il conflitto. In questa maniera ha guadagnato terreno e oggi ha una posizione privilegiata. Dopo il successo degli accordi del 2019 ora la collaborazione mira allo sviluppo infrastrutturale, di industria della Difesa, energia e all’ambito sanitario. Tutti aspetti rispetto ai quali la Libia ha necessità immediate, a conferma che qualunque tavolo sul futuro della Libia non potrà escludere la Turchia e di questo l’Italia deve tenerne conto”.

Il discorso quindi è molto semplice. Da una parte l’Italia dovrà per forza dialogare con la Turchia perché la Tripolitania ormai parla turco. Dall’altra parte l’Italia è un partner necessario anche per i turchi, che sanno perfettamente che l’importanza di Roma nel panorama libico non è da sottovalutare. Un matrimonio di convenienza che rischia ora di essere infranto propri quando Ankara è riuscita a strappare accordi di natura economica e soprattutto a controllare gran parte della guardia costiera libica: in pratica una delle principali chiavi per fermare il flusso di migranti. Un elemento che Erdogan sa benissimo come far fruttare nelle contrattazioni con gli europei.

Il nodo egiziano

La sfida diplomatica tra Italia e Turchia si arricchisce poi di un altro elemento che aiuta a capire quale sia la difficoltà dell’intero mosaico. E aiuta soprattutto a comprendere perché delle mosse avventate sul fronte del Levante possono essere pericolose, se non controproducenti. Infatti, proprio mentre la tensione tra Ankara e Roma saliva alle stelle, dalla capitale italiana si annunciava che il Senato aveva approvato la proposta della cittadinanza onoraria a Patrick Zaky, lo studente egiziano detenuto in Egitto che da tempo l’Italia chiede di liberare.

La scelta di assegnare la cittadinanza onoraria a Zaky è sicuramente un segnale importante per la nostra diplomazia, ma è anche un segnale di possibili nuove tensioni tra Italia e Paesi del Mediterraneo orientale. E questa mossa si può unire all’affaire turco per diverse ragioni. Innanzitutto perché l’Egitto si sta riavvicinando alla Turchia dopo anni di scontri per la Fratellanza musulmana, il gas e per l’impegno libico. Inoltre, far salire la tensione in contemporanea con Ankara e il Cairo può avere degli effetti disastrosi sia per quanto riguarda la transizione in Libia che per quanto riguarda l’altro nodo del gas. Un equilibrio precario su cui bisogna andare molto cauti: se Egitto e Turchia si mettono d’accordo su alcuni punti essenziali, solo apparentemente distanti dal nostro focus, per l’Italia potrebbero esserci seri problemi in tutta l’area del Mediterraneo centrale e orientale. Con ripercussioni su accordi e contratti di primaria importanza, ma anche nel ruolo nella regione. O ci sono alleati pronti a sostenere l’Italia in questo gioco di equilibri – cosa che la Libia e l’Egitto hanno già smentito – oppure il pericolo di una clamorosa trappola è dietro l’angolo.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY