Si inasprisce la tensione tra Francia e Algeria. Il pomo della discordia è il discorso tenuto all’Eliseo dal presidente Emmanuel Macron lo scorso 20 settembre, in cui ha chiesto ufficialmente perdono agli harki, algerini che hanno combattuto a fianco dei francesi durante la guerra d’indipendenza d’Algeria e poi abbandonati a migliaia alla fine del conflitto.

In circa 3mila erano infatti presenti a Parigi per assistere al discorso del presidente Macron, che ha detto di voler chiedere perdono “ai combattenti abbandonati, alle loro famiglie, che hanno sofferto campi, carcere, dinieghi” e soprattutto che la Francia non dimenticherà il loro tributo. Alla fine del conflitto, infatti, decine di migliaia furono abbandonati da Parigi e massacrati dai combattenti dell’Fln (Fronte di Liberazione Nazionale), mentre circa 80mila riuscirono a raggiungere la Francia, ma furono posti in campi di concentramento, vivendo in condizioni miserabili. Emmanuel Macron ha quindi promesso una legge di riconoscimento e risarcimento per gli harki entro la fine dell’anno.

Il presidente francese ha anche accusato il governo di Algeri di aver contribuito a portare il Paese all’attuale stato di crisi. Per il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, è stato un vero e proprio “fulmine a ciel sereno”, in quanto Parigi aveva recentemente dimostrato di voler chiudere definitivamente la questione della guerra di Algeria. Pertanto Algeri ha provveduto, lo scorso sabato, a richiamare l’ambasciatore presso Parigi “per consultazioni” aprendo ufficialmente la crisi diplomatica. Crisi che si è inasprita proprio nelle ultime ore, quando l’Algeria, come primo segnale di scontro, ha stabilito di chiudere lo spazio aereo nazionale ai voli militari francesi.

I rischi delle missioni francesi nel Sahel

Sino a oggi l’Armée de l’Air poteva sorvolare il territorio algerino senza restrizioni: un fattore fondamentale per la razionalizzazione dei tempi e dei costi del supporto logistico alla missione Barkhane nel Sahel per il contrasto all’attività delle milizie islamiche nell’area. L’esercito francese era inizialmente intervenuto in Mali all’inizio del 2013, come parte dell’operazione Serval, che ha riconquistato con successo la metà settentrionale del Paese sottoposta al controllo dei gruppi islamisti. L’operazione Barkhane ha lo scopo di dare seguito a quel successo e ha ampliato le operazioni su una vasta area della regione del Sahel comprendente, oltre al Mali, la Mauritania, il Ciad, il Niger e il Burkina Faso. Barkhane si prefigge di aiutare i governi dei Paesi a mantenere il controllo del proprio territorio e impedire che la regione diventi un rifugio sicuro per i gruppi di terroristi islamici che intendono attaccare la Francia e l’Europa, e per questo vede l’appoggio diretto di altre nazioni europee come l’Estonia, la Svezia, la Repubblica Ceca ed il supporto di Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Danimarca.

Recentemente, proprio per aumentare gli sforzi ma soprattutto per aumentare la divisione dell’onere, Parigi ha dato il via alla Task Force Takuba, a cui partecipa anche l’Italia con un contingente militare misto di forze speciali supportate da una serie di mezzi aerei e terrestri. La regione del Sahel, proprio per gli stessi motivi legati al terrorismo islamico e per essere una delle regioni da cui si origina il fenomeno dell’immigrazione clandestina, risulta uno degli ambiti principali di interesse nazionale nel quadro del Mediterraneo Allargato, pertanto la partecipazione alla task force multinazionale Takuba è strategica al pari della presenza delle nostre unità navali nel Golfo di Guinea o al largo del Corno d’Africa per attività antipirateria.

Bisogna comunque fare attenzione a che il burden sharing francese non si trasformi in un voler sfruttare le nostre truppe per “il lavoro sporco”: Parigi sta già ritirando parte del suo contingente da Barkhane e se non si vuole che si ripresenti uno scenario afghano occorre che la presenza militare sia stabile, di lungo periodo e molto ben coordinata con le entità locali. Inoltre chi scrive si augura che si possa avere un ritorno non solo di immagine rispetto all’impegno profuso, ovvero la possibilità di avere un peso politico tale, in quegli Stati del Sahel, da poter instaurare un futuro di collaborazione non solo nel campo della sicurezza.

Tornando alla questione algerina, ora Parigi dovrà allungare le rotte dei suoi velivoli diretti verso il Mali, passando attraverso lo spazio aereo del Marocco e della Mauritania. I primi effetti, dopo l’imbarazzante circuito di attesa effettuato da un Airbus A330 militare sopra il Mediterraneo Centrale in attesa dell’autorizzazione all’ingresso nello spazio aereo algerino (mai giunta) di ieri, si sono visti oggi: altri due velivoli dello stesso tipo dell’Armée de l’Air, uno proveniente da Istres e l’altro da N’Djamena, hanno effettuato una lunga rotta che li ha portati a passare al di sopra di Mauritania e dell’Oceano Atlantico al largo del Marocco e Sahara Occidentale.

L’attuale crisi franco-algerina non è da sottovalutare: un ulteriore allontanamento di Algeri da Parigi comporterà inevitabilmente il suo guardare ad altri partner storicamente avversari della Nato, come la Russia. Mosca ha, da decenni, rapporti di amicizia con Algeri: nelle forze armate algerine sono presenti assetti aerei e navali fabbricati in Russia, e non si lascerà scappare l’occasione di stringere ulteriormente questi legami per avere una maggiore presenza nell’Africa Settentrionale e in Sahel, dove sappiamo che lo stesso Mali vorrebbe la presenza dei contractor del Gruppo Wagner per combattere il terrorismo.

Secondo l’agenzia stampa Reuters l’affare Wagner varrebbe 10,8 milioni di dollari per la presenza di circa mille unità da impiegare nella regione. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che le autorità di transizione del Mali, al potere da maggio dopo il secondo colpo di stato del Paese in un anno, prevedono di utilizzare le forze di sicurezza private per aiutare a compensare la prevista perdita di sostegno francese, una decisione che ha acuito le tensioni con Parigi.

Bisognerà quindi che anche Roma guardi attentamente alle relazioni franco-algerine in quanto Algeri si è delineata come uno dei nostri principali avversari nel Mediterraneo avendo in essere un contenzioso col nostro Paese riguardante la sua Zona di Esclusività Economica, e avendo cominciato a rinforzare, ormai da tempo, le proprie componenti marittime e aeree proprio per sostenere questa nuova politica assertiva. Potremmo infatti sfruttare diplomaticamente il contenzioso in atto, cercando da un lato un’ulteriore sponda che ci possa permettere di imporre la nostra linea riguardo alla definizione della Zee, dall’altro definire meglio compiti e ruoli della nostra presenza militare in Sahel, il tutto con un occhio al contenimento della Russia in Africa Settentrionale, che gli Stati Uniti sembrano aver affidato, per il momento, alla Turchia e alla sua presenza militare in Libia.