«Solo el pueblo salva el pueblo, por eso voté por Castillo». Vidal ha 38 anni, viene da un piccolo villaggio rurale lungo la cordigliera delle Ande in Perù. Proprio come José Pedro Castillo, l’ex maestro elementare che ha sfidato la politica di professione Keiko Fujimori alle presidenziali, i suoi genitori sono campesinos, agricoltori. «Castillo è uno di noi, farà il nostro bene. Nell’anno del bicentenario dell’indipendenza peruviana finalmente il paese può tornare nelle mani del popolo» dice un attimo prima di chiudere la telefonata. La sua voce è coperta a tratti delle trombe da stadio, dai canti popolari, dalle grida dei sostenitori dell’ex insegnante e sindacalista che ogni sera si riuniscono in attesa di veder ufficializzato l’esito delle elezioni, sotto la sede della Tribunale nazionale elettorale (Jne) vicino Plaza San Martín, la piazza simbolo delle proteste antigovernative, a Lima, la capitale del Perù. È così dal 6 giugno, il giorno del voto. Stando ai risultati, Castillo, fondatore del partito di ispirazione marxista Peru Libre, ha battuto per poco più di 44 mila voti Keiko Fujimori, la Señora K. Populista di destra, candidata di Fuerza Popular, figlia del dittatore che ha guidato il paese dal ’90 al 2000: Alberto Fujimori, detto el chino – nonostante le sue origini siano giapponesi – che è in carcere per corruzione, abuso di potere e violazione dei diritti umani e accusato anche di aver organizzato una campagna di sterilizzazione forzata di circa 300 mila donne, perlopiù indigene.

Secondo i dati diffusi dall’Onpe, la commissione elettorale peruviana, Castillo ha ottenuto il 50,12% delle preferenze ma sono passati più di dieci giorni e la Giuria elettorale nazionale non ha ancora proclamato il vincitore. Keiko Fujimori ha contestato il voto e denunciato irregolarità nonostante gli osservatori internazionali abbiano decretato la correttezza del processo elettorale. Ha reclutato gli avvocati più importanti e costosi di Lima per annullare 200 mila schede, quasi tutte provenienti dalle regioni andine più povere che hanno votato in modo schiacciante per Castillo.  Nessun nuovo presidente fino a quando non saranno risolti i contenziosi legali. 

Nel paese che attende di capire quale sarà la direzione da seguire per i prossimi cinque anni cresce la polarizzazione politica e il malcontento della popolazione. Molti considerano illegittimi i tentativi della Señora K di invalidare il risultato delle elezioni, un attacco alla democrazia. Altri invece temono che l’ex maestro sia incapace di governare e che le sue politiche socialiste possano concretizzarsi in un atteggiamento ostile verso il libero mercato e in una regolamentazione più stringente per lo sfruttamento delle miniere. Tra le attività che hanno trainato l’economia del Perù degli ultimi anni, infatti, c’è proprio l’estrazione di materie prime dal sottosuolo, che ha tratto vantaggio dall’apertura verso gli investitori internazionali, favorita dalla Costituzione del 1993, promulgata durante il governo di Alberto Fujimori.

In una terra ricca di risorse, le imprese estraggono rame, argento, oro, piombo, zinco, gas naturale e petrolio grazie ai contratti che stringono con lo Stato peruviano. Accordi che, almeno secondo chi vive vicino siti estrattivi, non tengono conto della tutela dei diritti delle persone e delle conseguenze ambientali e sociali dell’attività mineraria. Secondo la rivista specializzata Energiminas oggi ci sono 191 conflitti attivi, contenziosi tra forze dell’ordine e popolazione locale preoccupata per il deterioramento delle proprie condizioni di vita. Il 30% di questi è al sud, area in cui Castillo ha ottenuto molti consensi.

In più, il Perù è segnato da anni di scandali politici e devastato dalla crisi pandemica. Agli inizi dello scorso novembre ci sono state proteste in piazza che hanno causato due morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. In una sola settimana sono stati nominati tre presidenti e l’ultimo di questi, Francisco Sagasti, che ha guidato il governo di transizione fino alle elezioni, non è riuscito ad impedire che il crollo dell’economia causato dal Covid 19 aggravasse il divario sociale già marcato. Infatti, sebbene fino al 2020 il Perù fosse uno dei paesi con il più alto tasso di crescita dell’America Latina, la disparità tra ricchi e poveri è rimasta sempre molto alta, soprattutto nelle aree rurali. Secondo i dati del governo, nel 2018 il 20% più ricco della popolazione possedeva circa la metà del reddito complessivo del paese, anche se il trend era in decrescita. La pandemia ha peggiorato la situazione: il Pil è sceso dell’11% e secondo il Fondo Monetario Internazionale i poveri sono aumentati di due milioni. Ci sono stati più di 180 mila morti per Covid, soprattutto tra chi non ha potuto smettere di lavorare e a causa di un accesso limitato al sistema sanitario. Circa sette lavoratori su dieci operano nell’economia informale senza avere garanzie sociali.

Chi sarà nominato presidente si troverà a governare un paese in crisi e fortemente diviso. Keiko Fujimori e José Pedro Castillo rappresentano le due anime del Perù. Come si vede dal sito dell’Onpe Castillo ha vinto grazie ai voti ottenuti nelle zone rurali e più povere del paese mentre Fujimori soprattutto nelle aree benestanti del dipartimento di Lima, dove risiede quasi un terzo della popolazione totale. La Señora K, che qualora non fosse eletta rischierebbe fino a 30 anni di prigione perché implicata nello scandalo Odebrecht, uno dei casi di corruzione più grandi dell’America Latina, rappresenta le élite che vogliono mantenere il potere e che non accettano la vittoria di Castillo. L’ex insegnante in campagna elettorale ha promesso che si adopererà per eliminare le disuguaglianze e per realizzare una riforma agraria e una fiscale finalizzata ad aumentare le tasse alle imprese che operano nel settore minerario, così da redistribuire i guadagni nella sanità, istruzione e lavori pubblici. Vorrebbe convocare un Assemblea costituente per superare la Costituzione fujimorista. 

Se Castillo dovesse diventare presidente si troverebbe di fronte ad un parlamento frammentato in cui nessun partito avrebbe i numeri per governare da solo. Per Antonella Mori, Head del programma dedicato all’America Latina, dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, non ci sarà un’ondata di nazionalizzazioni che potrebbe far fuggire gli investitori esteri e ridurre le prospettive di crescita. Ma l’ascesa inaspettata di Castillo ha ridato fiducia a quegli elettori che fino ad ora si erano sentiti abbandonati e lontani dalla politica della Capitale e la paura di una marea rossa che dal Perù si estende anche altri paesi del Sud America – come Cile, Brasile e Colombia- spaventa i sostenitori di Fujimori.

I loro tentativi di non riconoscere la vittoria dell’ex maestro elementare nascondono il valore minore che le classi benestanti assegnano al voto rurale. C’è un esempio, verificato dal sito sudaca.pe, in cui un trentenne di Lima scrive in chat ai suoi amici «Pedro Castillo è un fottuto cholo. Non è istruito e manderà a puttane il paese, i suoi elettori sono degli alpaca che non sanno nemmeno per cosa stanno votando». La sfida per le presidenziali ha riportato all’attenzione la questione del razzismo interno e Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha condannato le espressioni di odio razziale. «Ripudio i discorsi d’odio e la discriminazione in tutte le sue forme, poiché sono inaccettabili in qualsiasi società democratica» ha dichiarato la scorsa settimana mentre invitava i peruviani ad accettare il risultato delle elezioni.

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