Un’opera realmente gigante nel cuore dell’Africa, lì dove le contraddizioni segnano anche i caratteri generali dei paesaggi: nel giro di pochi chilometri si passa da vallate verdi fino alle terre aride bruciate dal sole per poi giungere a quel corso d’acqua che da millenni segna la vita per milioni di africani. Il riferimento è al Nilo, fiume che non è soltanto un fiume. È storia, è mitologia, è simbolo di un profondo rapporto viscerale tra la natura e l’uomo. Il Nilo è ricordato soprattutto per la civiltà egizia ed è dunque elemento fondamentale per l’identità dell’Egitto e di tutti gli egiziani. Ma il fiume nasce da altre parti: diventa Nilo nei pressi di Khartoum, capitale del Sudan, prima ancora è diviso in Nilo Bianco, che nasce dalle zone del Lago Vittoria in territorio ugandese, e Nilo Azzurro. Quest’ultimo è quello che fornisce la portata principale al fiume che poi sfocia in Egitto. Ed è proprio sul Nilo Azzurro che è stata costruita l’opera citata ad inizio articolo: si tratta di un’imponente diga in territorio etiope, capace di creare un bacino idrico artificiale dalle dimensioni del territorio di Londra. Ossigeno per le aride terre circostanti, un disastro potenziale invece per l’Egitto.

Rinascita per l’Etiopia, tragedia nazionale per l’Egitto

Non è un caso che al progetto gli etiopi hanno dato il nome di “Rinascita“. La diga potrebbe rappresentare per il Paese africano ciò che il “grande fiume artificiale” ha rappresentato per la Libia di Gheddafi. Non solo cioè una grande opera, in grado di alleviare la sede della popolazione e delle terre, ma anche un simbolo di un Paese che vuole diventare una potenza regionale. La diga della Rinascita fa il pari con il grande aeroporto costruito ad Addis Abeba, con il boom edilizio che ha coinvolto la capitale etiope il sui skyline è adesso contrassegnato da grattaceli ed edifici più moderni. Un simbolo dunque, ma anche un qualcosa che, secondo il governo guidato da Abiy Ahmed Ali, avrà anche un fondamentale effetto pratico: dare acqua e fornire elementi indispensabili per vivere ad una regione di diversi milioni di abitanti. Progettata nel 2014, la diga oggi è quasi pronta: a costruirla è stata la Salini Impregilo, che ha impresso il tricolore in una delle opere più importanti impiantate in Africa negli ultimi anni.

A fine luglio, hanno fatto sapere a più riprese da Addis Abeba, le prime turbine entreranno in azione e l’acqua inizierà a riempire i giganteschi invasi. Ed a questo punto l’opera sponsorizzata dal premier libico nobel per la pace rischia di diventare elemento di forte scontro. Sì perché al di là delle vallate da cui si vede già l’imponente costruzione c’è il Sudan e, ancora più a nord, c’è l’Egitto. E qui quella che in Etiopia viene chiamata “rinascita” il governo e l’opinione pubblica la identificano come vera e propria tragedia. Se lungo il suo corso le acque del Nilo vengono trattenute in parte in Etiopia, in Egitto arriverà una portata di gran lunga minore. E non è soltanto questa la “tragedia” tra le piramidi: ridimensionare la portata del fiume potrebbe valere come un vero e proprio attacco alla propria identità. Il Nilo non sarebbe più egiziano, non avrebbe più la funzione storica ed economica che ha da sempre nel Paese arabo, da adesso in poi si dovrebbe “condividere” il tutto con l’Etiopia. Una circostanza che non va giù né alla popolazione e né tanto meno al presidente Al Sisi, con quest’ultimo intenzionato a continuare la querelle con Addis Abeba anche in caso di reale attivazione delle turbine della nuova diga.

Il Sudan chiamato in ballo

In mezzo, tra Egitto ed Etiopia, ci sta il Sudan. E non è soltanto una questione geografica: Khartoum sotto il profilo politico è “contesa” dai due principali sfidanti per le acque del Nilo. Quando il progetto era solo in bozza, l’allora presidente sudanese Bashir si è detto favorevole alla nuova diga. E la posizione nel corso degli anni non è mutata, nemmeno quando nell’aprile del 2019 un colpo di Stato ha messo fine alla trentennale presidenza di Bashir. L’Egitto però sta provando a trascinare il suo Paese vicino verso la propria parte. Parzialmente c’è già riuscito, visto che ad esempio il Sudan si è rifiutato il 12 maggio scorso di firmare con l’Etiopia un accordo volto a dare il via libera al primo parziale riempimento degli invasi.

Prima di questo passo, Khartoum vuole aspettare l’Egitto ed anzi il governo sudanese si è proposto come vero attore mediatore della vicenda. Sempre a maggio il Sudan ha fatto sapere di aver ripreso i colloqui con le autorità de Il Cairo per la vicenda relativa alla diga, promuovendo al contempo un incontro con il governo etiope per far avviare nuovamente quanto prima le trattative congiunte tra le delegazioni tra i tre Paese interessati. Queste ultime si sono interrotte a febbraio, dopo l’uscita di scena della delegazione etiope.

Le difficili trattative

In attesa di capire se i colloqui riprenderanno, c’è da chiedersi se per davvero in Africa si è alla vigilia di una vera e propria guerra per l’acqua. Gli interessi, tanto economici quanto politici, sono molto alti. Lo scorso anno nemmeno la mediazione Usa è riuscita a risolvere la querelle: in quell’occasione perno della discordia è stato rappresentato dagli anni richiesti dai due Paesi contendenti prima dell’attivazione definitiva della diga. L’Egitto ne ha chiesti ventuno, al fine di evitare un repentino abbassamento della disponibilità delle acque nel proprio territorio, l’Etiopia invece ha fatto sapere di poterne concedere al massimo sette. Da Il Cairo, in fase di trattative, sono stati vantati accordi che risalgono a diversi anni fa, a partire da quello del 1959 stretto con il Sudan secondo cui in cui 55.5 miliardi di litri cubi d’acqua ogni anno possono essere sfruttati dal Paese nordafricano.

L’Etiopia non ha mai preso in considerazione tale accordo e vorrebbe procedere da sola, con Al Sisi che minaccia ogni tipo di intervento pur di salvare interessi (e reputazione) sul Nilo. Da qui all’apertura delle prime saracinesche dovrebbero mancare pochi giorni. E tutta l’Africa aspetta di capire cosa accadrà.

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