Francia e Germania, cioè i due Paesi considerati pilastri dell’Europa, sono con l’acqua alla gola. Berlino è alle prese con un rallentamento economico, dove l’iniziale palla di neve si è presto trasformata in vera e propria valanga; la Deutsche Bank è a picco, il governo paralizzato da varie tensioni interne e Angela Merkel sembra aver smarrito il carisma che l’aveva sempre contraddistinta al cospetto delle istituzioni europee. Non sembrerebbe, ma anche Parigi, nonostante il tentativo di Emmanuel Macron di legittimarsi come leader indiscusso dell’Unione europea, deve fare i conti con nodi spinosissimi. Il presidente francese è stato contestato dagli operai della fabbrica Whirlpool di Amiens, la sua città natale. Partiamo proprio da quest’ultima immagine, una macchia in bella vista sull’elegante completo blu spesso indossato dal capo dell’Eliseo. Facciamo un passo indietro per capire meglio la situazione. Lo stabilimento locale Whirlpool era finito in crisi; lo Stato aveva cercato di salvarlo affidando le sue redini al gruppo WN. Dopo poco tempo anche il presunto salvatore è finito a gambe all’aria. Il risultato è che 163 lavoratori si sono ritrovati disoccupati e sentiti traditi dalle rassicurazioni di Macron, che nel 2017, cioè tra il primo e il secondo turno delle presidenziali, aveva usato Amiens come passerella.

I nodi di Parigi

Macron non solo aveva promesso di salvare la fabbrica, ma anche di plasmare le giuste condizioni per creare nuovi posti di lavoro. La realtà è ben diversa, perché nulla di quanto detto dal presidente francese si è concretizzato. I lavoratori glielo hanno fatto presente e lui, stizzito, ha risposto alla platea di aver sempre detto la verità. Macron ha poi rincarato la dose dichiarando che non tocca allo Stato assumere le persone quando qualcosa finisce male: “Vi avevo detto guardandovi negli occhi che la fabbrica sarebbe stata chiusa. Mi impegno affinché tutti i lavoratori di Whirlpool ritrovino un posto di lavoro. Ma non è lo Stato che assume i lavoratori quando le cose non vanno come devono”. La Francia profonda non ne vuol più sapere dei trucchetti usati da Macron: è stanca delle sue illusioni politiche, di un leader che propone un’immagine brillante di sé ma che non è in grado di trovare soluzioni. E nel frattempo i sindacati sono pronti a dichiarare guerra alla riforma delle pensioni. Insomma, la sensazione è che la Francia farebbe meglio a pensare prima a risolvere le questioni interne e poi, solo in un secondo momento, quelle europee.

I nodi di Berlino

Capitolo Germania. Qui il popolo, o almeno non tutto, non è inferocito contro Merkel. I problemi sono più in alto, a livello istituzionale e politico. Il partito di governo, la Cdu della cancelliera, è sul punto di implodere. I membri della fazione sono divisi: c’è chi sostiene Annegret Kramp-Karrenbauer, benedetta da Merkel in persona come sua erede, e chi il rivale Friedrich Merz, conservatore anti Merkel. Restano altre due questioni in sospeso, oltre al rallentamento dell’economia: la citata Deutsche Bank e la controversia su Huawei. La Cdu è spaccata in due: conviene alla Germania concedere al colosso cinese di telecomunicazioni di partecipare alla costruzione della rete 5G tedesca? La domanda è aperta e ancora senza risposta.

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